Mosè e Dio: vocazione e dialogo

(Es 3,1-7,7)

Testi liberamente tratti da:

Fretheim T.E., Esodo, Torino, Claudiana, 2004;

Rashi di Troyes, Commento all’Esodo, Genova, Marietti, 2015

De Luca E, Esodo/Nomi. Traduzione a cura di Erri De Luca, Milano, Feltrinelli, 2009 

1) Curiosità e vocazione Es 3, 1-6

2) L’invio di Mosè Es 3, 7-12

3) Che cosa c’è in un nome Es 3, 13-22

4) Mosè e la magia Es 4, 1-9

5) Mosè e la sua bocca Es 4, 10-17

6) Dio cerca di uccidere Mosè Es 4, 18-31

7) L’oppressione rinnovata Es 5, 1-6,1

8) La missione confermata Es 6, 2-7,7

 

Questa sezione racconta la chiamata di Mosè (vocazione) e il suo incontro con Dio, le sue obiezioni (non posso, sono incapace), le rassicurazioni da parte di Dio (io sarò il vostro Dio, adempirò la promessa).

Caratteristica dell’intera sezione è il continuo dialogo fra Dio e Mosè.

Questo dialogo è teologicamente significativo. Infatti il riconoscimento della santità (Es 3,6 “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”) non conduce alla passività in presenza di Dio. Il disaccordo, l’argomentazione, e anche la sfida, svolgono un ruolo importante. La santità divina ha un carattere tale che provoca, anziché impedirla, la risposta, invitando Mosè a un dialogo autentico. Dio non chiede l’auto -annullamento di Mosè, bensì lo sprona all’azione e opera attraverso di lui così come egli è.

Anzi Dio imposta il dialogo con Mosè con correttezza e ne utilizza le osservazioni, come elementi importanti, mirati alla missione affidatagli. Dio è entrato così intensamente in relazione con lui che non è il solo ad aver qualcosa di importante da dire. Dio agirà, anche modificando i propri disegni, alla luce delle considerazioni di Mosè.

La via di Dio verso il futuro non è dunque dettata soltanto dalla sua parola e dalla sua volontà. Dio le pone entrambe nelle mani di un altro, affinchè questi ne faccia quel che vuole. Si tratta per Dio di un’avventura rischiosa, colma di possibilità negative.

1) Curiosità e vocazione (Es 3,1-6)

Iniziamo allora questo tema con alcune letture della saggezza ebraica:

D-o si rivela a Moshé, per la prima volta, attraverso un roveto ardente.

Tale rivelazione ha occupato i Maestri del midrash che si sono chiesti: qual è il significato che racchiude tale apparizione?

Secondo il primo midrash il roveto ardente richiama il grande concetto della pace. Infatti due elementi fisicamente contrastanti vivono in simbiosi: il fuoco e il legno. Da una parte c’è il fuoco che brucia il roveto che non si consuma, dall’altra il fuoco che non si spegne perché il roveto non si consuma: così la pace.

Secondo il midrash dello Zohar il roveto rappresenta i malvagi, mentre il fuoco rappresenta la giustizia divina; dal momento che il fuoco non distrugge il roveto, il midrash richiama alla mente uno dei concetti base dell’ebraismo: la misericordia divina.

Questo è il metro con il quale D-o giudica il mondo.

Un giudice obiettivo, vedendo che la bilancia del bene e del male propende verso un solo lato, quello del male, probabilmente non esiterebbe a infliggere una severa punizione.

Viceversa, insegna il midrash, D-o cerca sempre di non esaminare obiettivamente la bilancia, facendo in modo che i malvagi siano puniti, come il fuoco arde il roveto, ma non distrutti.

Vediamo, in sintesi, come i primo due midrashim riportati contengano due concetti fondamentali: la pace e la misericordia divina.

Questi concetti sono estraniati dal contesto del passo della Torà, dove si parla della futura libertà del popolo ebraico.

Il terzo midrash si avvicina di più al testo, anche se non completamente – per il fatto che il fuoco nel midrash rappresenta gli egizi, mentre nel testo il fuoco è simbolo di D-o e perché nel testo D-o non comunica a Moshé che gli egizi non riusciranno a distruggere Israele, bensì che Egli porrà fine alla schiavitù.

