Tutto nelle nostre città concorre alla separazione.

 

I grandi, affollati condomini con i loro “appartamenti”, chiusi a doppie e triple mandate, ora sempre più spesso osservati da telecamere e sistemi d’allarme. Lì dentro vite, passioni, dolori, felicità…di cui nessuno sa niente. Anche quando succedono tragedie il vicino dice “non so… era tranquillo… mi pareva che andassero d’accordo… mah in realtà non lo conoscevo…”.

 

La famiglia si chiude nel “privato”.C’è l’ossessione del privato. Ma come ben dice la parola questo atteggiamento più che proteggere, priva le persone di relazioni. E’ vero nessuno mette il naso nei reciproci affari, ma è vero anche che dietro quelle porte chiuse si consumano solitudini. La famiglia chiusa in se stessa muore, di egoismo, di noia, di incapacità di superare i conflitti, di fatica di vivere. Incapace di condividere presto si sfascia con enormi conseguenze di dolore. 

 

Le città, piccole o grandi, prese tra il traffico e la corsa di uomini sempre più indaffarati e ormai travolti dal “fare” per sopravvivere, ma anche dal “fare per consumare”.

 

I luoghi di lavoro ormai infestati da una sete di guadagno e di carrierismo che inficia ogni solidarietà.Che spinge a guardare al proprio tornaconto, che se ne infischia dell’umiliazione provocata al dipendente, al proprio collega, persino a quello che sta seduto vicino. Inoltre la perdita progressiva di diritti, la precarizzazione, la dipendenza in fatto di retribuzione dalla volontà del padrone, del capo, spinge il lavoratore al servilismo, all’egoismo, alla salvaguardia del proprio orticello. 

 

La tecnologia ha dato il suo contributo: soli davanti a uno schermo si cerca consolazione, divertimento, compagnia. Amici virtuali, giochi virtuali, aggregazioni virtuali, sesso virtuale. Stereotipati messaggi che non riescono più a elaborare pensiero solo la fuggente emozione di un attimo, un’opinione immediata e superficiale.

 

Ma, paradossalmente, dopo aver fatto di tutto per preservare la cosiddetta privacy essa ci fa paura. La solitudine ci fa paura. Il silenzio ci fa paura. Il chiederci conto di noi stessi ci fa paura.

 

I soldi, i beni, i divertimenti non la dissolvono.

 

Non a caso il tasso più alto di suicidi appartiene ai paesi più ricchi.

 

C’è una povertà più grande di questa amata/odiata solitudine?

 

No perché essa rende la vita dis-umana. Incapace di dono. Incapace di dialogo. Incapace di condivisione. Incapace di speranza.

 

E i frutti amari si vedono ogni giorno in questa epoca violenta e disperata.
don Paolo Zambaldi