Adriana con il gatto. La copertina del libro che Adriana Zarri non ha visto (“Un eremo non è un guscio di lumaca”, Einaudi, 2011) la ritrae come lei voleva essere pensata dagli amici. Amava i gatti, il solo elemento di consonanza che io abbia con il Papa attuale, diceva. Quello della foto si chiamava Malandrino, l’ultima che le ha fatto compagnia fin sotto la bara Arcibalda: “al cane diciamo: vai alla cuccia e lui ci va con la coda fra le gambe, ma il gatto alla cuccia non ci va e tiene la coda dritta come una bandiera… è in grado di capire il nostro stato d’animo e, se ci vede piangere, viene a leccarci le lacrime”.

Adriana Zarri è stata una donna di fede più che di religione. Aveva scelto la vita eremitica e la povertà vivendo in antichi casolari, a volte senza luce o senza riscaldamento, mai senza bellezza, senza un giardino da riempire di fiori, di rose di tutte le qualità. Forse non sono scelte facili da capire, soprattutto per chi pensa secondo gli schemi clericali dell’educazione cattolica, che non riesce mai ad imparentarsi con la libertà. Invece i principi fondamentali a cui si vuole essere fedeli non sono necessariamente gli stessi delle norme: “le teologie sono tante, la fede è una sola”. Per questo sembra strano che la vita eremitica sia compatibile con la partecipazione alle trasmissioni di Santoro, con la difesa delle leggi sul divorzio e sull’aborto, con la nomina a cavaliere di gran croce al merito della Repubblica. Eppure così era Adriana: se il Sant’Uffizio non l’ha mai scomunicata era perché nemmeno là sapevano come sarebbe andata a finire. Adriana, infatti, aveva anticipato le novità portate poi dal Concilio Vaticano II; era stata pronta a cogliere dalla cultura delle donne – che era la sua – la natura della trascendenza come “relazione” con il divino, da rileggere “con il respiro delle donne”; nel 1961 aveva accolto l’apertura ai segni dei tempi indicati da Giovanni XXIII con interventi che ancor oggi sembrano attuali: La Chiesa nostra figlia o La teologia del probabile sono titoli ancora stimolanti, soprattutto se accompagnati dalla consapevolezza che la chiesa, nel Concilio, dove ha saputo dire il “non sappiamo”, si è “depurata da secoli di presunzione”.

Ha scritto anche qualche romanzo: l’ultimo è una parabola dal titolo Vita e morte di Celestino VI, un prete che diventa il papa che avrebbe voluto lei: riforma il celibato, il potere dei cardinali e della curia, il dogma dell’infallibilità, i cerimoniali e l’eccesso delle beatificazioni; e per finire abolisce lo Stato Vaticano.

L’eremo è la sua misura di vita a contatto con il divino e non un guscio di lumaca perché lei era innamorata di un dio non dominatore che non impone sacrifici, ma è gioia, libertà assoluta che le si rivela nella sua “solitudine naturale”, positiva esigenza dell’essere, che si estrania al mondo e alla società senza estraniarsi. Non può quindi credere all’inferno perché, se i laici non accettano più la giustizia solo punitiva, gli uomini sarebbero più buoni di Dio. Crede invece nella stoltezza umana quando vede la parata militare del 2 giugno, bella come spettacolo, ma “arrogante, inutile e costosa”. Di fronte alle spese militari – diceva l’anno scorso – sembra che gli italiani siano ricchissimi, “ricchi di parate inutili, di bandiere stinte, di penne per bersaglieri e alpini e poveri di polli spiumati a maggiore gloria della patria… Per fortuna è giugno e siamo ricchi anche di rose…”.
 
L’eremita non è la donna spirituale che si disimpegna dai problemi della realtà: Adriana si impone come coscienza integrale. Per anni ha scritto “parabole” laicizzando i problemi religiosi e santificando quelli materiali in posizioni ardite che, se scandalizzavano, lei ne traeva la conferma di far bene il suo mestiere di donna del divino. Lo dimostra qualche citazione a caso dalle Parabole che pubblicava sul Manifesto. Sono degli ultimissimi anni.

* “Faremmo meglio a preferire ai crocifissi di legno appesi alle pareti i crocifissi di carne che camminano per le nostre strade senza che noi li riconosciamo…”
 
* “«Non c’è alcuna ragione perché sia impedito ai preti cattolici di sposarsi» ha affermato il vescovo di Nottingham «è sempre stata una questione di disciplina più che di dottrina, tantomeno che l’obbligo del celibato fu introdotto solo nell’ XI secolo da Papa Gregorio VII». Parole che dedichiamo a papa Ratzinger che forse saprà come l’obbligo suddetto sia largamente disatteso, e assai frequenti invece le donne dei preti e i figli dei preti: conseguenza inevitabile di un peso imposto e non scelto”.
 
* “Tra le tante chiese crollate a L’Aquila c’è quella del Suffragio che si dice molto cara all’Opus Dei. E allora che questa se la restauri da sola, che i soldi ce li ha e potrà anche fare un’opera buona a sconto dei suoi molti peccati”.
 
* Per lungo tempo abbiamo detto che il fine primario del matrimonio è la procreazione, fino al punto di negare il sacramento a chi è impotente. Ma io credo che il fine del matrimonio sia l’amore. E se ci sono due persone del medesimo sesso che si amano, pur non chiamando la loro unione matrimonio, dobbiamo aiutarli a stare insieme”.
 
* “In un mondo sempre più celermente in cammino verso la pari dignità dei sessi, dove le donne occupano le cariche più prestigiose, il permanente rifiuto cattolico all’ordinazione femminile è una posizione di retroguardia sempre meno comprensibile”.

* “Ormai è entrato nel linguaggio corrente il ridicolo termine «papa mobile»; non meno ridicolo della gabbia di cristallo entro la quale viaggia il papa chiuso come in un ostensorio. Ormai ci abbiamo fatto l’occhio e non ci stupiamo più di tanto….”
 
* “Mi domando quale interesse possa avere per il cristianesimo un partito egoista, razzista, e perfino idolatra, che adora un fiume (il dio Po) e che disprezza tutti coloro che non risiedono in Padania, cioè la maggioranza degli uomini.”
 
* “Ci sono beni che non si possono privatizzare perché sono tutti elargiti gratuitamente da Dio… Tra questi beni il sole che ci illumina e scalda, la terra che calpestiamo, l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo. Ma c’è chi vorrebbe privatizzare l’acqua (e meno male che non può chiudere in un rubinetto l’aria, il sole, la terra)”.

* I vescovi assistono allo sfacelo morale del paese ciechi, muti, afoni, sepolti in una cortina d’incenso che impedisce loro di vedere la verità. Perché non avete sconfessato Berlusconi quando ha respinto gli immigrati condannandoli a morte certa?”. E questa risale al 2009. Figuriamoci come si sta arrabbiando adesso… 
(Giancarla Codrignani, 30 aprile 2011)