Secondo il midrash il fuoco rappresenterebbe gli egizi, il roveto, invece, gli ebrei; come il fuoco non consuma il roveto, così gli egizi non riusciranno a distruggere Israele: tema molto attuale questo, che suggerisce l’idea che ha sempre dominato la storia ebraica e che viene ricordato nella Haggadà di Péssach: “In ogni generazione si leva qualcuno contro di noi per distruggerci, ma il Santo Benedetto D-o ci salva dalle loro mani”.

(Chabad.org)

V, 1 “Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb.”

Dio sceglie come luogo della rivelazione (teofania) una montagna nel deserto chiamata Horeb (“terra desolata”).

L’incontro tra Mosè e Dio avviene molto distante dalle luci e dai suoni della comunità religiosa.

Non c’è alcun tempio nelle vicinanze dove egli avrebbe potuto aspettarsi una teofania, nessun segno sulla sacralità del luogo. Diversamente da Jetro, Mosè non è né sacerdote, né profeta; questo è per lui uno spostamento ordinario, quotidiano, senza alcuna motivazione “religiosa”. La localizzazione è nel deserto e la vocazione di Mosè è del tutto mondana.

Il carattere di questo avvenimento è indicato ancor prima che si svolga un qualche dialogo. V.3,2 “L’angelo del signore gli apparve in fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava”.

Rashi in merito commenta:

Una fiamma di fuoco… È come dire “nel cuore” del fuoco, simile a: “Nel cuore del cielo” (Deut 4, 11), nel cuore “cioè nel mezzo del terebinto” (2Sam 18, 14).

(Il terebinto è un arbusto appartenente alla famiglia delle Anacardiacee e al genere Pistacia, un cespuglio o piccolo albero alto fino a 5-6 metri)

Non bisogna infatti meravigliarsi che il termine usato qui in lingua ebraica “labat” abbia la “t” rispetto al sostantivo “lev” (cuore); abbiamo almeno un altro esempio nelle Scritture di tale forma: “Come è vile il tuo cuore” (Ez 16, 30).

Non si consumava… Cioè “non veniva mangiato”. Il testo usa il termine “ ‘uchàl ” che è la stessa forma grammaticale che ricorre nella Genesi e nel Deuteronomio: “Che non è mai stata aggiogata…” (Deut 21, 3) e “Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto.” (Gen 3, 23)

Inizialmente il lettore (noi) sa più cose di quante non ne sappia Mosè: sa ad esempio quanto sta accadendo in Egitto; sa che Mosè si trova “sulla montagna di Dio”, che gli appare un messaggero di Dio “nella” fiamma di fuoco e che il messaggero è Dio stesso. Il lettore è qualcuno che osserva il percorso di conoscenza che Mosè farà passo dopo passo. Lui in realtà ora non conosce né Dio (quel Dio), né il suo destino, nè il suo popolo. Ciò che vede è:

Il pruno. È la prima percezione di Mosè. Un pruno ardente che però non si consuma: si tratta di qualcosa di diverso, di insolito anche per l’esperienza del lettore. Qual è la risposta personale di Mosè?

V3,3 “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non si consuma”. Non era spaventato o respinto dalla visione, bensì attratto verso di essa, per quanto non per motivi religiosi. La curiosità lo conduce alla vocazione. 

Erri De Luca ci aiuta ad approfondire questo movimento di Mosè…

Il verbo usato “sar” non è, come di solito si trova tradotto, un avvicinamento, anzi indica uno spostamento se non un allontanamento. Mosè cerca un altro angolo per osservare il fenomeno, ma non si azzarda ancora a farsi più vicino alla grande apparizione, “hammarè haggadòl”. È un movimento spontaneo, l’ultimo che Mosè compirà di sua iniziativa. Già nel versetto seguente risponderà di sé per sempre al Signore con il suo “hinneni”, “eccomi”, la più bella parola che una persona possa rivolgere alla sua chiamata.

Soltanto quando vede che Mosè si muove (V.4 “Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò…”) per soddisfare veramente la sua curiosità, Dio lo chiama. Soltanto quando Mosè si lascia trascinare nella sfera dell’insolita visione, avviene la comunicazione.

