GIACOBBE (Gen 25,19-36,4)


Testi liberamente tratti da :

-Brueggemann W., Genesi, Torino, Claudiana, 2002;



1) Nascita di Esaù e Giacobbe (Gen 25,19-34)

2) Esaù cede la primogenitura (Gen 25,29-34)

3) Giacobbe si fa benedire (Gen 27,1-45)


Nella Genesi il ciclo di Giacobbe è quello che descrive Israele nel suo aspetto più terreno. Se lo si giudica in base ai canoni religiosi e morali tradizionali non risulta certo edificante, anzi, può apparire addirittura scandaloso. Giacobbe vi è presentato senza abbellimenti, nella sua rozza commistione di pulsioni. Un vero “delinquente”, a confronto del nonno Abramo, uomo di fede, e del padre Isacco, uomo di successo.

Il pensiero teologico di questo ciclo è particolarmente realista e pragmatico. Il narratore sa bene che i disegni di Dio devono sempre farsi strada in un intrigo di interessi egoistici e mondani.

Il racconto si incentra fondamentalmente su due realtà. La prima, Dio ha scelto e designato in particolare quest’uomo, Giacobbe. In modo imperscrutabile Egli inverte il diritto naturale (la primogenitura) e ancora una volta elegge una creatura “ignobile e disprezzata”. La seconda, questa elezione di Dio è portatrice di quella tribolazione che segnerà l’intera vita di Giacobbe.

Sebbene eletto da Dio, Giacobbe avrà una vita contrastata, entrerà in conflitto con tutti. Motivo principale di questo ciclo è appunto elezione/vita contrastata. Apparentemente è proprio l’interesse di Dio per quest’uomo a causare conflitto. Ma sarà poi questo stesso interesse a risolvere tutti i conflitti a suo favore.

1)    Nascita di Esaù e Giacobbe Gen 25,19-28

Con questa sezione ha inizio la storia di Giacobbe. Essa è suddivisa in due parti. I versetti 19-28 presentano la nascita di Esaù e Giacobbe e il mistero prenatale che la contrassegna. Il secondo elemento (vv.29-34) presenta il noto episodio in cui i due fratelli concludono l’affare dello scambio tra cibo e primogenitura. I due elementi contrappongono l’imperscrutabile potenza di Dio e la scaltra astuzia del desiderio umano.

Il destino prenatale (v.19-28)

Vista la genealogia ci si aspetterebbe che il passaggio alla generazione successiva avvenga in modo agevole e sereno…

·         Ma invece la nascita deve realizzarsi in un contesto di sterilità (v21). Questa nuova generazione inizia come era accaduto ad Abramo e Sara. Ma c’è un’incongruenza qui. Il padre è figlio della promessa. La madre è di alto lignaggio. Ma anche questa unione, la migliore possibile, è ugualmente funestata dalla sterilità. Non esistono garanzie naturali per il futuro; non esistono strategie per assicurare la prosecuzione della famiglia. Si deve fare affidamento solo, ancora, sulla potenza di Dio. La promessa (= realizzazione del progetto di Dio per l’uomo), infatti, esige l’abbandono dell’auto- determinazione, dell’iniziativa autonoma, delle certezze e l’accettazione della precarietà. E’ solo Dio a dare la vita. Qualunque pretesa che il futuro sia garantito da diritti e privilegi è un’illusione (“ ..e non crediate di poter dire fra voi: abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre” Mt 3,9).

·         In questo racconto il ruolo della madre e del padre è pregare, affidarsi unicamente a Dio. Pregare è sapere che la vita è data come dono. Sara e Isacco e tutti quelli che vengono dopo di loro in questa famiglia della promessa, sono figli di un dono. “…Egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio: a quelli … che credono nel suo nome, i quali non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo, ma son nati da Dio” Gv 1,12-13. Chi si sforzerà di comprendere questo testo, di “entrarvi” veramente, potrà scoprire di essere figlio/a della promessa, generato/a soltanto dal volere della potenza di Dio.

