Mi piacciono i castelli. Massicci, alti sopra la pianura, con le loro torri d’osservazione, le loro mura spesse. Sicuri, protettivi, inaccessibili, simbolicamente inattaccabili. Di lassù nulla sfugge di ciò che succede nella valle. Appena si scorge un potenziale aggressore ecco si tira su il ponte levatoio, si sbarrano gli accessi e poi si resiste. Nessun dialogo. Nessun guardarsi negli occhi. La posizione, alta e arroccata, è una garanzia di successo.

Mi piacciono i castelli ma so che appartengono a un tempo lontano. Sono stati superati da nuove tecnologie difensive e militari. Sono stati privati della loro forza perché ha prevalso la storia, il cambiamento, la tecnica, l’evoluzione politica.

Eppure essi sono spesso simbolicamente sopravvissuti dentro di noi, nei nostri comportamenti, nel nostro modo di concepire il mondo, la vita, la fede.

Castelli sono i pregiudizi dall’alto dei quali decidiamo la sorte dei nostri fratelli. Pregiudizi razziali, pregiudizi di genere, pregiudizi di casta, pregiudizi di cultura. Chiusi nel fortino delle nostre sicurezze, timorosi di essere “invasi” da un “altro”, diverso, scomodo, solleviamo il ponte levatoio e rifiutiamo il dialogo, l’ascolto. Il confronto. Sbirciamo dalle feritoie il nemico e convinti di essere al sicuro, nel giusto, lanciamo frecce piene di odio.

Castelli sono gli estremismi di ogni colore che non cercano la verità ma se ne fanno padroni. Con sfacciata sicurezza lanciano provocazioni dolorose. Propongono cure semplicistiche per mali che andrebbero affrontati con saggezza e lungimiranza. Armano le loro torri, spiano con ferocia nemici o presunti tali, rinforzano le mura e i portoni e lanciano grida di guerra.

Castelli sono i dogmi. Politici e religiosi.

Ogni autoritarismo, si fonda su una visione dogmatica della realtà. Crea un blocco di “presunte” verità che devono essere credute e basta. Non si possono discutere. Non si possono criticare. Il dissidente è un nemico. Va denunciato, eliminato. Dall’alto della sua inossidabile inattaccabile posizione, chiuso nella corazza delle sue certezze, il potere conserva sé stesso. Se il prezzo lo paga il popolo che pur egli si vanta di servire, nessun rimorso lo coglie. Con buona pace delle rivoluzioni nate con l’intento di sanare profonde ingiustizie e poi finite nei gulag siberiani. Con tutto lo sgomento che ancora pervade la memoria.

Anche l’autoritarismo religioso si fonda su dogmi.

La parola dogma significa (dal greco dokei) parlare, opinare. Strano ma vero!

In realtà l’insieme dottrinale delle Chiese /religioni si è trasformato in un recinto granitico entro il quale si difende una “verità”, anzi si difende Dio stesso. Lo si difende dal nemico esterno, lo si protegge dai cambiamenti del mondo, lo si occulta con la scusa del sacro. I suoi custodi, cavalieri senza macchia e senza paura, hanno sollevato il ponte, hanno sbarrato il portone.

Mentre là fuori il mondo evolve e cambia, Dio è rimasto là prigioniero. Nascosto. Separato. Sequestrato.

I signori del castello si gloriano di tenerlo fuori dal turbinio del tempo, dalle riflessioni inopportune, dai tentativi di coinvolgerlo nella storia.

In realtà la loro è un’illusione: il prigioniero è da tempo (da sempre) altrove. Non lo ammetteranno mai per non privare di senso la loro funzione di sacri guardiani del nulla.

Ma Dio, che è la Verità, non si può imprigionare, non si può sequestrare all’interno di dottrine pietrificate, di definizioni eterne.  Lo si può infatti descrivere solo con un linguaggio legato al tempo, e quindi in continua evoluzione, dinamico. Non lo si può comprendere se non in relazione all’uomo e alla storia. Non lo si può conoscere se non nel dialogo. Il senso più alto della fede è infatti il dialogo.

Gesù ha affermato proprio questo. Dio non sta nell’ alto dei cieli. Non sta chiuso nel castello delle nostre ideologie. Dio non può essere posseduto, nè definito una volta per sempre. Dio è libertà, è apertura, è rapporto, è alterità, è confronto, è ricerca, è comunità.

Dio va cercato, capito, interpretato alla luce dei segni dei tempi.

Dio non può essere sequestrato da una casta guerriera che teme la demolizione del castello e quindi la sua fine. Né raccontato da sudditi fondamentalisti che si gloriano di essere fedeli a una chiesa mondana e potente.

Dio, non il castello, va messo al centro. Un Dio libero e spogliato di potere. Un Dio misterioso e amoroso che vuole incontrare gli occhi dei suoi figli amatissimi.

don Paolo Zambaldi