Il pruno per quanto sia un espediente divino per catturare l’attenzione, non è però semplicemente questo. Il testo non specula sulla causa della fiamma o sulle sue proprietà, ma fa intuire che Mosè pensò che si trattasse di qualcosa di insolito, qualcosa da conoscere. Inoltre associare la teofania col fuoco in un pruno è sì un fatto unico, mai visto prima, ma in realtà anticipa l’apparizione di Dio a Mosè “nel fuoco” sul Sinai (la parola ebraica seneh/pruno costituisce un legame verbale con il Sinai).

Rashi ci ricorda ancora l’importanza, la centralità, della lingua ebraica nell’affrontare le Scritture… Spesso infatti, con le nostre traduzioni/tradimenti perdiamo alcune sfumature e molti testi risultano difficili da comprendere. In particolare in questa parte del testo l’espressione “È terra santa…” cambia se analizziamo il testo ebraico. Il termine usato è “hu” (letteralmente: esso è terra sacra) e si riferisce non alla parola “terra” (femminile) ma “luogo” (maschile).

Questa comunque non è una visione estatica in una sfera ultraterrestre e non è neanche una visione interiore. Per quanto possa essere insolito, quel che si vede è all’interno di questo mondo.

Come in altre teofanie Dio utilizza la natura per rivestire quello che non è naturale. Ciò che appartiene al regno della natura non si pone in contrapposizione alla sfera del divino, ma serve come strumento per il disegno di Dio, evocando santità e passione e nello stesso tempo, mistero(fuoco) ed elementi concretamente terreni (pruno). I rabbini parlano qui di condiscendenza divina; “Dio fa un’apparizione umile” per dare una possibilità all’umanità di entrare in un dialogo genuino riguardante la costruzione del futuro”. Greenberg 1969

Qual è il significato della visione (del messaggero)? Nella manifestazione di Dio la parola è il punto focale. Ma la visione non costituisce soltanto un accessorio alla parola. Che Dio assuma la forma di un messaggero rende più reale l’elemento personale presente nelle sue parole. La visione gioca un ruolo importante nell’ascolto di Mosè: non ci sarebbe stato alcun ascolto se gli occhi non fossero stati soddisfatti.

Tali “parole visibili” confermano che la parola di Dio non è semplicemente rivolta alle menti e allo spirito. Infatti la risposta di Mosè non potrà essere un mero parlare o credere. Egli verrà chiamato anche ad agire, a “reincarnare” la parola nel mondo.

“Mosè allora si velò il viso perché aveva paura di guardare verso Dio” v 3,6 

Mosè ha ora paura di guardare. C’era un dio che voleva essere visto. La voce non era disincarnata; apparve il messaggero del Signore e parlò. Mosè sa che vedere Dio significa morire. Egli evidentemente ha familiarità con l’eredità religiosa dei suoi antenati. (egizi/ebraici)

Mosè nasconde la sua faccia ma non per molto. Nei prossimi capitoli lui e Dio si impegnano in qualcosa che può soltanto essere indicato come un incontro faccia a faccia, nel quale Mosè è tutt’altro che deferente.

2) L’invio di Mosè (Es 3,7-12)

In questa sezione continua lo scambio verbale fra Dio e Mosè. Fra 3,4 e 4,17, Dio si rivolge a Mosè ben tredici volte. Mosè risponde ogni volta; sei volte senza proferir parola. Le sue risposte vanno dalla deferenza iniziale, all’obbedienza immediata, al porre domande e all’ esitazione. Mosè dunque non viene sopraffatto dalla somma potenza divina.

Il fatto che Mosè risponda in questi modi a Dio rivela qualcosa di molto importante che li riguarda:

Il conflitto interiore di Mosè è reale e rivela la sua insicurezza, la sua mancanza di ambizione e suoi dubbi circa la sua capacità di guida. Mosè può essere coraggioso e perseverante, ma i poteri che deve affrontare sono decisamente più forti dei suoi.

-Le risposte di Dio rivelano uno che prende con la massima serietà e con pazienza non comune le preoccupazioni dell’uomo/Mosè. Dio non lo considera come uno schiavo della sua volontà; non gli chiede di autoannullarsi.

(Ciò fa riflettere su come invece spesso Dio ci sia stato presentato come giudice/onnipotente/assoluto i cui ordini sono indiscutibili, dogmi) da app.

