Si è parlato molto dell’invisibilità di noi donne nella Chiesa come anche del nostro silenzio. Adriana Valerio, per esempio, scrive della «esigenza di dare visibilità a quelle donne che sono uscite dall’anonimato e dal silenzio per irrompere nella storia» (Cristianesimo al femminile,1995, p. 5) e anche io avevo usato l’idea di passare Dal silenzio alla parola. Tuttavia, credo che sia giunta l’ora di cambiare prospettiva. Non è che noi donne siamo invisibili ma, come Valerio aveva osservato altrove (1990), è la nostra presenza che è stata negata. Detto altrimenti, sono gli uomini a non vederci. Non è che come donne stiamo in silenzio, sono gli uomini a non ascoltarci quando parliamo, a non leggerci quando scriviamo, a non partecipare quando discutiamo. Così Giancarla Codrignani dichiara sconsolatamente: «Ma nessuno accoglie le riflessioni delle teologhe femministe» (2011, p. 135). 
Sì, sembra che gli uomini abbiano occhi per vedere ma non ci vedano, orecchie per sentire ma non ci ascoltino. Come scrive la sociologa Anna Simone, «il quadro sociale è piuttosto chiaro: le donne hanno fatto grandi passi in avanti, gli uomini e la società» (figuriamoci le Chiese) «fanno fatica a recepirlo» (2014, p. 90). Perciò cominciamo a pensare, insieme a lei e a qualche altra, che la vera questione sia maschile

SOGGETTI PARZIALI

Il punto di partenza del pensiero delle donne è sempre stato un’analisi delle relazioni asimmetriche tra uomini e donne. “Raddrizzando” – per usare l’espressione della teologa statunitense Carter Heyward – uno dei due termini della relazione per renderla simmetrica, si presupponeva che l’altro cambiasse di conseguenza. 

Mary Daly, infatti, scrivendo agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, aveva pensato che il movimento delle donne avrebbe trascinato con sé anche gli uomini, i quali, ascoltando le nuove parole delle donne, si sarebbero messi in discussione scoprendo una nuova soggettività tutta loro. Eppure questo non è (ancora) accaduto. O forse sarebbe meglio dire che, dopo cinquant’anni, siamo solo agli inizi di un processo che si annuncia lungo e travagliato come qualsiasi parto: la nascita di un nuovo modo di essere uomini, ma anche di nuove parole per dirlo.

Ecco cosa avremmo voluto noi donne! Che gli uomini, fratelli di fede e compagni di percorso, si lasciassero interrogare dalle parole che stavamo imparando a dire e, per dirlo insieme al pensiero della differenza, riconoscessero e assumessero la propria parzialità di soggetti sessuati al maschile indagando di conseguenza la propria collocazione come uomini in una società e in una Chiesa patriarcali.
Ritengo tuttora che questo sia il sine qua non di relazioni reciproche tra uomini e donne nelle Chiese, base di nuove configurazioni di potere nonché di una nuova fedeltà al Vangelo. Qualcosa, forse, comincia a muoversi grazie, da un lato, a gruppi storici come “Uomini in cammino” (a Pinerolo) o “Maschile plurale” pronti a dialogare con diverse realtà ecclesiastiche, e, dall’altro, al complesso evolversi della relazione tra i generi negli ultimi decenni.
Un’assemblea di “diversamente uguali”
Forse vale la pena ripristinare alcuni elementi di questa visione, soffermandoci su alcuni versetti del Vangelo

Mi riferisco al modo in cui Gesù utilizza termini di parentela per riferirsi a coloro che si riuniscono intorno a lui per ascoltare e mettere in pratica la sua parola. Due cose ci appaiono fondamentali. 

In primo luogo, come da tempo si è messo in evidenza, la figura del padre è assente da questa nuova comunità: «Poiché chiunque avrà fatto la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello e sorella e madre» (Mt 12,50). Non solo, ma altrove Gesù espressamente proibisce l’uso della parola “padre” per designare persone all’interno della comunità nascente, «perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli» (Mt 23,9). Siamo davanti a una di quelle istanze in cui la figura paterna di Dio viene usata non per confermare il patriarcato bensì per contestarlo.

Era così difficile dare retta alle parole del Maestro? A questo punto potremmo notare che Gesù ha già tassativamente vietato il riprodursi di relazioni gerarchiche tra i suoi seguaci, i quali non devono “signoreggiare” gli uni sugli altri (Mc 10, 42/Mt 21,25). Non basta, però, come abbiamo visto, che si trasformi solo uno dei termini della relazione. In secondo luogo, quindi, viene specificato che nel movimento che si raccoglie intorno a Gesù ci sono sia fratelli che sorelle. Detto altrimenti, si dà nome e visibilità alle donne delle prime comunità cristiane. «Poiché chiunque avrà fatto la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello e sorella e madre» (Mt 12,50).

