“La mia non è la liturgia pura ,pulita ,al riparo dal mondo. Non amo le liturgie esasperatamente politicizzate, che parlano quasi solo dell’uomo e di Dio poco e male chiamandolo in causa, come risolutore di problemi sociali. (…) Ma non amo nemmeno le liturgie esasperatamente sacralizzate, sterilizzate, depurate dal mondo, adoratrici di un Dio straniero, chiamato in causa solo come risolutore di faccende private. Scrive Schillebeecks che, nei primi tempi, l’eucarestia era così impastata con la vita che sarebbe stato perfino difficile dire a quale punto incominciasse il rito. Nelle nostre chiese non è certo difficile dirlo. Suona il campanello (in molte chiese suona ancora) e non sarebbe nulla di male se fosse solo un avviso a chi staziona sul sagrato e non divenisse quasi il simbolo di tutte le paratie stagne di tempo, di luogo, di vestiti,(una volta persino di linguaggio) che dividono la cerimonia della vita; e se la vita entra è quasi una profanazione. Quando il fedele varca la soglia della chiesa, deve lasciarla fuori. Anche la porta (e spesso vi si aggiunge una pesante trapunta per attutire suoni della mondanità) assume questo significato: separare, dividere; e chi è dentro e dentro, chi è fuori è fuori. Fuori resta la vita con la sua varietà, la sua densità, la sua ricchezza, dentro un uomo “purificato” da quella sua esistenza che avverte come una “distrazione” e che si lascia alle spalle per essere degno di accostarsi a Dio.

(…) E l’universo entra nell’eucarestia attraverso il pane e il vino:  questi elementi primordiali che sono come il simbolo e la sintesi dell’intero creato. Prima di essere il segno della presenza di Dio, sono il segno della presenza del mondo; e non  solo di un mondo “oggettivo” e astratto: di un modo umanizzato e  acculturato. Dio infatti non sceglie del grano o dell’uva, ma del pane e del vino: delle realtà elaborate dall’uomo, come ricorda l’offertorio: delle realtà che ci parlano, sulle quali si è depositato un lavoro, una cultura e una letteratura: delle realtà compromesse, delle realtà che vanno riempite di senso, esplicitandone tutti i contenuti. In essi la vita entra ,anche ritualmente. Ed esistenzialmente entra nella mia azione eucaristica; vi entra di prepotenza come è giusto; e io non la caccio fuori.(…)Vi entra con il telefono, se uno che non conosce i miei orari  mi chiama in quel momento, vi entra con la pentola che bolle e bisogna abbassare la fiamma del fornello, vi entra con i pensieri, i ricordi, le occupazioni e le preoccupazioni ,con le piccole faccende domestiche e i grandi drammi storici, le nostre lacerazioni ecclesiali e civili: col referendum sull’aborto, il terrorismo, la tirannia del Salvador… E tutti quelli che non sanno o non possono o non vogliono… E tutto è  partecipazione e niente distrazione. E la voce che giunge da lontano è una presenza che chiede di entrare a prendere parte rendimento di grazie. Penso che, se durante l’ultima cena, qualcuno avesse bussato alla porta, non l’avrebbero lasciato fuori ma accolto alla mensa del Signore. Così se qualcuno bussa da me.

 

(…) Purtroppo abbiamo alle spalle tutta un’ascesi dissanguata, per timore dell’inquinamento. L’ascesi, invece ,è limpida ma terrigna e sanguigna ;e il mirabile è proprio la limpidezza della terra e la terrestrità del cielo .E l’eucaristia è bella, così sporca di vita”


(da  A. Zarri, Un eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi, 2011, pag. 177)