Molti mi chiedono perché io mi riferisca spesso nei miei discorsi, nelle mie omelie e anche qui sul blog a letture “incarnate” della realtà, perché io cerchi di mettere in evidenza in ciò che succede, l’aspetto politicamente rilevante (ad esempio il preoccupante avanzare delle destre, l’orrore della violenza e della discriminazione, l’ingiustizia nel mondo del lavoro, la titubanza della mia stessa Chiesa nel liberarsi dal fascino del potere…).

Gesù stesso si è occupato di politica. Politica intesa come capacità di leggere il suo tempo, coglierne i limiti, non accettarne passivamente le chiusure e dunque di testimoniare un modo, sempre più pienamente umano, di vivere anzi di ben-vivere.

Gesù per questo ha stigmatizzato i potenti e i ricchi, gli orgogliosi della propria sapienza, gli accumulatori di beni, i violenti, i “religiosi” e gli “spritualisti”, i legulei, i mercanti del tempio… Non solo con la parola ma con la sua vita e soprattutto con la sua morte.

Tutti i profeti (sempre inascoltati!) hanno sottolineato questo: un uomo, che sia pienamente tale, non può astenersi dall’indicare ciò che è bene, ciò che è buono, ciò che è giusto, nè può esimersi dal condannare ciò che umilia il fratello, che lo priva di diritti, beni, progetti.

In America Latina la teologia della liberazione intendeva proprio questo: è inutile fare grandi discorsi di principio, elaborare teologie nel chiuso di asettiche “cupole”, se poi si ignorano i problemi che riducono continenti interi alla morte per fame. Dio infatti non sta nell’alto dei cieli, né nelle cattedrali dorate, né nei monasteri silenziosi e appartati, Dio sta nell’uomo che soffre, nel povero, nell’umiliato ma non perché resti tale (religione oppio dei popoli) ma perché venga redento riscattato qui sulla terra, liberato dall’oppressione che altri uomini esercitano su di lui.

Quindi la politica (con le sue scelte) è uno strumento non-violento a servizio dell’uomo. E se così non è il pericolo incombe, l’apocalisse si avvicina.

Il ruolo del profeta non è  quello di prevedere il futuro, egli non ha poteri straordinari, non è un visionario: egli è un uomo che sa cogliere i segni dei tempi, sa vedere con la sua intelligenza, la sua capacità di riflettere, la sua sete di verità, le strategie di dominio ancor prima che producano i loro frutti amari e ci chiede conversione e testimonianza.

Parlare di Vangelo dunque, senza parlare di politica, permette quell’atteggiamento perverso di sentirsi giusti pur continuando a fornicare con il potere e con l’avere,  di pregare solo per proteggere i propri affari e allontanare la mala sorte, di considerare lo “spezzare il pane” solo una rievocazione magica, una devozione, un’azione autoreferenziale. Io e Dio. E che il mondo si arrangi!

Certo i partiti hanno deluso perché si sono rivelati solo strumenti per la conquista del potere, perché sono diventati schiavi di interessi particolari, perché si sono allontanati da quel popolo che dovrebbero rappresentare. E nella loro rovinosa caduta hanno trascinato anche la Politica, che per dirla con don Milani è l’arte di “uscirne insieme”!

Molti infatti per questo non votano. Per disillusione, per delusione, per amarezza. E non senza dolore.

Ma noi che abbiamo ricevuto con la Parola il dono della profezia, noi che conosciamo la meta, dobbiamo porci come comunità alternative, che sappiano vivere e testimoniare la fratellanza e la giustizia, che sappiano costruire un mondo altro, umano e solidale…

Noi abbiamo l’obbligo della speranza. Noi che diciamo di credere nella resurrezione.
(don Paolo Zambaldi)