·         Così è per questi due gemelli. Essi non sono solo nati. Sono chiamati. Vivono perché alcune preghiere hanno avuto risposta e alcune parole sono state proferite. Il loro destino è preordinato a Colui che con la sua parola ha infuso in loro la vita.

·         La nascita pur essendo un dono avviene in un contesto conflittuale. (vv.22-28). Sin dall’inizio Giacobbe è destinato a essere uomo di conflitti, di lotte, di contrasti. I segni paradossali del dono e del conflitto dominano il ciclo di Giacobbe.

Il conflitto è palese a Rebecca, sin da prima della nascita, quando ancora porta in grembo i gemelli (v 22).

·         La profezia del v.23 va contro ogni saggezza tradizionale (legge della primogenitura) e fa una profonda affermazione teologica. Afferma che non viviamo in un mondo in cui tutte le possibilità sono lasciate aperte, e noi si possa scegliere a piacimento la nostra condizione. Non nega la libertà. Ma ci chiede di considerare anche il destino, cioè l’azione di questo Altro, che vuole aver voce in capitolo sul futuro.

·         Questa profezia parla di un’inversione. Afferma che noi non siamo destinati ad aderire al mondo com’è organizzato attualmente. Essa infatti mette in discussione la legge non scritta della primogenitura e questo per gli ebrei era interferire con un principio fondamentale della società. Dio quindi opera una sostanziale scandalosa inversione del diritto sociale.

La profezia rivela qualcosa di cruciale su Dio. Afferma che in virtù della promessa egli è libero di realizzare il proprio volere a dispetto di qualsiasi convenzione umana e di qualunque definizione del diritto.

·         Questa profezia anticipa e influenza l’affermazione evangelica secondo cui “gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi” (Mt 19,30). In quel mondo arcaico il figlio minore è “ignobile e disprezzato”, ma grazie alla potenza della profezia (e all’inganno!) questo figlio minore “soppianta” il fratello maggiore. L’ultimo diventa primo.

·         E tuttavia alla nascita Giacobbe non è primo. Egli viene alla luce per secondo (v 24-26). I due neonati vengono descritti, e viene data una spiegazione dei loro nomi (v25-26). Il nome di Giacobbe non è chiaro, ma di solito viene interpretato come “tallone”, cioè come colui che si fa strada a calci, o come il “soppiantatore”, colui che prende il posto del fratello gemello. (anche il nome allude a conflitti)

·         Come se ciò non bastasse i vv. 27-28 rivelano che non solo il nome, o la profezia, ma anche le preferenze dei genitori saranno foriere di conflitti e contrarietà per Giacobbe.

Il racconto urta la nostra sensibilità di moderni. Infatti esso non dissimula l’esasperazione di Rebecca (v22). Non cerca giustificazioni per la parzialità della profezia(v23). Non è imbarazzato ne si preoccupa, della smaccata preferenza dei genitori (v28). Mostra Dio e il suo “eletto”, il “minore”, schierati contro il maggiore, contro il padre e contro i principi tradizionali del privilegio di natura. Giacobbe è presentato come un’espressione visibile della grazia stra-ordinaria di Dio a dispetto delle ordinarie definizioni di realtà e prosperità. Giacobbe è uno scandalo fin da principio. La grazia di Dio è uno scandalo. Essa sovverte e rivoluziona il modo in cui vorremmo organizzare la nostra vita.

2) Esaù cede la primogenitura (Gen 25,29-34)

Il testo inizia e finisce con queste due affermazioni su Esaù

Esaù era affamato (v.29)

Esaù disprezzò la primogenitura (v.34)

·         Il dialogo è il mezzo che fa passare Esaù dalla fame iniziale al disprezzo finale. Nel suo primo intervento Esaù parla di fame e di cibo (v.30). Giacobbe abilmente cambia argomento (v.31). Di cibo non si parla più. Gli altri interventi riguardano il diritto di primogenitura e la cessione di questo diritto. Giacobbe è descritto come un affarista consumato. Pretende un giuramento solenne. Quasi come un dato secondario, il narratore registra che Esaù alla fine riceve il suo piatto di lenticchie.

