Non è stato facile per me mettermi a scrivere su questo tema. Ho “preso in mano” e poi “cestinato” l’idea un paio di volte… 

La miniserie tv si chiama “Il miracolo” ed è andata in onda su Sky a partire dall’ 8 maggio 2018. La trama, per chi non avesse visto o almeno letto, parte da un’operazione di polizia in un covo di un boss della ‘ndranghetadove viene ritrovata una statuetta di plastica della Madonna che inizia a piangere sangue. Questo evento, inspiegabile ed inquietante, sembrerà poi avere un effetto “particolare” sulle vite delle persone che ne entreranno in contatto.

Una premessa a quanto seguirà in questo testo è doverosa… Personalmente ho sempre, e continuo a farlo, apprezzato molto Niccolò Ammaniti come scrittore. Fango, Ti prendo e ti porto via, Io non ho paura, Come Dio comanda…sono tutti libri che ho letto con piacere e che hanno avuto la capacità di coinvolgermi. Nelle sue atmosfere un po’ dark, alla “Blade Runner”, con un umorismo triste e dissacrante, è riuscito sempre ad offrire personaggi originali e credibili ed alcune istantanee sulla vita (spesso ai margini) e sulla realtà di questa nostra Italia. 

“Il miracolo” è la prima esperienza di Ammaniti dietro alla macchina da presa, nel difficile ruolo di autore e regista. E naturalmente il giudizio è condizionato da altri fattori: la sceneggiatura, la capacità espressiva, la capacità di veicolare un pensiero attraverso l’immagine.

Innanzitutto è necessario, secondo me, dividere questo giudizio in due parti: prima “il miracolo” come prodotto televisivo/cinematografico e poi l’aspetto religioso/cristiano che vi è sotteso.

Questa serie è sicuramente realizzata molto bene, ben girata, coinvolgente, con attori che sanno recitare (sempre più raro nel nostro paese…) ed interpretano bene le loro parti dando ai personaggi un  tragico realismo. Forse una piccola critica alle atmosfere e a certi ambienti/riprese troppo “alla Gomorra”. Non sono un critico cinematografico, ma solo un appassionato di pellicole e confesso di aver seguito tutta la serie con interesse. Una cosa che mi ha fatto notare un’amica e a cui non avevo pensato è un tocco di misoginia (forse involontaria?) da parte dell’autore. Tutti i personaggi femminili sono negativi, paranoici e oscuri…

Si va infatti dalla first lady italiana psicotica e ninfomane (interpretata da una bravissima Elena Lietti) con una figlia molto strana e ossessionata dalla morte, una governante polacca ed inquietante (scusate la tautologia), all’agente della scientifica instabile e repressa, all’ assistente del primo ministro fredda, cinica e doppiogiochista. A chiudere il cerchio c’è la “stalker” di un sacerdote problematico e il gruppo delle madri/nonne credulone, ridicole, malvage o alienate. A questo “coro femminile” si affiancano figure di uomini deboli, in generale insicuri, solitamente manipolati o manipolabili… unica eccezione (forse) è costituita dal generale Giacomo Votta che almeno conserva un minimo di dignità.

E alla fine c’è lei… Alta circa 60 cm, peso circa 2 kg, fatta di resina plastica e che “piange” 90 litri di sangue umano al giorno: una statua di Maria, la Madonna.

E qui si apre il secondo “capitolo” riguardante questa serie tv e in particolare il modo con cui viene trattata la fede, la spiritualità e la preghiera… oltre ovviamente la figura (eternamente usata ed abusata) di Maria di Nazareth.

Non posso nascondere un lieve fastidio che mi aveva colto già dalle prime immagini… sensazione che è andata aumentando nel corso delle puntate e che mi ha posto domande di senso.

Vogliamo ancora veramente ridurci, come italiani e come cattolici, ad adoratori di statue piangenti vari tipi di liquidi? Questa è l’espressione di una fede  o solo l’esaltazione del magico, del pagano, della superstizione? 

Questa serie non è un trattato teologico, nè un documentario, nè l’espressione di una corrente di spiritualità… questo è vero, ma è sicuramente il tragico specchio di una realtà ancora molto presente in Italia.

Il tema del sangue è centrale (e si dovrebbe fare un lungo discorso sulla valenza “sacrificale” del sangue nell’immaginario cattolico) ed unito alla figura della Madonna fa emergere il quadro di una spiritualità tanto ancestrale quanto inquietante.In Italia (come nella maggior parte dei paesi latini ed alcuni dell’est-Europa) questo paganesimo viene ancora  purtroppo consentito e spesso fomentato dalla Chiesa stessa. Basti pensare a S.Gennaro a Napoli, alle stigmate di padre Pio, alle apparizioni, ai vari “miracoli eucaristici”…

La fede nel Dio dei patriarchi, dei profeti, di Gesù di Nazareth viene così ridotta a una superstizione che perverte il messaggio evangelico.  Ai fedeli infatti non viene più chiesto di contribuire alla costruzione del Regno, di vivere in questo mondo accogliendo il prossimo (specialmente chi è ultimo) di essere  capace di vedere in lui il volto del Cristo che entra nella storia. Viene loro consentito di “usare” il prodotto “fede”.

Infatti in questa prospettiva la figura di Maria  rimane un’entità astratta e ridicola, un’esecutrice di miracoli, capace di intercedere per noi presso un Dio “padre padrone”. E dietro a queste immagini stereotipate rischiamo di perdere la realtà e la grandezza di una delle bellissime figure di donne forti che (non a caso) la Scrittura ha voluto regalarci come guida e come esempio… Una donna coraggiosa, capace di scommettere, come tanti e tante prima e dopo di lei, la sua intera esistenza su una promessa, su quella Parola in grado di trasformare il mondo e la vita…

In questo contesto, e ciò è ben chiaro nella serie di Ammaniti, la preghiera assume tre false dimensioni: la richiesta/sacrificio (do ut des)che convince di poter mercanteggiare con Dio: incarnata dal primo ministro che prega per il figlio morente; la disperazione, ovvero la preghiera costantemente collegata all’impotenza umana: onnipresente nella serie; la fuga dal mondo/dalle responsabilità/dalla realtà con i suoi problemi: espressa visivamente dalla preghiera intimista e avulsa della bambinaia polacca che finisce per contagiare persone che hanno subito un trauma.

Nulla di tutto questo può essere considerato vicino allo spirito della preghiera biblica che invece è relazione con Dio e relazione con i fratelli. Una preghiera che non può ridursi ad intimismo o cedere a fughe, ma che esige una conversione radicale della nostra vita e del nostro cuore, una preghiera che non ha bisogno di “dolorismi” o miracoli ma che ci renda più adulti e consapevoli…

Una preghiera che aiuti a costruire quei “cieli e terre nuove” in cui regni la pace e la giustizia, la fraternità e la gioia.

don Paolo Zambaldi