Carissime/i condivido con voi la bellissima intervista che mi ha segnalato un’amica (Lucia)… sono parole che fanno riflettere e sanno essere dirompenti

Era già medico, ma al camice bianco ha preferito il velo, diventando così una monaca benedettina. Catalana, oggi è una delle teologhe più dirompenti della scena cattolica internazionale. “Dio chiede a noi donne – è il suo messaggio – di non lasciarci usare come oggetti di piacere sessuale”

 

Roma, 18 febbraio 2018 – All’abito bianco ha preferito il velo, alla corsia di ospedale la celletta di un monastero di clausura. Nei suoi libri, pagina dopo pagina, col bisturi della teologia ‘queer’ (oltre gli schemi) fende le metastasi del maschilismo e degli stereotipi di genere. Ex medico, femminista, in prima linea per i diritti degli omosessuali (in passato ha sostenuto le adozioni da parte di gay e lesbiche, non però l’utero in affitto), schierata a favore dell’indipendenza catalana, come argomenta in ‘Nazione e compassione’ (Castelvecchi, 2018), suor Teresa Forcades è di per sé uno schiaffo ai luoghi comuni sulle religiose. Pie, devote e al loro posto, non certo battagliere come questa monaca 51enne del monastero benedettino di Montserrat, 60 chilometri dalla sua Barcellona, che in ‘Siamo tutti diversi!’ (sempre per Castelvecchi, 2016) denuncia “una Chiesa misogina e patriarcale nella sua struttura”.
Che senso ha definirsi femminista in una società liquida come la nostra?

 

“Le parole sono limitate, ma rappresentano l’unico mezzo che abbiamo per esprimerci. Uso la parola ‘femminista’ per mostrare la mia solidarietà e gratitudine verso le donne che hanno riconosciuto e riconoscono il sessismo e desiderano superarlo. Per esempio: perché l’ammirazione per la bellezza femminile si trasforma in un motivo di sofferenza per tante donne? Come mai queste in Europa guadagnano in media il 16% in meno degli uomini?”.

 

Lei sostiene l’indipendenza della Catalogna da una prospettiva anti-capitalista: crede nel dialogo fra marxismo e cristianesimo?

 

“Non li pongo sullo stesso livello. Nella tradizione cristiana trovo un cammino di vita. in quella marxista alcune idee fondamentali per comprendere il carattere idolatrico e spietato del capitalismo. Non si può servire Dio e il denaro”.

 

Dalla politica alle battaglie di genere, come fa a conciliare un temperamento così poliedrico con l’intensa spiritualità richiesta a una monaca di clausura?

 

“Posto che la preghiera e il silenzio sono il completamento ideale al vigore della mia attività, il problema non sta nel carattere. Il nodo è il tempo, soprattutto quando sono fuori dal monastero. Allora ricordo il consiglio di san Benedetto per il quale vale di più una preghiera breve, ma autentica che quelle recitate senza cuore. Ciò detto, le cinque ore di preghiera quotidiana che abbiamo in comunità sono l’ideale per me”.

 

Che cosa dicono di lei le sue consorelle?

 

“Adesso siamo 27 e cʼè una grande diversità fra di noi. Alcune mi sostengono in modo entusiasta, altre sono più critiche. In generale, mi sento molto valorizzata dalle mie sorelle e mi rendo conto della forza che il loro affetto e il loro sostegno mi trasmettono”.

 

Prima di prendere i voti, si è laureata in Medicina e specializzata in Medicina interna. Perché ha lasciato il camice bianco per il velo?

 

“Nel 1995 ho alloggiato per un mese nella foresteria del monastero, volevo un posto tranquillo per preparare un esame di Medicina. Alla fine del soggiorno ho sentito che Gesù mi chiamava a essere monaca. Due anni dopo sono entrata nell’ordine. All’inizio il cambiamento mi è costato, ma l’esperienza personale è stata più forte. Non ho sentito voci, né avuto visioni: c’è stata una comprensione, una certezza interiore”.

 

Eppure la sua famiglia non è religiosa, vero?

 

“Non lo era. A partire dalla mia esperienza, però, ha conosciuto una parte della Chiesa cattolica che adesso le sembra molto vicina”.

 

Credere è una lotta perenne tra nulla e tutto, all’insegna del dubbio?

“Per alcune persone è così. Nel mio caso, no. La mia fede si è progressivamente sviluppata ed evoluta, ma non si caratterizza per la lotta, né per il dubbio. È un rendermi conto che si può amare sempre di più, si può sempre avere più fiducia. I miei dubbi, le mie lotte e le mie difficoltà sono con me stessa, non con Dio. Al momento l’ho sperimentato solo come amore incondizionato, libero e sorprendente”.

 

Prima di essere consacrata monaca ha mai pensato di mettere su famiglia?