·         Il racconto è costruito sul contrasto tra minestra e primogenitura. Il termine minestra è inusuale –qui è l’unica volta che viene usato nella Bibbia- ed entra a comporre un abile gioco di parole.

Minestra= ebr,’adom

‘adom= rosso (parola usata per descrivere l’aspetto di Esaù alla nascita v.25)

Minestra e rosso sono composte dalle lettere ‘dm le stesse che compongono “Edom” il popolo di cui Esaù è capostipite.

Così con questo abile gioco di parole “Edom/rosso/minestra”si afferma che Esaù è un uomo (e gli edomiti un popolo)che non può aspirare che a un po’ di minestra di lenticchie. Il contrasto implicito è l’affermazione che Giacobbe/Israele benchè minore, è destinato alla primogenitura.

a)    Il contrasto tra primogenitura/minestra non va interpretato come un contrasto tra spirito e materia. Il diritto di primogenitura è altrettanto materiale quanto la minestra di lenticchie. Da esso dipendono sicurezza, prosperità, fertilità e possesso della terra.

b)   Il contrasto è tra benedizione materiale differita e benedizione materiale immediata- Esaù è affamato e non sa aspettare. Non viene detto se anche Giacobbe sia affamato. Ma Giacobbe sa aspettare. Nel suo atteggiamento di fedeltà, Israele (di cui Giacobbe è figura) è preparato ad attendere, perché non dubita che Dio sia degno di fede. Attendere è possibile se non si dubita dell’esito ultimo dell’attesa. Ciò che è chiaro è che Giacobbe, a differenza di Esaù, crede in un futuro a cui Esaù è indifferente.

c)    Il contrasto è anche tra benedizioni materiali che possono essere fatte proprie, gestite, controllate e benedizioni materiali che possono essere ricevute unicamente come dono. Esaù è presentato come colui che nella vita è costretto a prendere l’iniziativa. Giacobbe è colui che dipende non dalle sue capacità/scelte ma dalla certezza della promessa di Dio. Tutto ciò non per esaltare la persona di Giacobbe, né per negare che sia astuto e scaltro. Non si sostiene qui, che egli sia buono, onesto o rispettabile. In questo ciclo queste distinzioni morali non hanno alcuna importanza.

Forse il racconto conosce a fondo la psicologia dei figli maggiori e dei figli minori. Forse il maggiore, che per nascita detiene rango e diritti, è abituato ad avere il controllo su tutto. Il minore viceversa, da una posizione di debolezza ha imparato ad accettare i doni che gli si presentano e ad affrontare i relativi rischi (vedi Lc 15,11-30 Il figliol prodigo)

3) Giacobbe si fa benedire (Gen 27,1-45)

Un dramma in quattro scene

ScenaI     vv.1-4      Il padre si accinge a benedire il primogenito

Scena II   vv.5-17    La madre architetta un inganno per favorire il secondogenito

Scena III   vv.18-29   Il secondogenito inganna il padre

Scena IV   vv.30-40   Il padre si dispera con il primogenito di quanto era accaduto

·         La scena I si apre con la decisione del padre di impartire la propria benedizione, trasmettere la promessa, e affidare l’eredità al figlio maggiore. Questo atto sembrerebbe essere l’appropriata conclusione della vita del padre. Sin qui tutto procede secondo le consuetudini.

·         Nella scena II entrano in scena l’astuta madre e il suo prediletto, il secondogenito. La scena non ha bisogno di commento: è chiaramente un atto di circonvenzione! Non ce lo si aspetterebbe, nella Bibbia, dal figlio che erediterà la promessa. Né da Rebecca che è disposta a rischiare la maledizione per il bene del suo prediletto (v 13)

·         Nella scena III si giunge al punto saliente:

a)            Il padre è ansioso di affidare il futuro al primogenito. Spinto dalla madre (e dalla profezia di 25,23?) a imporre la propria preminenza, Giacobbe si mobilita per cambiare la sua situazione. Per farlo va contro il volere paterno e contro tutte le convenzioni sociali. E, come era prevedibile non resta deluso. La spunta. Il padre impartisce la sua benedizione, ma non al figlio a cui l’aveva destinata. E’ evidente che contro Isacco opera una forza più potente della sola astuzia di Rebecca. La potenza di Dio opera a favore di Giacobbe.

b)            Sebbene impartita e ricevuta nell’inganno, la benedizione è potente e valida.

