“Questa canzone la dedichiamo a quelli che Platone chiamava, in modo addirittura poetico, i figli della luna: quelle persone che noi continuiamo a chiamare gay oppure, per una strana forma di compiacimento, diversi se non addirittura culi. Ecco, mi fa piacere cantare questa canzone, che per altro è stata scritta per loro una dozzina di anni fa, così a luci accese anche a dimostrare che oggi, almeno in Europa, si può essere semplicemente se stessi senza più bisogno di vergognarsene”.

Fabrizio De Andrè a un concerto tenuto al Teatro Smeraldo di Milano, 1992.

 

Andrea, contenuta nell’album Rimini (1978)