Che partner sceglierà la Svp nella prossima giunta? Meglio non aspettarsi troppo: anche questo giro il mito della “schiena dritta” resterà solo un mito.

Come sanno tutti, la formazione del governo sudtirolese è un gioco di ruolo in cui la Svp detta le condizioni e gli altri (tutti gli altri) fanno a gara a chi ha meno da eccepire. Basta storcere un po’ la bocca, basta provare a rovesciare la logica soggiacente – avanzare insomma delle richieste che non siano compatibili con quanto voluto dalla Svp – e già le possibilità di essere inclusi nella nuova giunta diventerebbero infatti meno di zero. Anche se il partito di raccolta ormai raccoglie sempre meno consensi (in vent’anni ha perso il 20% dei voti), l’ipotesi ventilata da Andreas Pöder, cioè quella di ribaltare la situazione e mettere lei, la Svp, nella condizione di adeguarsi agli altri – chissà come coalizzati – è semplicemente impraticabile. L’unica domanda del dopo voto diventa allora sempre quella: la Svp quale partner sceglierà, per poter poi ignorarne il contributo? E a proposito di ignoramenti: la particolarità dello statuto d’autonomia prescrive inoltre che il soggetto porti in dote un paio di italiani in grado di far funzionare il consociativismo a base etnica che ne rappresenta (dello statuto) il meccanismo di base. A questo proposito, tra gli italiani, gira ogni cinque anni una richiesta tipo letterina a Babbo Natale: vogliamo qualcuno che vada in giunta a rappresentarci con la schiena dritta.

Invocare la schiena dritta è un po’ la prova del nove, per quelli che si aspettano la schiena dritta dagli altri

Ma cosa si intende per avere la “schiena dritta”? Ecco un catalogo sommario: chiedere che venga chiuso un occhio sull’obbligo di bilinguismo quando si tratta di dare lavoro; puntare a posti di vertice assegnati mediante la rotazione etnica delle cariche; pretendere più soldi pubblici e investimenti infrastrutturali nelle città e – già che ci siamo – non transigere sull’esibizione della simbologia nazionale. Ah, dimenticavo. Ogni tanto, ma in modo sempre più rituale e stanco, senza sapere in realtà bene quello che si dice, qualcuno parla o riparla poi anche di “scuola bilingue”. Invocare la “scuola bilingue” è un po’ la prova del nove, per quelli che si aspettano la schiena dritta dagli altri. Christian Tommasini – l’ex assessore alla cultura e alla scuola in lingua italiana trombato dagli elettori del Pd – non è andato molto oltre un faticoso allargamento dell’offerta formativa, ovviamente senza mai scalfire in profondità lo status quo, cioè ben al di qua delle colonne d’Ercole fissate dal famoso articolo 19 dello statuto. La formazione più autenticamente plurilingue nello spettro politico altoatesino ha già fatto sapere per bocca di Riccardo Dello Sbarba che il tema della scuola bilingue può essere considerato al massimo futuribile, e non è certo il caso di metterlo sul piatto delle trattative, perché verrebbero vanificate all’istante. Meglio dunque essere filosofi e citare Kant: Aus so krummem Holze, als woraus der Mensch gemacht ist, kann nichts ganz Gerades gezimmert werden (da un legno così storto, com’è quello con il quale è stata fatta l’umanità, cioè in questo caso l’autonomia, non è possibile cavare nulla di completamente diritto).

(Gabriele Di Luca, www.salto.bz, 11.11.2018)