CHICAGO-ADISTA. Ha cominciato il padre Gary Graf, il 16 gennaio, e ora sono decine i religiosi e i sacerdoti di varie parrocchie della diocesi di Chicago ad annunciare il loro sciopero della fame contro le iniziative anti-immigrati del presidente Donald Trump e in solidarietà con i dreamers, i figli di coloro che emigrarono negli Usa perché credevano nell’american dream, il “sogno americano”, arrivati illegalmente da bambini. 

I dreamers che avevano meno di 31 anni al 15 giugno 2012 (circa 800mila persone), grazie al Daca, programma dell’amministrazione Obama, hanno la possibilità di rimanere nel Paese per due anni, studiando e lavorando legalmente. Trump sta cercando in tutti i modi di annullare tale programma.

Il digiuno si protrarrà per i 40 giorni della quaresima. Inizialmente saranno coinvolti 50 ecclesiastici che fanno parte del gruppo “Sacerdoti e Suore, Giustizia per gli Immigrati”, organismo nel quale convergono 54 ordini religiosi, ma finita la quaresima, se a Washington non sarà trovata una soluzione dignitosa per i dreamers, saranno prese in considerazioni altre tipologie di disobbedienza civile.

Già nel 2004 la Conferenza Nazionale dei Vescovi Cattolici chiedeva con forza la riforma migratoria. Da allora ha sempre reclamato l’intervento del Congresso per una regolamentazione non penalizzante per gli immigrati, e non solo dreamers, ma tutti coloro che, giunti negli Usa, non posseggono documenti e sono costretti a “vivere di nascosto”.

Trump non ha alcuna intenzione di recedere dalla sua decisione. L’AdnKronos del 12 febbraio riferisce che il presidente Usa, durante un incontro nello Studio Ovale con alcuni membri del Congresso che gli suggerivano il ripristino di protezioni per le migliaia di immigrati da Haiti, El Salvador e da alcuni Paesi africani, ha ripetuto, osserva l’agenzia, «parole pesanti e a dir poco inusuali per un presidente». «Perché gli Stati Uniti devono avere tutta questa gente da queste merde di Paesi?», ha chiesto retoricamente il Donald suscitanto un vespaio di reazioni.

Trump ha cercato di smentire con un tweet mattiniero: «Il linguaggio usato da me nell’incontro sul Daca è stato rude ma non ho usato quelle parole», ha scritto. «Ciò che è stato veramente rude è la bizzarra proposta che mi è stata fatta», ha aggiunto.

Ma a confermare la notizia è giunta una dichiarazione alla rete Msnbc del senatore democratico Dick Durbin, presente all’incontro nello Studio Ovale della Casa Bianca, secondo il quale Trump «ha detto queste cose piene di odio», «indegne e razziste» e le ha dette «più volte».
(Eletta Cucuzza, Adista, 14/02/2018)