ANNO B, XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO; Is 50,5-9°; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35

Piaccia o meno, la storia e il messaggio di Gesù non possono essere mai separati dall’evento tragico della sua morte. Ancora di più, quest’evento non è da rubricare neppure come un imprevisto incidente di percorso. La storia di Gesù è e sarà per sempre la storia di un Crocifisso. E a nessuno sarà possibile accedere a quella che è la parola più incandescente che il cristianesimo anche per questo nostro tempo ha il coraggio di pronunciare – la parola della risurrezione – se non ci si dispone ad attraversare quel cammino che porta Gesù, liberamente e totalmente, a salire su quella croce.
Sia chiaro: qui non si intende in alcun modo togliere all’evento della croce il suo carattere di scandalo e di “ingiustizia” che senz’altro gli spetta. Esso resta e resterà per sempre decisione degli uomini della religione e della politica che, di fronte all’avanzare di Gesù e al suo messaggio di amore per ciascuno e per tutti, decidono di toglierlo di mezzo. E, aggiungiamo, non a torto. Quel messaggio e la prassi che lo invera tolgono ogni fondamento a una politica ed a una religione che si basa sostanzialmente sulla legge dell’esclusione, la quale prevede appunto che ci sia sempre un nemico da non amare, un nemico da temere e da odiare.
Sia chiara ancora una cosa: lo “scandalo” che prova Pietro, a nome di tutti gli altri discepoli, di fronte all’annuncio della sua morte, da parte di Gesù, risulta del tutto comprensibile, così come risulta del tutto comprensibile la sua fatica ad aprirsi alla parola della risurrezione che pure qui è nominata. In verità, Pietro qui è nome personale, ma è anche nome di ogni altro uditore futuro di queste parole, il quale viene per così dire lentamente istruito e accompagnato dall’evangelista verso una decisione di fede in Gesù. Le parole che perciò duramente Gesù rivolge a Pietro sono le stesse che chiunque deve far entrare dentro di sé per poter finalmente credere a Gesù ed aprirsi alla sua prospettiva di vita.
«Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». E non si dimentichi che Pietro è colui che appena qualche minuto prima ha precisamente individuato la vera identità messianica di Gesù: Egli è appunto il Cristo, l’inviato di Dio a compiere le promesse dell’antica alleanza.
Non ci si stupisce così mai a sufficienza della straordinaria tessitura della pagina evangelica nel suo insieme ed in questo brano in particolare. Pietro è pertanto figura di ogni discepolo possibile di Gesù. Il modo in cui Gesù parla di Dio è tale che Egli non possa non risultare interessato anche al più piccolo degli umani, ed il modo tenerissimo con cui parla e si occupa anche del più piccolo degli umani è tale per cui questa umanità non possa non interessare appunto al Dio che Gesù rivela. Ed è certamente modo di Gesù di parlare di Dio e dell’uomo ad innescare ogni volta un processo aperto alla decisione di credere, ma non c’è solo questo.
C’è da affrontare, infatti, l’evento della sua morte in croce che non può non apparire del tutto privo di senso, profondamente ingiusto, a chi si è nel modo corretto sintonizzato a quanto viene alla luce con e in Gesù. Ed è qui che viene richiesto a tutti ciò che viene richiesto a Pietro: di non ragionare più secondo gli uomini, ma appunto secondo Dio. E ragionare secondo Dio significa ragionare secondo la decisiva prospettiva dell’amore. Fuori da una prospettiva di amore, di fedeltà all’amore, la morte in croce resta solo scandalo, solo ingiustizia, solo non senso. Per questo Gesù aggiunge: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà»
Quando anche questo passaggio diventa chiaro, diventa chiaro nello stesso tempo che la grammatica dell’amore non è una grammatica del calcolo o del pensiero, è una grammatica della vita, è una prassi che attende di venire assunta in prima persona per essere pienamente compresa. 
(Tratto da: Adista Notizie n° 28 del 28/07/2018)
 
Don Armando Matteo insegna Teologia fondamentale presso la Pontificia Università Urbaniana in Roma. Ex assistente nazionale della Fuci, è autore di numerosi saggi, alcuni dei quali tradotti all’estero.