La Relazione governativa sull’export armato rivela che nel 2017 è stato raggiunto il record di vendite nel continente degli ultimi 10 anni: oltre 440 milioni di euro. Gonfiati gli arsenali di Kenya, Algeria e Camerun. Tra le banche armate, esplosi i conti correnti del gruppo Unicredit: 5 miliardi di euro (62,7% del totale). L’articolo di Nigrizia in uscita a giugno. 

L’espansione internazionale di Leonardo (ex Finmeccanica) prevede l’apertura di 3 nuove sedi di marketing in Africa tra quest’anno e il 2019: Algeri, Il Cairo e Luanda, in Angola. L’obiettivo, poi, è di aprirne altre due nel continente entro il 2022: Johannesburg (Sudafrica) e Niamey (Niger). Scelta, quest’ultima, che pare in linea con le politiche europee, che considerano il paese saheliano la barriera principale per il controllo dell’immigrazione.
L’offensiva commerciale in Africa del gruppo italiano conferma l’interesse per il continente dei grandi venditori di armi del Belpaese. Conferma che arriva anche dall’ultima Relazione governativa sull’export amato, pubblicata sul sito del Senato l’11 maggio. L’anno scorso è stato raggiunto il valore più alto delle autorizzazioni per esportazioni in Africa degli ultimi 10 anni: oltre 440 milioni di euro. Il 4,6% rispetto ai 9,5 miliardi che rappresentano il valore totale delle autorizzazioni (10,3 miliardi se si considerano anche licenze globali e intermediazioni). Non si tratta della fetta del mappamondo a cui vendiamo più armi (resta il Medioriente).
Ma la crescita africana è stata esponenziale: nel 2016 il valore delle forniture era stato di 136 milioni, pari allo 0,9% sul totale. Una crescita dovuta principalmente agli acquisti di tre paesi: Kenya (207,5 milioni di euro), Algeria (166,1 milioni) e Camerun (35 milioni). Sarebbe interessante conoscere quale specifico sistema d’armamento, prodotto da quale azienda italiana è finito negli arsenali di questi paesi africani. Ma la Relazione, purtroppo, non lo consente. Sappiamo solo che sono stati autorizzati alcuni generici sistemi militari finiti nella disposizione dei paesi. Ad esempio, per il Camerun è stata rilasciata una sola autorizzazione per armi automatiche, bombe, siluri, razzi, missili e apparecchiature elettroniche. È la prima volta che compare Yaoundé nella Relazione governativa. E proprio nell’anno in cui il paese ha vissuto una febbricitante tensione sociale, con la ribellione del sudovest anglofono, repressa duramente dall’esecutivo, che ha cancellato elementari diritti civili. Tutti fattori che avrebbero dovuto impedire, in base alla legge 185 del 1990 che regolamenta la materia, la vendita di armi a quel paese.
Divieti ignorati
Ma i divieti imposti sono spesso bypassati. I migliori “clienti” dell’Italia sono i paesi islamici dell’area mediorientale, alcuni impegnati nel conflitto yemenita. Una ricerca dall’istituto Demoskopika, dal titolo Italian Terrorism Infiltration Index 2018, ha rivelato che «ogni 100 euro incassati dalle imprese italiane per la vendita e la fornitura di armamenti, circa 50 provengono dai paesi battenti bandiera islamica. E la Relazione 2018 conferma questo trend. Degli oltre 9,5 miliardi di euro di autorizzazioni rilasciate dal governo Gentiloni nel 2017, poco meno della metà ha avuto come destinatario il Qatar (4,2 miliardi, per 7 corvette militari commissionate a Fincantieri). Ma in classifica ci sono anche la Turchia (266 milioni), il Pakistan (174 milioni), l’Oman (69 milioni), l’Iraq (55 milioni), l’Arabia Saudita (52 milioni), gli Emirati Arabi Uniti (29 milioni) e la Giordania (14 milioni).
Il valore complessivo delle autorizzazioni è calato del 35% rispetto alla cifra monstre del 2016 (14,6 miliardi). Quello del 2017 resta, comunque, il secondo valore più alto di sempre. E che il comparto armiero goda ancora di ottima salute in Italia lo rivelano i dati resi pubblici dall’Osservatorio Milex, tra i più accreditati centrostudi del settore: nel 2018 le spese militari italiane sfioreranno i 25 miliardi di euro. Un rialzo del 7% rispetto al 2017. Se si analizzano i 5 bilanci dello stato 2014-2018, c’è stata una crescita del 5% delle spese militari.
Ed è inevitabile che della ricca torta dell’industria militare ci si abbuffassero anche gli istituti di credito. Pure nel 2017 si è registrata l’esplosione dei conti correnti armati. Il valore degli importi segnalati (dopo l’ultima riforma legislativa non c’è più obbligo autorizzativo) è passato dai 7,2 miliardi del 2016 agli oltre 8 miliardi del 2017, frutto di 14.889 segnalazioni. Un boom inarrestabile se si osserva la crescita rispetto a solo tre anni prima: +220% (2,5 miliardi di euro, nel 2014).
Ma sarebbe un’analisi scivolosa ed erronea quella che indicasse una crescita generalizzata dei conti armati. Il gruppo Unicredit, infatti, si è rivelato il più avido. Da solo ha raccolto il 62,7% dell’ammontare complessivo delle transazioni bancarie legate alle sole esportazioni definitive. Una cifra che supera i 5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2016 (2,9 miliardi). Gli autori della Relazione hanno precisato che «l’importo complessivo attribuito a Unicredit spa. ricomprende anche transazioni, oggetto di accordi intergovernativi, dove la stessa banca è intervenuta come banca agente con funzioni amministrative per conto di un pool di istituti bancari». Resta, comunque, il dato che quasi due terzi del denaro che le grandi aziende armate incassano vendendo i loro prodotti all’estero sono transitati sui conti di quel gruppo.
Alle restanti banche le briciole o poco più. Deutsche bank, sul secondo gradino del podio, ha gestito meno di un miliardo (l’11,24%), in netto calo rispetto ai dati del 2016 (-22,8%). Ma chi ha fatto peggio (-50%) è stata Barclays, al terzo posto della classifica: 385 milioni di euro rispetto ai 771,8 del 2016.
Una analisi a parte merita il dato della bresciana Banca Valsabbina. A fine agosto 2017, infatti, l’istituto ha reso noto la sua «policy etica, per regolare i rapporti con le aziende che producono armamenti». Più di un analista l’aveva accusata di essere la banca d’appoggio della Rwm Italia, finita nelle polemiche per aver fornito le bombe all’Arabia Saudita nella guerra nello Yemen.
Nel 2017 la banca bresciana ha registrato uno dei cali più vistosi (-72,2% passando dai 369 milioni di euro del 2016 ai 102,8 del 2017) tra gli istituti in classifica. Troppo presto, tuttavia, per attribuire al codice etico questo risultato.
Questo l’articolo in pdf sulla Relazione governativa nel numero di giugno di Nigrizia

 (Gianni Ballarini, Nigrizia, 18 maggio 2018)