“(…) Gli invitati della parabola assomigliano a quei cristiani che, intenti a pregare col volto e il cuore tristi, non si accorgono del fratello in difficoltà e si perdono la gioia che scaturisce dall’aiutarlo.

Ma la festa si tiene lo stesso, il disegno di Dio non fallisce: «La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». (…) Siamo tutti invitati alle nozze. Non esiste più un popolo eletto e privilegiato, ma tutti i popoli sono invitati a far parte del Regno di Dio. L’importante è indossare l’abito della festa, rispondere all’invito rivestendosi delle opere della giustizia e dell’amore. Non basta dirsi cristiano, occorre esserlo, comportarsi e agire di conseguenza. Allora, rispondere all’invito alla festa di nozze deve significare contribuire fattivamente con la propria vita, con le proprie opere, alla buona riuscita della festa stessa.

La festa si farà, ma non c’è posto per chi coniuga la fede apparente con la tristezza reale, per i menagramo e per gli uccelli del malaugurio, per i troppi esorcisti da strapazzo, né per le veggenti ossessionate da visioni dell’inferno e da madonne piangenti lacrime di sangue; non c’è posto per chi vede solo il male, né per chi vorrebbe una Chiesa triste, matrigna e “talebana”, che parla elegantemente in latino, inscenando trionfalistiche cerimonie, solennemente vuote di divinità, perché vuote di umanità. Rifiutando l’invito di Dio o non indossando l’abito della festa, ci riduciamo ad assomigliare a quei “profeti di sventura” che vedono il male e il diavolo dappertutto e “minacciano” una fine del mondo imminente: la intravedono in ogni disastro, per poi darne la colpa a chi la pensa o agisce diversamente da sé: agli atei, ai comunisti, ai gay, ai musulmani, ai teologi della liberazione… 

Anche sulle nostre spalle, proprio come un abito, grava la responsabilità di essere coscienza critica del nostro tempo, abbiamo il dovere della denuncia di tutte quelle situazioni che umiliano gli esseri umani e Gesù Cristo in essi, abbiamo il dovere di aiutare ogni oppresso a liberarsi, così che possa partecipare alla festa. Come profeti di speranza dobbiamo levare la nostra voce, senza paura delle conseguenze che ce ne potranno derivare, senza calcoli, animati dalla forza dello Spirito Santo. E come i profeti, dobbiamo denunciare le ingiustizie con il gesto oltre che con la parola, sapendo che il nostro modo di fare potrà risultare non accetto a molti, anche a quelli di “casa nostra” o di “Chiesa-nostra”, a quelli delle nostre stesse comunità, della gerarchia, che cercheranno di screditarci e di “buttarci fuori”, in una situazione assurda e capovolta rispetto al Vangelo: chi è senza abito nuziale, o addirittura chi non ha risposto all’invito ma ha fatto carriera, butta fuori chi l’abito della festa lo indossa con orgoglio.”
(don Vitaliano Della Sala, Adista Notizie n° 31 del 16/09/2017)