Che cos’è la coscienza?

È innanzitutto una qualità che differenzia l’uomo dall’animale. Infatti è sostanzialmente la capacità di riflettere su sè stessi, sul proprio ruolo nella realtà, sullo scopo della propria vita.

Ciò che forma la nostra coscienza è dunque la “cultura” in cui cresciamo: la storia, la politica, la fede (ogni fede, sia laica che religiosa).

In base a questa coscienza facciamo le nostre scelte, ci assumiamo delle responsabilità, maturiamo i nostri sentimenti.

Una coscienza è libera e matura quando conforma coerentemente il pensare con l’agire, dopo aver considerato con onestà e discernimento situazioni, possibilità, relazioni.

Le fedi religiose spesso confondono la coscienza con l’adeguarsi a norme dottrinali decise dai vertici e come tali ritenute “assolutamente” buone per l’uomo, assolutamente rispettose della volontà di Dio, strade maestre per il paradiso.

Il non conformarsi alle regole, anche quelle che collidono profondamente con la vita, oserei dire con la carne viva dei credenti, porta a una loro esclusione dalla comunità, nei secoli dei secoli. Li condanna a sentirsi “imperdonabili”.

Parliamo della nostra Chiesa che da sempre ha aborrito il concetto di coscienza intesa come “assunzione di responsabilità in proprio”, come espressione della fede matura, come la possibilità per un credente di porsi davanti a Dio e decidere con Lui e in Lui la giustificazione delle proprie azioni.

La Chiesa ha stilato nei millenni manuali di comportamento, Catechismi, ritenuti conformi al Vangelo di Gesù.

Ha stabilito ad esempio come vivere il matrimonio, la separazione, la castità, la procreazione, ha deciso unilateralmente quando un errore era peccato grave o “veniale”, cosa e come confessare, cosa e come perdonare, chi era degno o meno di accostarsi alla mensa, quale sessualità era quella buona, quale genere era il prescelto, quale il sottomesso, quale l’inaccettabile.

Insomma la “buona coscienza” si è tradotta in “buona osservanza” di leggi stabilite da un magistero che, in esse chiaramente perseguiva, più che la salvezza dell’uomo, la sua propria potenza/indispensabilità.

Pensiamo all’inquisizione e alla mentalità che ha generato…

All’esclusione di chi la pensava diversamente: teologi grandissimi, intellettuali, preti, donne…

Alla confessione come strumento di controllo e ricatto spirituale/sociale…

La confessione auricolare infatti che altro è se non un grado di giudizio simile a quello dei tribunali? Accusa/ confessione delle proprie colpe, conseguente assoluzione/non assoluzione, penitenza.

Il “peccato mortale” che altro è se non uno strumento per dominare le coscienze angosciandole?

Chi non obbedisce alle regole del Catechismo commette peccato, senza appello, senza possibilità di discernimento, senza la libertà di perorare la propria causa.

Prendiamo il matrimonio.

In quest’ottica, ad esempio, la sua indissolubilità, più che una meta ambiziosa che si può raggiungere gradualmente, diventa un giogo insopportabile che si deve subire anche quando la relazione è finita, l’amore morto, la fiducia perduta. Si ignora il dolore, la fatica, il rimorso, la solitudine di certe scelte, di certi abbandoni. E non porta novità nemmeno l’ultima enciclica papale, Amoris Laetitia, che pur socchiudendo un po’ la porta a livello pastorale, lascia intatto il catechismo. Permettendo dunque e giustificando giudizi e trattamenti opposti.

Così pure la sessualità, che da sempre è il peccato “principe”, l’ossessione più forte, viene sottoposta a casuistica, a una libertà vigilata consigliata ovviamente “per il tuo bene”. Quindi la castità/celibato dei preti, la verginità, la continenza nel matrimonio, l’eterosessualità, la maternità ad ogni costo, lo scopo unicamente procreativo della sessualità, il rifiuto della contraccezione, sono ritenuti valori irrinunciabili, indiscutibili, eterni. Con tutto lo scandalo che ne deriva in termini di esclusione: la svalutazione delle donne, la condanna degli omosessuali, la crocifissione dei divorziati. E naturalmente la stigmatizzazione di chi osa portare avanti i diritti di libertà della propria coscienza, di fronte alla Parola di Dio.

Di tutto ciò abbiamo avuto un agghiacciante assaggio con le parole di papa Francesco sull’aborto. Accostare le donne ai mafiosi, al più violento e disumano dei crimini (l’assoldamento di un sicario), svela freudianamente, il suo vero pensiero, la volontà di potenza che sottende le regole del Catechismo. Con buona pace della misericordia!

Che c’entra la Parola di Dio in tutto questo “legalismo”? Che centra la libertà che Dio ci ha dato di scegliere ciò che è bene per noi stessi, per il mondo, per l’uomo”? Quali possibilità di cercare la salvezza (che si può conquistare e non possedere obbedendo a un comando), se si viene subito esclusi senza appello? Che c’entra “la coscienza”, intesa come tribunale di ultima istanza, come inalienabile libertà dell’umano di fronte al divino?

Obbedire non sempre è una virtù, ma può diventare (come insegna don Milani) la più subdola (e disumanizzante) delle tentazioni!

In realtà Dio ci offre una strada e una meta. Egli ci invita ad assumerci delle responsabilità, a fare delle scelte. Scelte radicali e spesso profetiche rispetto ai dettati del mondo. Scelte che hanno il loro senso proprio nella “liberazione” della coscienza dai lacci opprimenti della legge. L’uomo prima del sabato.

La sua Parola è lì e ci parla. La fede/fiducia che riponiamo in lei modella la nostra vita, la nostra testimonianza.

I Catechismi sono costruzioni che, come i già citati castelli dogmatici, occultano il destino di “liberazione” che Dio propone all’umanità già nel momento della creazione.

Altrimenti non saremmo che burattini nelle Sue mani.

don Paolo Zambaldi