Essa riguarda cose come la terra, la fertilità, l’abbondanza, la prosperità-lo shalom (v.28).

Essa parla di cose riguardanti la storia, il potere politico, la preminenza (v29a). La benedizione fa che sia il maggiore a doversi inchinare al minore.

La benedizione più potente viene conferita la v.29b, con una formula che guarda indietro ad Abramo (Gen 12,3) e avanti, all’episodio di Balaam (Num 24,9). Ora il dado è tratto. La benedizione ha raggiunto il suo destinatario con un raggiro che trasforma il mondo.

·         Nella scena IV (vv.30-40) padre e figlio maggiore sono inizialmente all’oscuro della diabolica azione compiuta nel frattempo.

·         Poi tutto d’un tratto, la svolta, una svolta letteralmente tremenda: ”Isacco fu preso da un tremito fortissimo”(v33). In un istante ogni cosa gli è chiara. Il suo bel sogno di poter chiudere gli occhi in pace è stato infranto irrimediabilmente. E non solo il sogno ma anche la certezza di essere padrone in casa propria. Esaù fa una affermazione su cui entrambi sono d’accordo “Sono tuo figlio…il tuo primogenito” (v.32) Tra padre e figlio  c’è una profonda comunione. Entrambi sono disperati. Hanno subito un colpo mortale. Il narratore è discreto e non si intromette in questo momento delicato della loro vita. Il racconto offre ad ogni ascoltatore un momento di identificazione, semplicemente perché la vita è così.

·         Il figlio maggiore, il figlio del diritto non si rassegna e incalza il padre disperato:” Benedici anche me, padre mio” (v34). Ma il padre sa che non è in suo potere revocare una benedizione. Ogni padre vorrebbe dare il meglio al proprio figlio ma Isacco sa che la benedizione è più potente di entrambi. Che pathos circola tra il figlio che vuole a tutti i costi la benedizione e il padre che non la può concedere! Questo è un racconto che parlerà soprattutto a quei genitori che hanno visto vanificarsi i sogni che nutrivano per i propri figli. Tutti i genitori vorrebbero ”sistemare” i loro figli, fare in modo che abbiano il meglio. Ma non è in loro potere farlo, perché altre variabili incidono sul loro futuro, variabili contro cui essi non possono fare nulla. E così questo padre: è un misto di risentimento, frustrazione e dolore.

·         Ormai a mani vuote (v39-40). Isacco impartisce ad Esaù una benedizione che è impastata di lacrime di dispetto e delusione. Le ultime parole sono di flebile speranza (v40b). Il giogo sarà spezzato. C’è una remota prospettiva di libertà anche per questo “altro figlio”. C’è qui un’apertura, una magnanimità che richiede una visione che vada oltre Israele. C’è una promessa alle nazioni. Nel bel mezzo del colpo di mano di Giacobbe, viene qui prevista anche una liberazione per le altre nazioni. “Tu spezzerai il suo giogo dal tuo collo.”(v.40).

E’ ironico che il destinatario della benedizione diventi un fuggiasco. Giacobbe deve infatti affrontare il conflitto che un atto così sleale ha creato.

Giacobbe è in fuga da tutte le tradizionali norme sociali e famigliari. E’ in fuga dal ben ordinato mondo della legge. Il mondo respinge chi estorce benedizioni e primogeniture con l’inganno. Secondo tutti i criteri convenzionali una persona simile viene emarginata. Ma sebbene questo lo catapulti in un mondo ostile, Giacobbe ha ricevuto un dono: gli è stata offerta un’alternativa alle convenzoni del mondo.

Questa è la via di Dio: piena di pericoli e di promesse.