La dimensione del movimento di protesta fu globale, ma raggiunse anche le «periferie»
Settimo articolo della serie dedicata al 1968 nelle chiese evangeliche italiane. Dopo Marco Rostan sulla stagione dei manifesti e dei volantini, dopo il direttore del Servizio Cristiano di Riesi Gianluca Fiusco sul ’68 in Sicilia, dopo Renato Maiocchi su Agape, dopo Aldo Comba e il ricordo del Sinodo del 1968, dopo i ricordi del pastore Giorgio Bouchard sull’esperienza del Centro Lombardini di Cinisello Balsamo, dopo il presidente dell’Ucebi, l’Unione cristiana evangelica battista in Italia, Giovanni Arcidiacono,  con la memoria ai fermenti internazionali e nazionali di quel periodo, oggi è il turno di Gianna Urizio, giornalista e femministra, ricordarci che il 1968 fu prima di tutto un fenomeno globale. Buona lettura. 

Il ’68 fu di tutti. Molte versioni. Molte analisi. Molti punti di vista. Da perdersi. Eppure tutti sono almeno in parte veri. Le nostre chiese evangeliche, come del resto anche le chiese cattoliche locali ne furono investite; ma troverei riduttivo parlare solo di questo. Serve uno scenario per collocarle e comprenderle. E poi va detto che anche il ’68 ha un prima e un dopo. Anche questo serve ad illuminare e collocare il ’68. 

Proviamo a ripartire. Non è indifferente dire che il ’68 fu un fenomeno globale, mondiale e dal basso. Dal Giappone agli Stati Uniti, dall’Africa all’Europa, dal Medio Oriente all’America Latina. Tutto il mondo si mosse e fu scosso. Ma di quale fenomeno si trattò? Certamente noi lo vivemmo come un fenomeno politico, ma forse la sua cifra fu più culturale e sociale, un vero e proprio tsunami, che come un’onda anomala investì le società di tutto il mondo. Ma c’è un prima e un dopo. Il prima: un processo di decolonizzazione con molte nuove speranze di nuove società; un benessere dei Paesi occidendali insperato anche solo 10 anni prima. Un benessere fatto anche di elettrodomestici, che se innestò  importanti processi economici produsse anche  la liberazione dal lavoro domestico delle donne. Mise in movimento le classi sociali; alcune si diressero verso il basso, molte verso l’alto.

Ci furono anche molti fatti culturali che oltrepassarono i confini nazionali: le lotte già iniziate di Martin Luther King contro il razzismo e per una nuova opportunità per i poveri, l’opposizione alla guerra del Vietnam, il desiderio ad Est di superare i vincoli di un socialismo reale sempre più stretto; lo stesso Concilio Vaticano II che mise in movimento, molto più di quanto avesse pensato Giovanni XXIII, un mondo cattolico rinchiuso in una dottrina poco duttile rispetto ai nuovi fenomeni sociali. Ancora: in Italia c’era l’opposizione al servizio militare, i preti operai, don Milani e la sua scuola di Barbiana e il suo famoso “I care, le nuove idee psicanalitiche della Scuola di Londra che in Italia si coagulavano intorno a Basaglia (e moglie) e i suoi colleghi … E poi le prime lotte in fabbrica dopo la “botta” ricevuta da Scelba da una figura nuova, l’ operaio meridionale, con poca scolarizzazione ma molta rabbia e determinazione per conquistare migliori condizioni di lavoro e di vita.

E questo per rimanere in Italia, mentre  molti sono gli esempi nel resto del mondo.

Insomma, poche tracce per dire che il ’68 iniziò prima del ’68, fu mondiale e legato alla capacità, in un momento di benessere, di immaginare un altro mondo possibile. In ogni paese declinato sui problemi che aveva davanti e con le forze che riusciva a mettere in campo.

Anche in italia fu così. Come dimenticare, ancora, le riflessioni su una società di capitalismo avanzato fatte da Raniero Panzieri sui quaderni Rossi insieme ai suoi amici, neo-marxisti, che tra l’altro si incontravano anche ad Agape.

E qui possiamo riparlare delle chiese. Delle nostre chiese evangeliche italiane. Come un piccolo battello capace di resistere alla onde, anzi di entrarvi in sintonia, anche loro sono state investite da questo tsunami. Io allora ero giovane, venivo dalla periferia; ero un esempio, non raro, di ascesa sociale, dopo aver iniziato a lavorare nel ’61 a 15 anni a 18, nel 1964 avevo detto che volevo studiare. Mi avevano ispirato le lettere da Riesi di Tullio Vinay, le sue lotte per l’enfiteusi (ero dovuta andare a cercare sul vocabolario cosa significava) e la sua richiesta di prendervi parte con la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare, e io a Trieste, mentre lavoravo, studiavo e facevo politica, mi misi a raccogliere le firme. Riesi chiama, Trieste risponde. E poi Agape dove conobbi gli amici di Panzieri, Mario Miegge e mi dissi: «questi dicono cose giuste ed interessanti per me». Era il 1964. E cominciai le timide manifestazioni contro la guerra del Vietnam a Trieste (eravamo circa in 300…). Manifestammo anche sotto una portaerei americana attraccata a Trieste. Fummo fermati dalla polizia e benevolmente richiesti di sgomberare.  Non sarebbe sempre stato così.

E poi dalla periferia a Firenze. Mi ero iscritta all’università, ma il gruppo Mcs (Movimento cristiano studenti)  locale, animato da noi, la figlia del pastore, Paolo Ricco, Enrica Vezzosi ed altri, intraprese un percorso di avvicinamento con i cattolici. Erano le comunità della Nave di Gavinana e dell’Isolotto. Queste constrinsero anche noi  a ripensarci. Dalla convinzione di essere i primi della classe e nel giusto (teologicamente) ascoltammo discorsi nuovi ed importanti che dialogavano di più con le contraddizioni che ancora vivevamo. E poi avevamo Nuovi Tempi, il giornale, tempestivamente aperto da Giorgio Girardet.

Ma c’erano delle contraddizioni: come mai noi ragazze, donne, parlavamo poco in assemblea? Cominciammo a pensarci, a ragionarci ma non subito, e Simon de Beauvoir, Mary Daly, perché no, anche Elizabeth Cady Stanton, furono le nostre maestre ma partimmo da noi e capimmo che il personale e politico che la politica deve portare anche ad un cambiamento nelle relazioni di genere altrimenti qualcosa non funziona. Saranno gli anni a venire, le riforme che hanno caratterizzato gli anni ’70 a affermarlo con prepotenza. Ma la storia continua e talvolta più in fretta di quanto noi riusciamo a leggerla. E ci chiediamo e oggi? Come leggere quello che stiamo vivendo e non tra 50 anni?
(Gianna Urizio