Dice molto bene Greenberg (rabbini): “Quelli che sono attirati vicino a Dio conservano la loro integrità anche nei momenti di massimo contatto.. Essi non sono dei destinatari passivi, ma interlocutori attivi e finanche oppositori. C’è un vero interrogare e rispondere, un genuino dare e ricevere. Il partner umano ha la sua da dire sulla scelta della direzione e sul risultato degli avvenimenti”.

Questa lettura del rapporto uomo/Mosè –Dio porta a delle conseguenze:

  1. Né Dio (v.8 Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso…) né Mosè (v10 Io ti mando dal faraone. Fà uscire dall’Egitto il mio popolo…) agiscono da soli nel condurre Israele fuori dall’Egitto. Dio opera in e mediante l’azione di Mosè (così come mediante eventi della natura). L’attività di entrambi è decisiva per quanto sta per accadere. Dio prende l’iniziativa, invita Mosè a presentarsi davanti al faraone e fissa i tempi; ma Dio ha bisogno di Mosè come strumento (consapevole e convinto) nel quale e mediante il quale operare.

  2. Inoltre il v. 8 contiene un riferimento alla terra di Canaan, dove Dio (e Mosè) sta conducendo Israele. L’opera di salvezza infatti non consiste soltanto nell’essere strappato da una condizione di oppressione. Consiste anche nel dono di una terra, nuovo posto per la vita e la benedizione. Infatti la liberazione per Dio non è soltanto da qualcosa, ma per qualcosa. Questo popolo, guidato da Mosè sarà in grado di muoversi dalla liberazione a una “nuova creazione”. Questo dono della terra è il compimento della promessa fatta ad Abramo.; i suoi confini sono sostanzialmente quelli del regno di Davide; questa non è un’utopia, ma il disegno storico di Dio…Un proseguire della

  3. I versetti 7 e 10 sono un passo avanti nel racconto. Qui infatti vengono riportate le parole dirette di Dio. “Il Signore disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo… ho udito il suo grido… conosco le sue sofferenze… Sono sceso per liberarlo…ho visto l’oppressione… Fa uscire il mio popolo dall’Egitto”. Queste sono le prime parole di Dio nell’Esodo. Questa parola divina rivolta a Mosè è segnata da ben sei verbi alla prima persona singolare, che rendono estremamente chiaro come questo parlare provenga direttamente dal cuore e dalla volontà di Dio. Inoltre il doppio riferimento al “mio popolo” all’inizio e alla fine del discorso dimostra il carattere personale del rapporto di Dio con questi figli. (questo popolo è stato scelto da Dio già all’inizio di questa narrazione che è radicata nel rapporto fra Dio, Abramo, Isacco e Giacobbe).

  4. I sei verbi ci dicono che Dio vede veramente l’afflizione del popolo. Dio conosce la loro sofferenza. Per Dio conoscere le sofferenze del popolo è testimonianza dell’esperienza di questa sofferenza da parte sua, anzi un’esperienza profonda. Dio viene qui presentato come personalmente coinvolto nella sofferenza del popolo.  Dio ha scelto di non rimanere calmo e al sicuro in una qualche residenza celestiale, senza essere toccato dalla disperazione del mondo. Dio non viene presentato come un tipico monarca che tratta l’argomento mediante i suoi subordinati e a qualche distanza di sicurezza. Dio è tutto legato alla sofferenza, entrando pienamente nella situazione di oppressione e assumendola come sua propria.

  5. Tuttavia mentre soffre con il popolo Dio non è impotente. Non è ostacolato o immobilizzato dall’impegno con la sofferenza. Dio si muove per liberare, operando in e mediante guide (persone disposte a combattere per la giustizia (Tdl), anche mediante il faraone ed elementi del mondo naturale.

Il frequente riferimento al grido di Israele e alle sue difficoltà serve a inasprire la natura oppressiva della situazione. Essa è così tragica che gli ebrei non possono liberarsi da soli; Dio deve compiere per Israele quello c he Israele non può fare per se stesso. Ma lo scopo non è modificare, rendere la situazione in Egitto più sopportabile (tipo: portate pazienza, pregate, chiedete aggiustamenti al re). Si tratta di uscire definitivamente da essa. Ciò rende chiaro il fatto che Dio sceglie Mosè per un’azione nell’arena socio-politica; non si tratta di un ufficio ecclesiastico quello al quale Mosè viene chiamato.

