“Nella lingua ebraica, la lingua della Torà, la radice semantica alef-mem-nun dà origine a termini come emunà, che vale per fede/fiducia; amen, che potrebbe tradursi con un ‘ci credo e mi affido’ ma anche con ‘affidabile perché degno di fede’, ‘meritevole di sostegno’, ‘fermo e confermato’ e dunque vero e autentico. 

Il termine omen poi vale per pedagogo-istruttore (omenet, al femminile) e omnà significa pilastro o colonna, con chiaro rimando al Tempio. La casa di Dio si regge non su colonne di marmo – destinate a diventare belle rovine – ma sulla fede di Dio negli uomini e degli uomini in Dio nonché sullo studio e l’insegnamento della Torà. 

Le prime due lettere della radice, inoltre, sono alef-mem, che da sole indicano ‘madre’, la matrice, la sorgente con il suo nutrimento, il seno con il latte, la fede allo stato biologico e spirituale più puro. 

Non va nemmeno taciuto, in vero, che la parola emunà può ben tradursi con superstizione – la base della magia, dell’idolatria e dell’inganno – perché la fiducia può essere data a chi non la merita, si può credere il non-vero e affidarsi alla persona indegna (al medico, all’avvocato, al confessore, al tutor… sbagliati). 

La fede può essere mal riposta e la fiducia tradita. Per questo occorre vagliare l’atto di fede, e non esser ingenui.  Una fede ottusa e un abbandono cieco diventano facili prede dei furbi e si trasformeranno presto in disinganno e amarezza.”

(P. De Benedetti e M. Giuliani, Fidarsi. L’amen della fedeltà, Morcelliana, 2015)