Dei confini nel mondo e nelle nostre teste. Il pensiero di un visionario 22 anni dopo la sua scomparsa. Per un radicale (e necessario) cambio di rotta. 
A., incontrato per caso ai parchi del Talvera, arriva dal Gambia. La sua è una famiglia povera, che da tempi immemori vive di pesca. Salì a bordo prima barca quando aveva 6 anni. Da diverso tempo, mi racconta, sono arrivati nella sua terra i cinesi, che nel giro di attimi hanno eretto un impero intorno a loro. Vere e proprie navi dotate di sistemi di pesca a strascico, moderne ed efficienti, in grado di pescare centinaia di migliaia di volte le quantità che permetterebbero ad A. e alla sua famiglia di vivere comunque dignitosamente, senza eccessi né carenze. Questo pescato però non è per loro. Viene esportato e venduto altrove. Anche nei nostri mercati, in fibrillazione per ‘all you can eat’ e altre pietanze ‘hip’.
Pesce ce ne era sempre meno e fame sempre di più, per cui A. quattro anni fa ha salutato casa sua e la sua famiglia, ed è partito alla ricerca di posti più fortunati, dato che il suo ormai era alla mercé di ‘investitori esteri’.
Ha attraversato il deserto ed è arrivato in Libia. Lì è finito tre volte in carcere, e alla fine è saltato su un barcone sfasciato lanciato a tutta verso il porto di Augusta. Delle sue avventure in Italia, a causa della mancanza di tempo e della casualità dell’incontro, ho saputo poco. A. ora bazzica per Bolzano, ripara qualche bicicletta e cerca di ottenere i documenti. Se c’è una cosa che mi ricorderò di A., è stato sentirlo parlare dell’oceano e dei baobab. Ricorderò i suoi occhi dimenticarsi per un istante del caldo afoso di quella mattina e della sua (non)vita trascorsa a girare invano fra i parchi di Bolzano, e rievocare i colori della sua terra e il suono delle onde.
Sono questi i mali del mondo di oggi, sono queste le vere emergenze. C’è la necessità di agire, di fare qualcosa nel tentativo di fermare una folle corsa indetta in nome della crescita economica e di un colonialismo moderno (chiamato ‘sviluppo sostenibile’) che annienta il Sud, noi stessi e il pianeta che abitiamo. E a differenza di quanto molti ignoranti al governo vogliono farci credere oggi, le soluzioni facili non esistono.
A 22 anni dalla morte di Alexander Langer, il suo pensiero, cristallizzato in frasi semplici e lucide in occasione della Conferenza di Rio (1992), suona come la premessa di un romanzo distopico su di un futuro che è oggi:
“Generalizzare ed estendere a tutti gli stessi livelli di vita, di consumi, di sprechi, di inquinamento del Nord occidentale è palesemente impossibile. Così ci troviamo di fronte ad una realtà nuova, ad un bivio molto chiaro: 
1. O lo ‘sviluppo ineguale e blindato’ del Nord, con marginali concessioni – magari differenziate – all’Est ed al Sud; 
2. O un radicale ‘cambio di rotta’ verso scelte di condivisione e di equità
 
Oggi appare senz’altro più probabile il primo dei due scenari: il Nord continuerà a voler crescere e svilupparsi, facendo debiti sempre maggiori a carico del Sud, e della natura, e delle future generazioni. Tale scelta non solo è insana dal punto di vista ecologico, e quindi del benessere della gente nel Nord, ed ingiustificabile dal punto di vista della giustizia; per essere attuata chiede anche un alto livello di militarizzazione e di isolamento rispetto al resto del mondo, chiede – sostanzialmente – nuovi e più forti muri, eretti dalle isole occidentali di sviluppo”.
Muri, confini e crescente militarizzazione, guarda un po’. Problemi che si sanno da una vita, che per essere affrontati richiederebbero una presa di coscienza collettiva su scala almeno europea, più profonda e riflettuta, e proveniente proprio da quella parte di mondo privilegiata (la nostra!) che è anche causa della situazione oggi.
Per Salvini però, che sta alla capacità di riflessione critica come io sto alla capacità di calciare un pallone, Langer è solo un altro falso buonista (oltre che comunista), incapace di ascoltare i veri bisogni della gente italiana. Per Salvini, il problema oggi sono gli sbarchi incontrollati. I problemi non sono il nostro stile di vita e il modello occidentale basato sull’estrazione incontrollata delle risorse naturali, sull’arricchimento del nord a scapito del sud, dei pochi a sfavore dei tanti. Il problema non sono le fondamenta stesse su cui si basa il sistema del libero mercato oggi.
Il problema, mettetevelo bene in testa, sono gli immigrati che ci invadono. 