Questo episodio riportato dai tre Vangeli sinottici ci suggerisce cose interessanti non solo riguardo alla famiglia tout court ma anche riguardo alla Chiesa

Dimostra cioè che le donne facevano parte integrante del movimento di Gesù e che la loro presenza era da lui riconosciuta e elaborata. Questa notizia ci appare incontrovertibile in quanto all’epoca della stesura dei Vangeli era già iniziata una certa patriarcalizzazione delle Chiese

Secondo alcune studiose, la figura di Dio Padre in Matteo non ha tanto a che fare con chi è Dio in se stesso («nei cieli») quanto con il tipo di relazioni che devono vigere nella comunità che Gesù sta creando. Non tanto con la relazione verticale, quindi, quanto con le relazioni orizzontali in cui la differenza sessuale è esplicitata: «Mi è fratello e sorella».

In altre parole, l’immagine di Chiesa cui rimandano le persone riunite intorno a Gesù non è monosessuata, non è configurata né in modo patriarcale né in modo fratriarcale, bensì come un’assemblea di “diversamente uguali”

Assemblea in cui non solo le sorelle si confrontano con i fratelli riconoscendo la parzialità del proprio genere, ma anche i fratelli si confrontano con le sorelle riconoscendo la propria differenza sessuale. Detto altrimenti, stiamo rivisitando, rafforzate e rafforzati da anni di elaborazione teologica da parte delle donne, l’idea della “comunità di donne e uomini nella Chiesa” o, per citare un incontro più recente organizzato dall’Associazione Teologica Italiana e dal Coordinamento delle teologhe italiane, di “Una Chiesa di donne e uomini” (Simonelli e Ferrari).

Da dove iniziare un percorso del genere? Anche qui teologhe come Elizabeth A. Johnson e Letty Russell ci vengono in aiuto attraverso l’uso che fanno del concetto di conversione. Pensiamo che lo stesso cristianesimo decostruisca la soggettività tanto maschile quanto femminile inscritta nel rapporto asimmetrico tra i generi. L’apostolo Paolo, per esempio, ri-scrive il proprio itinerario personale modellandolo su quello di Cristo «il quale non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò se stesso…» (Fil 2,6). Nella stessa lettera egli elenca le cose di cui si era spogliato – «io circonciso l’ottavo giorno, della razza di Israele, della tribù di Beniamino, fariseo» (3,5s.) e via dicendo. Queste cose alla base dell’identità dell’apostolo ora vengono da lui considerate “un danno”, tanta spazzatura di cui liberarsi in modo «da essere trovato in Cristo non con una giustizia» sua (3,9). La giustizia sua, in questo caso, consisterebbe nella sua genealogia impeccabile di cui la maschilità seppur non nominata è fondamentale. In altre parole, mentre abbiamo scoperto come donne che il nostro essere donna non comporta nessuno svantaggio (o danno) davanti a Dio, ora stiamo dicendo che l’essere maschio non comporta nessun vanto (o guadagno).
Forse per gli uomini (e per alcuni più di altri) è giunto il momento di non aggrapparsi più all’idea di essere al centro dell’ordine sociale e simbolico, ecclesiale e teologico.
«Se gli uomini non si ritraggono davanti alla buona novella perché questa comporta la perdita di privilegi e prestigio immeritati o un lungo viaggio in territori inesplorati, possono riuscire a diventare degli esseri umani», scriveva Daly (p. 207). Le Scritture parlano continuamente di uomini che fanno lunghi viaggi in territori inesplorati sorretti dall’amore di Dio e guidati dalla sua luce per diventare degli esseri umani. Esseri umani in grado di risolvere la questione maschile costruendo insieme alle donne relazioni reciproche in quella comunità di sorelle e fratelli che si riunisce intorno al Messia Gesù, la Chiesa.

(testi tratti da Adista Documenti n° 10 del 12-03-201)



Elizabeth Green è teologa femminista, pastora presso le chiese evangeliche battiste di Cagliari e Carbonia. Tra le sue pubblicazioni: Dal silenzio alla parola. Storie di donne nella Bibbia (2007), Il filo tradito. Vent’anni di teologia femminista (2011) e Padre nostro? Dio, genere, genitorialità. Alcune domande (2015)