Più avanti nell’Esodo si constaterà che se gli oppressi gridano Dio ascolterà sicuramente(22,23-27). L’ascolto di questo grido è un avvenimento divino continuo. Quello che Dio opera per Israele non è qualcosa di unico per il popolo eletto. Dio si rapporta ai popoli oppressi ovunque essi possano trovarsi.

3) Che cosa c’è in un nome? (Es 3,13-22)

“Sarò quel che sarò!”

“Sarò” (Esodo 3:14)

Sarò con voi nella vostra difficoltà odierna e sarò con voi nei futuri esilii e persecuzioni. (Rashì in loco)

Quando il Sign-re apparse a Moshè nel roveto ardente e gli diede l’incarico di portare il popolo ebraico fuori dal Egitto, Moshè disse: Ecco che andrò dai figli di Israel e dirò loro “Il D-o dei vostri padri mi ha mandato da voi” e mi diranno: “Qual è il Suo nome?”, cosa dirò loro?. D-o disse a Moshè: “Ehye asher ehye” (sarò colui che sarò)… così dirai ai figli di Israel: “Ehyè mi ha mandato da voi!”.

Un D-o Anonimo?

L’atto di nominare qualcosa è un modo di descriverlo e di definirlo. D-o, che è infinito e indescrivibile, non può realmente essere nominato. In realtà il Sign-re non ha un nome, bensì dei nomi descrittivi che corrispondono a comportamenti diversi che hanno diversi effetti sulla nostra vita.

Nelle parole del Midrash: “Il Sign-re disse a Moshè: Vuoi conoscere il mio nome? Io sono chiamato secondo le Mie azioni. Potrei essere nominato E-l Shad-dai, o Zeva-òt, o Eloh-im, o Ha-Va-Ya-H (il tetragramma). Mentre giudico il creato, sono nominato Elo-him. Quando combatto contro i malvagi mi chiamo Zeva-ot. Quando sono tollerante delle pecche dell’uomo sono nominato E-l Shad-dai. Quando mi comporto con compassione e misericordia mi chiamo Ha-Va-Ya-H…”

In questo si trova l’aspetto più profondo della domanda che Moshè si aspettava di sentire da parte del popolo. Come si chiama? avrebbero sicuramente chiesto. Ossia, in che maniera si sta comportando in questi tempi? Tu, Moshè, dici che D-o ha visto la nostra sofferenza in Egitto, ha udito il nostro richiamo e conosce il nostro dolore e che quindi ha mandato te per redimerci. Dove è stato finora? Dove è stato per gli ottantasei anni durante i quali siamo stati sottomessi dalla frusta, mentre i neonati vengono strappati dalle mani delle madri e gettati nel Nilo. Che nomne assume ora D-o, dopo ottantasei anni in cui sembra non aver avuto alcun nome data la sua apparente assenza dalla nostra vita?

Divino ma non Sacro

Come abbiamo spiegato, ognuno dei nomi divini rappresenta l’attributo con il quale il Sig-re si rapporta alla creazione. Elo-him rappresenta l’assumere una posizione di giustizia, Ha-Va-Ya-H rappresenta un atteggiamento di compassione, e così via. E-heyè (“Sarò”), il nome con il quale D-o si identifica in questo caso a Moshè, rappresenta l’assumere, da parte di D-o il “Essere” e la “Esistenza”.

E’ per questo che tra le autorità halakhiche vi è discussione riguardo a questo nome, se è da considerare uno dei sette nomi sacri che non possono essere cancellati. La legge della Torà proibisce il cancellare i nomi di D-o perché la carta stessa, per esempio, assume un certo aspetto di santità essendo rappresentativo di un qualcosa di Divino.

Ci sono molti nomi e aggettivi che descrivono il coinvolgimento di D-o nella creazione, vi sono però sette nomi specifici alle quali si applica strettamente questa halakhà. Ad ogni modo, nonostante molti kabalisti considerano il nome “Eh-yè” il più elevato di tutti, non è necessariamente inclusa nella “lista dei sette nomi” secondo molte versioni del Talmud e opere di Halakhà. Effettivamente la conclusione dei maestri della Halakhà è che questo nome non rientra nella lista dei sette nomi incancellabili. (Shulchan Aruch YD 276:9)

Come si spiega questo paradosso? Potremmo capirlo meglio approfondendo il significato del termine “sacro” o “santità”. Cosa rende una cosa sacra? Il sacro, in ebraico Kadosh, vuol dire distinto e trascendente. D-o è sacro in quanto trascende la nostra realtà mondana. Shabbat è un giorno sacro perché è un momento distinto dalla mondanità di tutti i giorni. Un Séfer Torà o un paio di Tefillìn sono sacri perché sono degli oggetti che trascendono la loro materialità per servire un fine Divino.

