Quelli che amano il loro stesso fracasso, mal sopportano qualunque altra cosa.

Vìolano di continuo il silenzio delle foreste e delle montagne e del mare.

Sbucano di continuo in tutte le direzioni con le loro macchine attraverso la natura silenziosa, per paura che un mondo tranquillo possa accusarli della loro futilità.

La precipitazione dei loro movimenti nervosi sembra ignorare la tranquillità della natura col pretesto di avere uno scopo.

Pare per un attimo che l’aeroplano chiassoso neghi la realtà delle nuvole e del cielo, col suo saettare, il suo rumore, la sua pretesa potenza.

Il silenzio del cielo rimane quando l’aeroplano è passato, la tranquillità delle nuvole resterà quando l’aereo sarà svanito.

È il silenzio del mondo che è reale.

Il nostro fracasso, i nostri affari, i nostri scopi e tutte le vane affermazioni relative ad essi: tutto questo è illusione […].

Se l’aereo passa oggi o domani, se vi sono automobili sulla strada serpeggiante o non ve ne sono, se gli uomini parlano nel campo, se nella casa vi è o no una radio, l’albero produce i suoi fiori in silenzio.

Se la casa è vuota o piena di bambini, se gli uomini vanno in città o lavorano i campi con il trattore, se il battello entra nel porto pieno di turisti o pieno di soldati, il mandorlo produce i suoi frutti in silenzio.

 

T. Merton, Nessun uomo è un’isola, Milano, Garzanti, 1973, pag. 265-266.