L’opera della teologa catalana Teresa Forcades[1]fornisce diversi spunti significativi nel cammino della ricerca sul rapporto tra omosessualità e chiesa. In primo luogo, la Forcades inserisce il discorso sull’omosessualità all’interno della teologia queer, della quale è una delle più importanti promotrici e sostenitrici. Queer è un concetto antropologico utilizzato dalla Forcades per affermare il carattere unico e originale di ogni individuo e: l’affermazione dell’impossibilità di utilizzare, nell’ambito della persona, qualsivoglia categoria, che sia di genere, di classe o di razza. Le categorie che classificano l’essere umano sono, per così dire, opacità, che non consentono di vederlo nel suo tratto di originalità”[2].


Questo cammino teologico intende fare i conti con la diversità sessuale senza esprimere nessuna condanna a priori, per aprirsi ad ogni possibile comprensione. Punto di partenza di questa riflessione teologica è la percezione dell’identità della persona intesa non in modo statico, ma dinamico. Il riferimento di questa intuizione è l’idea di creazione continua. Essere creati ad immagine e somiglianza di Dio, significa assumere la responsabilità di collaborare all’opera della creazione, che è in continuo divenire. In questa prospettiva, l’identità personale non è un dato acquisito una volta per tutte, ma una possibilità che ci viene offerta. Adulti si diventa grazie ad una costante assunzione delle proprie responsabilità e alla capacità di porsi in modo libero e creativo dinanzi alle strutture culturali, che assimiliamo e che ci fanno credere di essere in un modo invece che in un altro. Uomini e donne sostiene Forcadessono chiamati ad avventurarsi in un processo personale che li porta in uno spazio che io chiamo queer, uno spazio aperto in cui l’identità è da cercare, non è qualcosa di già dato”[3].
 
Il fato che la differenza sessuale sia un dato transculturale, non significa che una persona deve rimanere all’interno di questa identificazione iniziale. Secondo Frocades, l’errore della società patriarcale e di un certo tipo di femminismo, è pensare che quell’origine debba rimanere costante nel corso della vita. Ciò significa che il punto di partenza ha un genere, mentre il punto di arrivo no. La mia identità infantile ha un genere (femminismo della differenza); la mia identità matura (o cristica) è transgender o queer[4]. C’è quindi, un cammino, un esodo che ogni persona è chiamata a compiere se vuole divenire pienamente umana, un cammino che si realizza durante tutta la vita. Essere adulto significa cammino in divenire, vincendo la tentazione di fissarsi su di un modello culturale identitario, per mantenersi aperti alla novità possibile. In questa prospettiva la diversità, lungi dall’essere un problema o una difficoltà, diviene una possibilità. Dobbiamo conquistare la nostra identità tutti i giorni.