Lo stesso concetto si applica ai sette nomi divini: ognuno di essi descrive un’attività Divina che va oltre la normalità materiale e mondano, ovvero rappresenta un intervento del divino all’interno della nostra realtà. D-o come giudice, come salvatore, come combattente, ecc. D’altro canto, il nome Ehe-ye (“Sarò”) rappresenta D-o nel Suo “essere” e nel Suo “esistere”. D-o come l’essenza della realtà.

Se la santità rappresenta la trascendenza di D-o, l’essenza esistenziale di D-o rappresenta una dimensione del Divino che pervade tutto ciò che esiste trascendondolo al tempo stesso e quindi rapportandosi in maniera uguale al “sacro” e al “profano”.

La risposta

Questa fu la risposta Divina alla domanda “Come si chiama?”.

“Dì ai figli di Israel, disse il Sign-re a Moshè, che il mio nome è Ehe-ye. Dove ero per tutto questo tempo? Con voi. Io sono esistenza, Io sono realtà. Mi trovo nel sospiro dello schiavo colpito, nel pianto di una madre in lutto, nel sangue di un bambino ucciso. Alcune situazione devono esserci anche nel dolore, ma non progetto queste cose da un lontano cielo che trascende il vostro dolore. Sono lì, insieme a voi, nella vostra sofferenza.

“Se non mi potete vedere non è perché sono etereo ma perché sono talmente parte della realtà”.

In altre parole, D-o è presente non solo in ciò che possiamo definire Sacro (nel dire questo porremmo un limite davanti ad Esso) ma anche in ciò che a noi sembra essere la realtà banale e mondana.

Basato sulle opere del Rebbe di Lubavitch, adattato da Yanki Tauber per meaningfullife.com.

 

Mosè continua il dialogo con una domanda v.13:” Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: come si chiama? E io cosa risponderò loro?”

Non è una domanda ostile o piena di sospetto; si tratta di una domanda che è aperta al futuro ed esprime comunque una disponibilità. La domanda fa emergere il nome di Dio e lo fa dire a Dio stesso. Così Dio si rivela, non soltanto per sua propria iniziativa, ma per interazione con un interlocutore umano  e la sua rivelazione è strettamente legata alla situazione dell’uomo. Inoltre ciò che rivela (il suo nome) è funzionale al bisogno espresso da Mosè: il nome e nulla più. Riflettiamo:

  1. La missione che Dio affida a Mosè è di andare dal faraone. Mosè sa che Israele non lo ha ancora riconosciuto come guida; egli dunque può risultare un estraneo per la maggior parte del popolo. La domanda di Mosè è allora naturale. Il popolo lo ascolterà? Il nome del Dio, per conto del quale parla, costituirà le sue credenziali.

  2. 3, 14 “Dio disse a Mosè: io sono colui che sono! Poi disse: Dirai agli Israeliti Io-sono mi ha mandato da voi”.

Questo è uno dei versetti dell’intera Bibbia ebraica sui quali si è maggiormente riflettuto.

Il nome indicato “ehyeh’ aser ‘ ehyeh” (YHWH Yavè /il Nome) è composto da una voce del verbo essere (Hayah), ripetuta due volte in prima persona. Tra le varie traduzioni la migliore è” Io sarò quel che sono/ io sono quel che sarò”. In sostanza io sarò Dio per voi. Il significato esatto non è infatti semplicemente che Dio è o che Dio è presente, ma che Dio sarà un Dio fedele per loro. La ripetizione del verbo lo fa pensare. Dio sarà Dio con e per il popolo, in ogni tempo e luogo. La formulazione suggerisce la fedeltà di Dio a sè stesso. Israele non deve preoccuparsi affatto di un Dio arbitrario o capriccioso; può contare su un Dio che sarà quel che egli è: cioè un Dio fedele.

