Nessuno prima di lui aveva intuito in modo così profondo il significato della prima beatitudine. “Beati i poveri perché di essi è il regno”.
Nessuno aveva nemmeno immaginato che si potesse viverla in maniera cosi radicale e sublime, né soprattutto che la si potesse scegliere come unico mezzo per realizzare l’amore per gli uomini.
Il mondo infatti non ama il povero, ha orrore della povertà. Nel primo testamento essa è vista  come una punizione. Per questo la parola di Gesù, scandalosa e rivoluzionaria, è stata mediata, ammantata di spiritualità e tragicamente disattesa. 
Francesco era ricco. Egli aveva sperimentato il gusto del guadagno, la soddisfazione dello spendere. Era stato testimone dell’avidità, del lucro e aveva amato la follia dello sperpero con gli amici.
Avarizia e prodigalità, due aspetti differenti della prigione in cui il denaro chiude l’uomo.
Dopo aver toccato il fondo di una vita fatta di facili illusioni, di allegrie senza gioia, di una noia mortale dissimulata tra mille divertimenti, emerse lentamente, maturando la sua “conversione/cambiamento”.
Egli scelse la povertà, considerandola il più grande strumento posto nelle mani dell‘uomo per giungere alla libertà e all’amore autentico per il prossimo. Libertà e amore due aspetti inscindibili della sua “profezia”.
Il suo abbandono della casa paterna, con tutti i privilegi della sua posizione, ci svela che non si può dirsi dalla parte dei poveri, se non si ripudia tutto ciò che serve come auto affermazione, come potere sugli altri uomini, se si ha la costante preoccupazione di difendere, accumulare, misurare, pesare i propri averi,  i propri doni.
Non si può dirsi dalla parte dei poveri se si condividono i beni lasciandoli cadere dall’alto di una comodità piccolo-borghese che non si vuole assolutamente rischiare. Non si può dirsi dalla parte dei poveri se, come Francesco non si fa parte della loro vita, se non si condivide la loro indigenza, la loro fragilità, la loro semplicità.
Francesco non ha dato ai poveri soldi o garantito sostentamento. Ha dato se stesso. Ha scelto di amarli facendosi concretamente povero.
Una scelta radicale.
Solo chi ha “scelto” di non avere nulla è infatti veramente libero, è povero coi poveri, ha diritto di dirsi cristiano.
Gesù infatti non ha insegnato la povertà come umiliazione del corpo, come privazione dei beni, come miseria, ma come scelta liberante.
E Francesco  non “predicò la verità” non spiegò e non commentò nessuna dottrina. 
Mise in atto una fraternità attenta, dolce, disponibile; visse tra gli ultimi, come ultimo.
Quest’idea profonda che possedere è un male, che è meglio essere poveri, che il denaro è una schiavitù, che la condizione di chi non ha nulla è superiore a quella di chi ha molto, che non vi è altro bene al mondo se non l’abbandono e la fiducia in Dio, che la parte migliore è quella della creatura che non semina e non miete, che non pigia nelle sue cantine, né accumula nei suoi granai, che questa è la vita nobile, l’esistenza dei figli di Dio egli non la proclamò commosso da un pulpito di Assisi, non la sentì come un’utopia.
Egli la assunse nella sua carne spogliandosi nudo davanti al vescovo, al padre, ai suoi concittadini . 
Quello che il giovane ricco rifiutò di fare lo fece Francesco. 
Quest’uomo nato nelle nostre terre ci sia d’esempio in queste ore buie in cui si fatica a provare persino pietà per uomini abbandonati al loro destino in mezzo al mare. 
don Paolo Zambaldi