“Pensavo che mi sarei sposata e sarei stata madre. Da piccola dicevo che avrei avuto nove figli”.

 

Un frate o una suora avrebbero diritto a essere liberi di scegliere se vivere o meno la loro corporeità?

“Non cercare gratificazione sessuale non significa non vivere la propria corporeità, né la propria sessualità. Pretendere di poter annullare o ignorare l’una o l’altra è repressivo e molto negativo umanamente. Santa Teresa di Gesù considerava normale, per esempio, che una monaca si innamorasse del confessore. Io, da monaca, mi sono innamorata tre volte, benché non del confessore. In ogni occasione è stato diverso sia negli aspetti fisici, sia in quelli emozionali, mentali, sociali o spirituali”.

 

Al di là dei paletti della morale cattolica, che cosa chiede Dio all’uomo in tema di sesso?

“Coraggio e sincerità. A noi donne, credo che Dio chieda di non lasciarci usare come oggetti di piacere sessuale, di superare la tentazione di compiacere gli uomini e di prendere più sul serio noi stesse. Chi sono io e chi voglio essere, indipendentemente da quel che vuole o desidera il mio partner? Ma è possibile avanzare in questo senso solo se lo si fa liberamente, non lo si può imporre”.

 

Papa Francesco, che più volte ha invocato una maggiore valorizzazione della donna nel popolo di Dio, avverte la dimensione patriarcale della Chiesa e cerca di superarla?

 

“Sì, credo che cerchi di archiviarla, ma che voglia mantenere al tempo stesso una visione stereotipata della femminilità che si complementa con la mascolinità”.

 

Pensa che la commissione di studio sul diaconato femminile, istituita da Bergoglio, possa contribuire a inserire anche le donne nell’ordine sacro?

 

“Direi di sì, anche se ufficialmente ha solo la missione di studiare il diaconato femminile come diverso dal diaconato maschile e non considerato come ‘ordine sacro’. Questa distinzione non è pervenuta a livello popolare e i credenti cattolici si stanno preparando psicologicamente a vedere donne cattoliche ‘ordinate’ da diaconesse. Non so se il Papa ne sia consapevole, ma ha aperto una porta che oramai non si potrà più chiudere”.

 

Gli studi di genere sono un valido strumento conoscitivo per archiviare gli stereotipi sul femminile e sul maschile, nella società come nella Chiesa?

 

“Dipende da quali studi. Esistono molte versioni di cosa sia il genere. Alcune mi sembrano molto valide e altre mi sembrano false. Mi pare altrettanto falso considerare che la femminilità e la mascolinità possano definirsi in modo essenzialista (come nella teologia del corpo di Giovanni Paolo II) quanto pensare che siano delle pure categorie culturali”.

 

Oggi l’attualizzazione della Teologia della liberazione coincide con la liberazione della donna dai luoghi comuni sul suo genere?

 

“Le diverse lotte di liberazione non si possono opporre tra di loro: oppressione economica, razzismo, sessimo, omofobia… Ogni persona deve affrontare lʼingiustizia che si trova davanti e ricordare, col Vangelo alla mano, che Dio non giustifica nessuna discriminazione e ci dà il coraggio per affrontarle”.

 

Nella Chiesa vanno liberate anche le persone e, forse ancora di più, le coppie omosessuali: non basta dire «Chi sono io per giudicare?». Non trova?

 

“Non basta, ma è un primo passo. Da quando è stato eletto papa Francesco, i teologi, che come me sostengono che lʼamore omosessuale è benedetto da Dio, non hanno più avuto problemi. Prima sì, cʼerano denunce e si viveva nella paura di essere censurati. Ora no. I cambiamenti più significativi arriveranno quando la maggior parte dei fedeli cattolici sarà pronta. Non desidero che vengano imposti dallʼalto, tramite il Papa”.

 

Si vede sempre monaca o teme che la Santa Sede, la stessa che nel 2009, attraverso l’allora ministro per i religiosi, il cardinale Franc Rodé, le chiese di aderire pubblicamente al magistero cattolico, possa toglierle l’abito?

 

“Mi vedo sempre monaca. Per me sarebbe un dramma un confronto con la Santa Sede che non si risolvesse in modo soddisfacente. Spero che non accada”.

 

Èqueer anche il Dio che incontreremo alla fine dei nostri giorni? Magari sarà donna e non avrà la barba come nel ‘Giudizio universale’ di Michelangelo.

 

“Non so come sarà Dio al di là dello spazio e del tempo, ma Lei stessa ci ha detto come è nello spazio e nel tempo: mi troverete in colui che soffre, in chi è nudo, in chi si trova in prigione”.
(Traduzione a cura di Cristina Guarnieri)
(Quotidiano.net, 21 febbraio 2018)