Se poi migliaia di loro scappano da guerre, chissenefrega. Se milioni di loro, come ha fatto A, scappano non tanto da una guerra in corso, ma perché una terra da coltivare o un mare in cui pescare non ce l’hanno più, chissenefrega. Pare che ai nostri ministri niente importi di comprendere le vere cause che spingono milioni di persone a fuggire dalla terra in cui sono nati. È in atto una guerra fra poveri, nella quale a pagare le conseguenze saranno tanto i disperati che attraversano il Mediterraneo quanto gli italiani senza lavoro e prospettive future.

È forse un’esagerazione, ma è questa l’essenza dei messaggi lanciati della classe che ci governa oggi. Un linguaggio semplicistico, vero e proprio fomentatore di odio e divisioni. Che mette una contro l’altra proprio le persone più deboli, più affamate e più in difficoltà, a prescindere dalla loro provenienza. Le emergenze oggi sono i cambiamenti climatici, le disuguaglianze sociali all’interno degli stessi stati, la perdita della biodiversità nel mondo e la monetizzazione di qualsiasi roccia ed essere vivente presenti sulla Terra, noi compresi. Sono la perdita di, chiamateli come volete, valori universali. Diffidate da coloro che troveranno nell’altro la causa di questo malessere diffuso e una giustificazione per l’adozione di misure drastiche perché necessarie. Diffidate e opponetevi. È una strategia finemente calcolata, non abboccateci. Rimaniamo uniti.
Troviamo il coraggio di rompere il silenzio che separa noi stessi dallo sconosciuto che siede accanto a noi. Troviamo il coraggio di parlarci di più, di ascoltarci, e di apprezzare chi parla senza subito pensare a quali potrebbero essere i nostri ritorni. E scopriamo che in fondo in fondo, una volta abbassate le difese e vinte le nostre paure, non siamo poi così distanti gli uni dagli altri (sì, riferito anche voi che avete votato lui, se siete arrivati a leggere fin qui). Vinciamo i confini, che risiedono solo nella nostra testa, e ascoltiamo A. raccontarci dell’oceano e dei baobab. Diamo alla scelta b) secondo Langer, della condivisione e dell’equità, una possibilità. Perché tanto finora la prima ha solo ulteriormente distrutto e diviso il mondo.

Se mi avete letto fin qui e vi starete chiedendo “sì, tu scrivi scrivi ma poi cosa offri, quale soluzione proponi oltre a questo messaggio hippie (e comunista!) di amore e condivisone?”

A voi, leoni da tastiera, propongo di leggere e informarvi un po’ di più. E vi consiglio:

questo articolo, che citando diversi studi statistici sfata i miti sull’immigrazione che piace diffondere ai nostri capi di governo

questo video: anche qui immagini, fatti e dati che contano

questo post e in generale il suo autore, assai più bravo e acculturato di me in materia.

E poi sempre lui, Langer: i suoi sono scritti semplici, riflessivi e (secondo me) in grado di dare una prospettiva assai più ampia e lungimirante dell’attuale dibattito politico miope e reazionario instauratosi in Italia.
(Riccardo Wasserman, salto.bz, 07.07.2018)