Nel capitolo dedicato al tema del rapporto tra fede e gender, Forcades fa appello al senso della realtà, nella linea indicata da Papa Francesco nell’Evangeli Gaudium. Se parlare di gender significa prendere in considerazione la comprensione culturale e soggettiva della sessualità, allora quando sul piano della realtà s’incontrano delle differenze, sono proprio queste che vanno ascoltate. Non può più accadere, come invece purtroppo accade soprattutto in questo ambito così delicato, che sia la teoria a interpretare e a leggere la realtà. Quando in gioco ci sono le persone, il primato dev’essere sulla realtà e non il contrario. La teoria dev’essere il momento successivo all’ascolto della realtà. Se, allora, è vero che esistono tre dimensioni del sesso biologico, vale a dire il sesso cromosomico, il sesso gonadico e quello genitale, già al primo livello la realtà manifesta che non vi sono solo due possibilità xx (femmina) e xy (maschio), ma diverse opzioni. Secondo Forcades anche se esistesse una sola persona al mondo dotata di una differenza cromosomica, sarebbe sufficiente per mettere in discussione la teoria. Dinanzi all’unicità della persona umana non c’è teoria che tenga, ma è questa che provoca le domande di senso. Non è, infatti, la persona per così dire diversa, che deve adattarsi alla teoria, ma è la teoria che dev’essere modificata a partire dalla diversità osservata. Le sindromi di Klinefelter (xxy) e di Turner (x0) dimostrano che nella realtà, in natura non tutto rimane collocato nella dicotomia maschile e femminile, provocando la domanda: sono femmine o maschi? 
Questa diversità, che va al di là della dualità, non esiste solamente a livello cromosomico, ma anche a livello gonadico. Succede, infatti, che a volte uno abbia senza saperlo, una gonade che al tempo stesso è tessuto ovarico e tessuto testicolare. Non volgiamo vedere la complessità della realtà che ci circonda, ma è importante prenderne visione affinché la nostra teoria ne tenga conto[5]. Anche a livello genitale esiste la diversità, che non è possibile catalogare entro la dualità maschio e femmina. Forse, comunque, il livello più complesso è quello psicologico. Ci sono persone che, pur avendo un sesso biologico maschile a livello cromosomico, gonadico e genitale ed essendo considerati quindi dalla società maschi, hanno una coscienza femminile e viceversa: questo è il transessualismo. Spesso questa realtà, sostiene Forcades, la si ignora perché è difficile affrontarla. I cristiani, però, non possono chiudere gli occhi dinanzi alla realtà e non possono fasciarsi la testa dalle teorie culturali della società in cui vivono, perché sono ristrette e non tengono conto dell’interesse del singolo individuo. Sempre sul piano psicologico è importante tener conto di quello che avviene a livello del desiderio. Può succedere, allora, che emerga un desiderio verso una persona dello stesso sesso. Una teologia che si mantenga aperta alla realtà come manifestazione del divino, non può immediatamente ricorrere alla teoria del peccato quando appare una differenza, ma deve porsi in ascolto della complessità e non chiudersi nelle facili semplificazioni teoriche. Troppe volte il desiderio verso una persona dello stesso sesso è stata considerata come patologia. “Certo sono diverse dalla maggior parte delle persone – nel modo in cui le intendiamo normalmente – ma questo non significa che dobbiamo leggere questa differenza in modo negativo […] Alcune di queste persone non hanno complicazioni mediche e conducono una vita pienamente compiuta, stanno bene e non presentano problemi se non quelli di carattere sociale, dal momento che spesso non vengono accettate[6]
La grande sofferenza delle persone omosessuali non è, dunque, causata da problemi di tipo medico o psichiatrico, ma sociale, vale a dire, dal fatto che la struttura patriarcale e maschilista della nostra società non accetta la differenza sessuale, la complessità della realtà, rifiutandosi così di ascoltarla, accompagnarla, integrarla. A detta della Frocades, il cui impegno in campo politico si è profuso su diversi temi, la comprensione della complessità della realtà dovrebbe allo stesso tempo condurre ad un cambiamento non delle persone così dette diverse, ma della società nel suo insieme, per fare in modo che nessuno si senta escluso. 
Prendere sul serio la problematica delle persone omossessuali in un contesto sociale com’è quello occidentale fortemente omofobo, comporta di non rimanere solamente sul piano della tolleranza, o dell’accoglienza, ma esige passi sempre più chiari verso l’integrazione delle persone omosessuali sia sul piano giuridico che religioso. Interessanti sono, a questo proposito, le riflessioni che la Forcades propone per motivare il suo essere a favore del matrimonio omosessuale. L’idea di complementarietà che solitamente viene utilizzata per spiegare il senso del matrimonio non solo cristiano, secondo la nostra autrice non funziona, perché esprime in malo modo il senso autentico dell’amore. Il concetto di complementarietà, è infatti secondo al Forcades, la riduzione del concetto di amore che deriva dalla prospettiva binaria. Amare una persona non può voler dire cercare una persona che ci completi. Per cogliere in profondità il significato autentico dell’amore occorre uscire dagli stereotipi che provengono dalle semplificazioni della visione binaria della sessualità, ma occorre, in un certo senso, abitare la complessità. Teresa Forcades, a questo proposito, utilizza la riflessione elaborata durante il lavoro di dottorato svolto sul tema della Trinità. Dove possiamo trovare il significato autentico dell’amore di Dio se non osservando da vicino il mistero della Trinità? E’ allora, a questo mistero che dobbiamo rivolgere la domanda sul significato dell’amore umano e non alla dottrina della Chiesa. L’amore trinitario non ha nulla a che vedere con la complementarietà. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tre persone distinte: questo è il centro del pensiero trinitario nella storia. Sono differenti, ma non nel senso di uno che completa l’altro[7]. 

Amare, in questa prospettiva trinitaria, non significa andare alla ricerca di qualcosa che ci manca e quindi ci completa. 