  1. c) Al v.15 Dio viene tradotto con “Signore”. Questa traduzione si scontra con la riflessione teologica femminista, e giustamente. Il sostantivo Signore dà l’impressione che il nome abbia un’identità maschile (e ciò è stato ampiamente utilizzato dal patriarcato!); nasconde infatti che YHWH è un nome proprio, non un titolo o un epiteto. L’uso di “signore” si basa sulla prassi giudaica post-vetero testamentaria, di leggere ADONAI (signore) per YHWH. In realtà nel nome Yhwh manca una determinazione strumentale (di genere o di ruolo ad esempio). Ma come si verifica per tutti i nomi, questo significa semplicemente riconoscere i limiti del dedurre con facilità da un nome, la natura di chi lo porta. I nomi non rivelano mai completamente la natura delle persone.

Infatti Rashi scrive: L’espressione “le’olam” (perpetuo) è scritta nel testo ebraico senza la “vav”, per cui può essere letta “le’alem”, che trasforma la frase in “Questo è il mio nome da tenere nascosto”, quasi a dire: “Tieni nascosto il nome di Dio affinchè non venga letto come è scritto”.

  1. d) Per Israele cosa significa dare un nome a Dio?

(In realtà qui è Dio che dà un nome a se stesso, non come succede ad altri dei o alle persone)

-per quanto non rivelatorio il nome permette di cogliere alcuni aspetti caratteristici di Dio.

– il nome separa e distingue l’uno dagli altri (uomini e dei)

– inserendo il proprio nome fra i nomi di una comunità questo Dio sceglie di legarsi a una comunità storica,

– dare il nome comporta un genere particolare di rapporto; apre la possibilità di un rapporto stretto… Un rapporto senza la conoscenza del nome rivela, necessariamente, distanza.

– infatti chiamare per nome, rende l’incontro vero e la comunicazione possibile, comporta disponibilità. Ma anche vulnerabilità. Nel diventare così disponibile per il mondo, Dio è in qualche modo a disposizione di coloro che possono invocare quel nome. Il nome di Dio può essere male utilizzato o si può abusarne, oppure può essere onorato. E’ un rischio che questo Dio vuole correre.

v.18-22 “Essi ascolteranno la tua voce e tu e gli anziani di Israele andrete dal re d’Egitto e gli riferirete: “Il signore il Dio degli Ebrei si è presentato a noi. Ci sia permesso di andare nel deserto a tre giorni di cammino, per fare un sacrificio al Signore, nostro Dio! Io so che il re d’Egitto non vi permetterà di partire se non con l’intervento della mia mano forte. Stenderò dunque la mano e colpirò l’Egitto con tutti i prodigi che opererò in mezzo ad esso, dopo egli vi lascerà andare”

Rashi in merito scrive: “Presteranno ascolto alla tua voce…” Appena tu ricorderai loro questa espressione, essi ascolteranno la tua voce, perché essi hanno ricevuto la tradizione di Giacobbe e di Giuseppe, la quale annunciava che con questa espressione saranno liberati. Giacobbe disse loro “Dio vi visiterà” e giuseppe Giuseppe annunciò “Dio vi visiterà”. (Gen 50, 24-25).

-Il messaggio che Dio chiede a Mosè di portare al faraone è davvero moderato. E’ una fase iniziale del negoziato. Dio sa bene che il faraone non consentirà nulla. E tuttavia il primo messaggio è diremo conciliante, ipotizza la possibilità che il faraone possa essere persuaso ad agire in modo diverso. Che l’uso della forza (colpirò l’Egitto) potrebbe non essere necessario.

v.21-22 “…Quando partirete non ve ne andrete a mani vuote; ogni donna domanderà alla sua vicina…oggetti di argento e d’oro e vesti; e ne caricherete i vostri figli e le vostre figlie e spoglierete l’Egitto”.

Questi due versetti guardano avanti, al termine della sfida col faraone. Gli egiziani non sono presentati come ingenui, anzi, Dio ha operato in loro così che essi guardano Israele con sincero favore. Tuttavia il testo contiene un certo numero di immagini ironiche (paradossali): gli Israeliti riceveranno il compenso per il loro lavoro forzato; i poveri e i ricchi si scambieranno la posizione; anziché vittime saranno vincitori; gli egiziani risponderanno a Israele amichevolmente pur di fronte alla devastazione caduta sull’Egitto. Alla fine L’Egitto anziché Israele sarà lasciato senza risorse, in un paese dove non scorrono più latte e miele.

