“Non c’è mai stata da quando New York è stata fondata una classe così bassa e ignorante tra gli immigrati che si sono riversati qui come gli italiani” scriveva il New York Times del 5 marzo 1882. Ecco come ci vedevano i cronisti americani: “Rovistano tra i rifiuti nelle nostre strade, i loro bambini crescono in luridi scantinati, pieni di stracci e ossa, o in soffitte affollate, dove molte famiglie vivono insieme, e poi vengono spediti nelle strade a fare soldi nel commercio di strada”. È la nostra storia recente. Trentacinque milioni di italiani emigrati tra il 1876 e il 1975, partiti da tutta l’Italia verso mezza Europa, le Americhe, l’Australia. Accolti come straccioni, criminali, sporchi e superstiziosi. Fino agli anni Sessanta erano gli italiani che andavano a morire lungo le frontiere. Oggi sono marocchini, kurdi, eritrei. Rileggere la nostra storia recente può aiutare ad avvicinarsi al presente con minore ostilità. Ci sono molti libri libri che raccontano l’emigrazione italiana. Ne abbiamo scelto uno. Si intitola: “L’Orda. Quando gli albanesi eravamo noi”, scritto da Gian Antonio Stella e pubblicato dalla Rizzoli nel 2002. Ecco alcuni estratti. 

“E piovevano davvero, a grappoli, dal passo della Morte, un altro punto di transito appena al di là di Ventimiglia, alle spalle di Mentone. L’ultimo angelo clandestino italiano, prima che in quello stesso punto cominciassero a schiantarsi slavi e rumeni, curdi e cinesi per un totale di oltre 250 vittime, fu trovato dal cane al guinzaglio del signor Fernand Delrue, che stava passeggiando nel giardino della sua villa ai piedi della spaventosa parete di roccia. Era la mattina del primo gennaio 1962. Ieri mattina, coi tempi della storia. Il morto si chiamava Mario Trambusti, aveva 26 anni, era un fiorentino, faceva il panettiere, ma il negozietto che aveva a Bagno a Ripoli non gli permetteva di tirare decorosamente avanti” (L’Orda. Quando gli albanesi eravamo noi, Rizzoli, 2002, pag. 153).


“Per secoli gli emigranti italiani hanno rischiato e perduto la vita per passare clandestinamente in Francia o in Svizzera attraverso il Piccolo San Bernardo, la Fenêtre Durand al fianco del massiccio del Gran Combin, il cammino di Rochemolle in Savoia, il pericolosissimo ghiacciao del Col Colon… Oppure quei sentieri alle spalle di Ventimiglia descritti da Grazzini in «quel tratto di confine dove si aprono i sette valichi tradizionali,… profondo appena cinque chilometri», quella «valle brulla tra il Ballenda e la Cima dei Sogli da dove tutti sono partiti e partono verso la grande avventura»” (L’Orda. Quando gli albanesi eravamo noi, Rizzoli, 2002, pag. 155).

“Il traffico era tale, spiega Augusta Molinari in Porti, Trasporti e compagnie, nella Storia dell’emigrazione italiana di Donzelli, che solo a Napoli c’erano duecento locande sempre strapiene di poveretti in attesa dell’imbarco… Salivano clandestinamente sulle navi in porto per mischiarsi coi passeggeri regolari o le raggiungevano al largo coi bragozzi o guadagnavano il loro imbarco a Marsiglia o a Le Havre, porti dove arrivavano dopo aver passato a piedi il confine… L’andazzo era tale che ancora negli anni Settanta c’erano navi che rovesciavano gruppi di emigranti illegali sulle coste del Maine” (L’Orda. Quando gli albanesi eravamo noi, Rizzoli, 2002, pag. 159-161).
“Un esempio per tutti, il titolo del 27 ottobre 1927 del Corriere della Sera sull’affondamento a 90 miglia da Rio de Janeiro di quella che era stata la nave ammiraglia della nostra flotta mercantile, colata a picco col suo carico di poveretti diretti in Sud America. Tre colonne (su nove!) di spalla: «Il Principessa Mafalda naufragato al largo del Brasile. Sette navi accorse all’appello – 1.200 salvati – Poche decine le vittime». Erano 314 i morti. Ma il numero finì tre giorni dopo in un titolino in neretto corpo 7. A una colonna. E il commento del giornale, che invece di pubblicare il nome delle vittime metteva quello rassicurante dei sopravvissuti (!) tra i quali c’era il futuro «papà» del pandoro Ruggero Bauli, era tutto intonato al maschio eroismo del comandante Simone Gulì, che si era inabissato con la sua nave” (L’Orda. Quando gli albanesi eravamo noi, Rizzoli, 2002, pag. 9-10).