Dio non ci ama perché ne ha bisogno, per completarsi: la gratuità è centrale nell’amore trinitario e nel cristianesimo in generale. Per comprendere meglio il senso dell’amore trinitario Forcades fa appello ad un termine teologico: pericoresi, che significa fare spazio intorno. L’amore trinitario come amore pericoretico, produce spazio intorno alle persone. In questa prospettiva è comprensibile come l’amore autentico non solo esige, ma produce libertà per la persona amata. Percepisco che qualcuno mi ama quando sento che nella relazione, accanto a quella persona, lo spazio attorno a me si amplia. In questo tipo di relazione posso anche essere me stessa in qualcosa che ancora non so di me, si schiude uno spazio nuovo attorno a me in cui oso entrare. Questo spazio è la migliore definizione dell’amore[8].

Amare significa fare spazio all’altro, in modo tale da permettergli di essere ciò che deve essere. Tutte le volte che la relazione si chiude nella complementarietà duale, rischia di collassare. La dinamica della pericoresi garantisce all’amore un dinamismo creativo. E’ per questo motivo, per il modo d’intendere l’amore, che la Forcades afferma di essere a favore del matrimonio omosessuale. Non basta smettere di discriminare o diventare tolleranti nei confronti delle persone omosessuali. Occorre avere il coraggio di compiere un passo ulteriore. Sono a favore del sacramento dell’amore fra due persone sia etero sia omosessuali, a patto che fra di loro vi sia un amore autentico fatto del riconoscimento di quello spazio che circonda ogni persona e la comprensione che il matrimonio riguarda anche la comunità nella quale vivono[9].

Uscire dallo schema della sessualità duale, imposto dalla cultura incapace di elaborare un pensiero a partire della realtà che si manifesta nella sua complessità, permette di elaborare proposte sino ad ora impensabili. Elaborazione concettuale, che diviene significativa perché non sgorga dal nulla, ma dalla riflessione sull’amore pericoretico, così come si manifesta nel mistero della Trinità. In ogni modo, la Forcades non si ferma alla possibilità del sacramento del matrimonio per le persone omosessuali, ma arriva persino a criticare il matrimonio eterosessuale. Se, infatti, la santità appartiene a Dio, allora l’amore santo prima di provenire da una relazione di complementarietà, si manifesta in quelle relazioni in cui l’amore non è un bisogno, ma una possibilità che offre spazio per un cammino di autenticità. C’è dunque santità anche nell’omosessualità. L’omosessualità in sé non è più santa dell’eterosessualità, né vale il contrario, ma per il solo fatto che esiste (a prescindere dalla qualità morale della singola persona omosessuale) è una benedizione e apre alla diversità in un modo che arricchisce la nostra ricerca teologica”[10].
Affermazioni forti, che dicono di una chiarezza di vedute sul tema del delicato rapporto tra Chiesa e omosessualità, in linea con le argomentazioni sopra riportate. 

Senza Dubbio per la Forcades l’omosessualità prima di essere un problema è un dono, perché permette alla Chiesa e all’umanità un punto di vista differente per osservare il proprio cammino nella storia e, in questa prospettiva, l’arricchisce di nuovi significati.



[1] Teresa Forcades è una suora di Barcellona, medico e con un dottorato in teologia. Insegna da alcuni anni Teologia queer a Berlino. Si è impegnata molto nel suo Paese nella lotta contro le multinazionali farmaceutiche. E’ a favore della separazione della Catalogna dalla Spagna e, per questo, è entrata per alcuni anni in politica. E’ autrice di diversi libri sia su temi di medicina che di teologia.

[2]FORCADES, T., Siamo tutti diversi. Per una teologia queer, Castelvecchi, Roma 2016, p. 56-57
[3] Ivi. P. 71
[4] Ivi., p. 72. Sul tema cfr. FORCADES, T., La teologia femminista nella storia. Il ruolo delle donne e il diritto all’autodeterminazione femminile, Nutrimenti, Roma 2015
[5] Ivi., p. 120
[6] Ivi. P. 122. Su questa riflessione cfr. anche: FORCADES, T., Fede e libertà, Castelvecchi, Roma 2017, p. 69-71
[7] Ivi., p. 123
[8] Ivi., p. 33
[9] Ivi p. 125
[10] Ibidem

di don Paolo Cugini, Pensando: Blog di Paolo Cugini