4) Mosè e la magia (Es 4,1-9)

V.4,1 “Mosè rispose: “Ecco, non mi crederanno, non ascolteranno la mia voce, ma diranno: non ti è apparso il Signore!”

Le preoccupazioni di Mosè rimangono irrisolte. Anche s e Dio ha detto che il popolo lo ascolterà Mosè non lo crede.  Una domanda di fondo presente a partire da 2,14 (“chi ti ha costituito capo sopra di noi?”) è se Israele accetterà Mosè come guida. Potersi fidare di una guida è un aspetto centrale in ogni comunità, specialmente se si dice di parlare in nome di Dio!

Sorprende come Mosè sollevi dubbi su una parola appena pronunciata da Dio sul futuro. Ma dal suo punto di vista   convincere il popolo a credergli è un compito più complesso di quanto preveda Dio stesso.

Dio non rimprovera Mosè per la sua risposta. Anzi la prende sul serio fornendogli degli spunti per il suo discorso al popolo “affinchè gli creda”. v 5

-Questo scambio di parole rivela la natura del rapporto tra Dio e Mosè. Dio non adotta il metodo del prendere o lasciare. Dio è aperto al disaccordo, all’argomentazione e alla sfida. Dio è chiaramente l’autorità, ma il suo approccio a Mosè è di natura non autoritaria. Non è solo pazienza, è disponibilità a considerare seriamente quanto i l partner umano ha da dire. (Riflessione sulle strutture autoritarie della Chiesa ma anche all’interno dei rapporti…)

-v 8,9 Questo scambio di parole rivela anche che Dio non conosce in modo definitivo. Dio non sa come veramente risponderà il popolo. Ma allora c’è una contraddizione con 3,18 dove Dio dice chiaramente che il popolo ubbidirà? No Dio spesso avanza delle proposte incondizionate sul futuro, specialmente attraverso i profeti, che devono poi essere rielaborate alla luce dei comportamenti umani. Inoltre se così non fosse, se Dio facesse finta di non sapere, non sarebbe leale con Mosè e metterebbe in questione l’integrità di tutto il suo comportamento.

v.4,2-9 Mosè non chiede un segno ma Dio interpreta la sua domanda in tal senso.

-La narrazione dei segni suona in qualche modo strana a orecchie moderne, fatta eccezione per quelli che praticano la magia. E’ chiaro che maghi e incantatori d’Egitto conoscono le arti occulte con le quali possono operare almeno alcune delle cose che Dio opera con loro. La letteratura egiziana abbonda di racconti di maghi e dei loro poteri di operare portenti e chiarisce che coloro che praticavano queste Arti erano importanti funzionari religiosi. Per cui questo genere di pratiche erano conosciute da Israele e quindi facili da interpretare.

Il fatto che Dio si adatti umilmente a pratiche magiche ha generato una serie di problemi per alcuni commentatori che hanno addirittura negato tale carattere a quei segni.

Invece si tratta di magia pura e semplice. Ciò non getta una luce negativa su Dio. Al contrario rivela un dio che opera, nelle e mediante le realtà del contesto di cui il popolo è parte. In quanto tali si rivelano funzionali a convalidare il ruolo di Mosè quale messaggero di dio.

I v. 8-9 citati prima, vogliono però sottolineare che i segni non persuaderanno appieno il popolo; essi possono mancare allo scopo per il quale sono operati. Mosè infatti non è che un altro operatore di magia.

L’effetto del terzo segno sul popolo, è lasciato aperto v9(scrivi dentro) dimostrando così che nessun numero di segni garantisce una risposta positiva. E Mosè dovrà onorare l’incarico affidatogli consapevole che una risposta positiva non può essere prevista con certezza.

-i segni possono abbagliare, ma non conducono alla fede. La fede infatti non, può essere imposta da prove o da segni esterni, quale che sia il loro carattere insolito. Infatti non si sa quanti segni ha dovuto operare Mosè o il grado in cui questi segni hanno portato a questo risultato, o se anche essi siano stati necessari per un tale risultato.