39539 ROMA-ADISTA. Papa Paolo VI santo: il movimento Noi Siamo Chiesa esprime forti perplessità, sia sul pontificato di Montini, sia sull’abitudine di canonizzare i pontefici romani.

«Per lunghi anni mons. Montini rappresentò nella curia romana la corrente ostile al fascismo, aperta alla cultura cattolico-democratica di provenienza francese e quindi differente dalla rigidità pacelliana», si legge nel documento di Noi Siamo Chiesa reso noto alla vigilia della canonizzazione di Paolo VI (14/10)».

Fu «eletto papa – prosegue Noi Siamo Chiesa – dai cardinali che volevano continuare il Concilio contro quelli che volevano chiuderlo. Egli tenne fede al mandato ricevuto e va ascritto a suo indubbio merito l’essere riuscito a portarlo a termine collaborando, con alcune prudenze ed evitando strappi, a questa svolta fondamentale nella storia della Chiesa». Nella prima parte del pontificato ebbe un importante ruolo internazionale: pellegrinaggio in Palestina (gennaio ‘64), discorso all’assemblea delle Nazioni Unite sulla pace e il disarmo (ottobre ‘65), proclamazione del primo gennaio “Giornata della pace” (1968), Östpolitik «in controtendenza nei confronti dei furori ideologici e politici della contrapposizione est-ovest», enciclica Populorum progressio (1967) che recepì analisi e proposte delle posizioni terzomondiste.

Nella seconda fase, accanto ad alcune scelte di grande valore (riforma della liturgia, incontro col patriarca ecumenico Atenagora a Gerusalemme e conseguente reciproca remissione delle scomuniche del 1054), si addensarono ombre e contraddizioni: la destituzione del card. Lercaro (1968), istituzione del Sinodo dei vescovi con poteri solo consultivi («disattendendo così la vera collegialità che era stata preconizzata dal Concilio»), l’enciclica Humanae vitae (1968) che, in maniera particolare, «fu un errore, a lui solo addebitabile, che ha avuto conseguenze pesanti nella vita della Chiesa. Infatti – scrive Noi Siamo Chiesa –, la Humanae vitae, immediatamente contestata e non recepita dalla grande maggioranza del popolo cristiano, minerà nei decenni la credibilità del magistero papale, anche perché i suoi successori, con uno zelo degno di miglior causa, faranno della fedeltà all’insegnamento di questa enciclica la prova di ogni vera ortodossia teologica e pastorale e, di conseguenza, la condizione per essere ammessi ai ruoli ministeriali e magisteriali nelle diocesi, nei seminari e negli ordini religiosi».

Nell’ultima fase poi, di fronte ai movimenti del ‘68 e degli anni successivi e alle trasformazioni della cultura e del costume, Paolo VI si preoccupò «di frenare l’attuazione del Concilio, temendo per la “tenuta” della Chiesa»: in particolare in Italia «avvallò la campagna contro la legge sul divorzio e continuò a sostenere l’unità politica dei cattolici» nella Democrazia Cristiana. «In questo contesto – prosegue Noi Siamo Chiesa – va collocata la distanza che egli sempre mantenne nei confronti dei fermenti che percorsero la base della Chiesa, nella vasta galassia di quello che si usava chiamare “cattolicesimo del dissenso” o di quanti, comunque, in varie forme e modi, esprimevano disagio nei confronti della lentezze o dello stop alle riforme indicate dal Concilio. Questa linea, troppo prudente ed identitaria, provocò emarginazioni (in Italia la più significativa e dolorosa è stata quella di Giovanni Franzoni) ed allontanamenti dalla Chiesa e pose alcune delle premesse per l’involuzione che, dagli anni ‘80 in poi, condizionò il possibile rilancio del messaggio evangelico dopo il Concilio».

Noi Siamo Chiesa critica anche la recente tendenza a canonizzare i pontefici, quasi che un papa non possa che essere santo. Ma «canonizzando quasi tutti i papi dell’ultimo secolo e mezzo – si chiede il movimento –, bilanciando personalità e linee pastorali diverse ed anche opposte tra di loro, non si favorisce una vera e propria papolatria? Tutto ciò ci sembra contrario allo spirito del Concilio Vaticano II» e «si punta a una specie di glorificazione della natura superiore del papato, della sua infallibilità».

A monte, ritiene Noi Siamo Chiesa, c’è un equivoco, se non un errore. «Si ripete che il giudizio sulla santità è sempre dato in relazione alle virtù personali e non alle decisioni di governo», ma si tratta di «una argomentazione fragile. La personalità di ogni pontefice si intreccia sempre con il ruolo che ricopre, per cui la distinzione proposta è davvero difficile. L’esperienza stessa conferma la forte valenza “politica” di ogni canonizzazione. Per esempio, quella di papa Pacelli si è arenata per motivi solo di opportunità (l’ostilità del mondo ebraico), quella di papa Sarto fu la conseguenza della volontà di Pio XII di usarne il modello intransigente (scontro col modernismo) per la gestione della chiesa, l’abbinamento delle due canonizzazioni di papa Roncalli e di papa Wojtyla nel 2014 sono state l’affermazione abbastanza esplicita della contemporanea validità dell’insegnamento del papa del Concilio e del papa che lo stesso Concilio aveva messo da parte. Un altro abbinamento, ancora più discutibile, avvenne nel 2000 con la contemporanea beatificazione di Pio IX e di Giovanni XXIII, due papi che più diversi è impossibile trovarne».

(Luca Kocci, Adista Notizie n° 36 del 20/10/2018)