La frase di Hannah Arendt sul duce a cavallo di Bolzano: uno schiaffo al presente più che al passato

“(…) Nessuno ha il diritto di obbedire significa, specularmente, che tutti abbiamo il dovere di disobbedire. Ma se quest’ultima proposizione non abbisogna di ulteriori spiegazioni tanto per chi ne fa un indirizzo di vita quanto per chi la trova troppo radicale, la prima è invece sottilmente ermetica e richiede a tutti un momento di riflessione. 

Cosa significa che nessuno ha il diritto di obbedire? Che sotto ogni governo e, si badi, specialmente sotto quelli in cui i diritti civili, sempre ostentati, più facilmente vanno persi perché la forma della propaganda sostituisce la sostanza della libertà, nessuno ha il diritto di lasciare che gli altri decidano per lui, di “distrarsi” e “dormire”, perché ciò corrisponde di per sé a una forma di obbedienza, cieca e irresponsabile quanto quella che si dispiega nelle adunate oceaniche di ogni totalitarismo passato e presente. 

Rifiutarsi di obbedire significa quindi prendere nelle proprie mani, e custodirlo, il fragile bene della libertà, affinché venga affidato intatto alle generazioni future. Rifiutarsi di obbedire significava, nel nostro caso, obiettare, al momento della pubblicazione del bando per il concorso di idee,  che esso nasceva sotto l’infausta stella di un atto autoritario e sprezzante del potere politico, quello cioè con cui si è imposto che il fregio venga coperto quando, è bene ricordarlo, ampi settori dell’opinione pubblica non solo di lingua italiana chiedevano solamente che esso venisse spiegato e contestualizzato. E tutto ciò anche a prescindere dalle obiezioni, che noi stessi abbiamo avanzato, di tipo giuridico (quanto vale la lettera di Bondi? Quanto la norma sulla Tutela degli insiemi del Comune di Bolzano che vieta qualsiasi manomissione di quel palazzo, oltretutto inserito tra i beni storico-documentari della città?) e politico (che diritto ha il potere provinciale, con il pretesto di una pacificazione mai prima cercata attivamente, e non certo per pigrizia, di aizzare gli uni contro gli altri per il proprio tornaconto elettorale?).

Bisognava disobbedire prima, quando assessori provinciali, pagati anche da chi non li ha votati, e teoricamente al potere per il perseguimento del bene di tutti, marciavano alla testa del corteo dei lumini e molti cittadini, anche se non tutti, esercitavano gioiosamente il proprio diritto all’obbedienza. Forse il primo rifiuto al diritto di obbedire sarebbe stato mandarlo deserto, questo concorso di idee, perché fasullo: sembra coinvolgere i cittadini ma in realtà ne disprezza le opinioni, perché il problema dei problemi non era il colore delle mutande da mettere a Mussolini, ma se è giusto o meno mettercele. Su questo il potere non ha coinvolto nessuno, e ha perso così l’ennesima occasione per mostrarsi non autoritario ma autorevole, non manesco ma forte, non modesto (la modestia è la virtù delle persone modeste) ma umile, e sereno nell’attesa del futuro.  

La frase della Arendt, oltretutto riportata in tre lingue, occuperà molto spazio sull’edificio, e finirà con l’occultare e dissimulare, come appunto ha chiesto il potere. Molto meglio, quindi, anche in omaggio alla grande filosofa tedesca, che essa venga semplicemente proiettata con un fascio di luce, impalpabile e indistruttibile come la libertà. Per forza di cose non si vedrebbe sempre ma solo di notte, metaforizzando così il sonno della ragione, e l’intermittenza dello spirito critico che così bene caratterizzano il nostro tempo.  Si vedrebbe solo quando il sole torna alle sue tenebrose sedi occidentali, lasciando la nostra stirpe al più antico e terribile dei dubbi: ci saremo ancora domani? Risorgeremo noi pure nel sole del mattino? E chi saremo, in quel sole?”.

(Umberto Tecchiati, Presidente di Italia Nostra a Bolzano, per l’articolo completo: https://italianostrabz.wordpress.com/2011/04/26/la-frase-di-hannah-arendt-sul-duce-a-cavallo-di-bolzano-uno-schiaffo-al-presente-piu-che-al-passato/ )