“Che non canonizzino mai san Romero d’America perché gli farebbero un’offesa. Egli è santo in un modo del tutto particolare. È già stato canonizzato dal popolo. Non occorre altro”. Lo dicevo a Jon Sobrino in occasione della mia visita al sepolcro dell’arcivescovo martire. Gli dicevo: “Guarda, Jon, nessuno deve canonizzare Romero, perché sarebbe come pensare che la prima canonizzazione non è servita”» (Pedro Casaldáliga, El vuelo del Quetzal. Espiritualidad en Centroamérica, Managua 1988, p. 10; vedi qui).

Così Pedro Casaldáliga raccontava ai contadini e agli operatori di pastorale di Panama, durante ritiri e incontri di meditazione, di ritorno dal Nicaragua e da El Salvador, negli anni 1987/8. Mi passarono la trascrizione delle cassette e inserii questo pensiero in El Vuelo del Quetzal, il libro che preparammo a partire da quei materiali e da altri documenti pastorali della sua «campagna di solidarietà pa storale» con tante Comunità di Base e tanti gruppi contadini del Centroamerica.

La tomba di Romero che visitò Casaldáliga – posta inizialmente all’incrocio della navata centrale e del transetto della cattedrale di San Salvador, a solo pochi metri dall’altare da cui egli pronunciava quelle sue omelie di fuoco che paralizzavano il Paese e si ascoltavano in montagna dalle radio transistor dei contadini e dei poveri –, quella tomba, grande di certo, letteralmente coperta di fiori, candele, ex voto e fotografie di ringraziamento, buste piene di petizioni scritte, era così visitata e accarezzata e baciata da quell’interminabile fila di salvadoregni degli strati più poveri e popolari che fu necessario trasferirla nella cripta, perché quel “clamore popolare” impediva il normale culto nella cattedrale.

E proprio così stavano le cose nei primi secoli della Chiesa. Ovviamente, non c’erano “processi di canonizzazione”. Era l’“acclamazione e la devozione popolare” ciò che definiva il “canone”, la misura della santità riconosciuta nella Chiesa. Non c’era un registro ufficiale – quello che poi sarebbe stato il Santorale e il Martirologio romani –, né tantomeno lo svolgimento di un processo giuridico specializzato (ed economicamente costoso) nella Curia Romana. Questo non sarebbe successo prima del XIII secolo, quando le canonizzazioni vennero riservate a Roma e al papa.

Lo studio statistico della “popolazione” canonizzata nell’ultimo millennio continua ad apparire significativo: «Tra il X e il XIX secolo i santi canonizzati da Roma erano per l’87% uomini e per il 13% donne. Un modello maschile ampiamente predominante, corrispondente fedelmente alla tradizionale inferiorità della donna nella Chiesa. Senza alcuna modifica del procedimento diretta a favorire le donne, nel XX la proporzione passa al 76% di uomini e al 24% di donne» (cfr. RELaT nº 150, qui). Il modello predominante è quello di un maschio bianco, non sposato, appartenente al clero e agli ordini religiosi… e maggioritariamente di classe alta.

Tradizionalmente la canonizzazione è stata praticamente interdetta ai cristiani/e laici/che, per la complessità dei processi investigativi e storici, la lentezza della burocrazia delle Congregazioni romane e, soprattutto, l’elevatissimo costo economico dei processi. Solo membri del clero che possono contare sul sostegno della Chiesa locale, o religiosi/ e di cui la congregazione è interessata a esaltare la santità possono essere “candidati” con possibilità reali di successo.

Una canonizzazione rapida e per acclamazione fu quella di José María Escrivá: l’Opus Dei, allora tra le entità più influenti in assoluto nel Vaticano di papa Wojtyla, si impegnò a fondo per portarlo sugli altari e la sua canonizzazione risultò essere – disse l’Opus – quella che più gente aveva riunito in Piazza San Pietro… La spiegazione non era difficile: solo un’istituzione con molti membri laici di classe alta avrebbe potuto pagare i viaggi in aereo da tutti i continenti. Venne tuttavia superata da quella di padre Pio da Pietralcina, i cui devoti non erano così potenti economicamente, ma, essendo maggioritariamente italiani, poterono recarsi assai facilmente a Roma in massa. Il numero dei partecipanti a una canonizzazione non misura tuttavia il valore dell’“acclamazione popolare” di un santo. Quello di Romero fu anch’esso un caso di “acclamazione popolare”. Romero divenne il centroamericano più noto al mondo, il salvadoregno più universale. Non un santo locale, di una Chiesa diocesana concreta, né solo di un Paese o della Chiesa centroamericana o dell’intera Chiesa dell’America Latina, bensì un santo “universale” – acclamato in tutte le latitudini –, ed “ecumenico”, riconosciuto anche dalle Chiese protestanti (celebre la figura di Romero, in pietra, tra quelle della cattedrale di Westminster). Fu anche un santo “macroecumenico”, riconosciuto e acclamato da agnostici e non credenti, al di là delle frontiere della fede e delle religioni. Santo, dunque, Romero, per “acclamazione popolare” del Popolo di Dio, per “acclamazione mondiale” tra i molti “popoli di Dio”.

Di che altra canonizzazione ha dunque bisogno mons. Romero? Cosa gli manca? Cosa potrebbe aggiungere una “canonizzazione ufficiale” a Roma? Sono le domande a cui già rispose Casaldáliga quando visitò la tomba di Romero a San Salvador: «Egli è santo in un modo del tutto particolare. È già stato canonizzato dal popolo. Non occorre altro ». Per molti di noi oggi continua a essere valida quella risposta di trent’anni fa.

Ma il fatto è anche che, dopo tutto il tempo trascorso da allora, siamo entrati in un’altra epoca. Sono cambiate molte cose e siamo cambiati molto anche noi.

Parafrasando Casaldáliga, oggi potremmo dire: «Che non canonizzino mai san Romero d’America, perché sarebbe come se continuassimo a stare in quell’epoca dalla quale già da tempo siamo usciti».

In effetti, oggi, la domanda è più profonda: continua ad avere senso il concetto classico di “santi canonizzati” della Chiesa cattolica? E potremmo suddividerla in diverse altre questioni:

– Esistono davvero i “santi canonizzati”, quelli ufficiali, quelli classici, quelli che stanno nella corte celeste del Re e Signore del cielo e della terra, nel “secondo piano” della realtà? I nostri nonni pensavano che la loro intercessione fosse di grande utilità. Ma noi, oggi?

– Si può entrare in questa corte privilegiata per essere stati sottoposti a valutazione da parte di una commissione esaminatrice specializzata della Congregazione vaticana per le cause dei santi? Un processo di canonizzazione può rendere santo qualcuno? O si tratta di qualcosa di esterno che non può toccare la sua santità?

– Possiamo accettare come qualcosa di naturale, senza arrossire – in pieno XXI secolo! –, che quella valutazione includa come requisito la realizzazione – scientificamente provata! – di due miracoli?

Salvare l’intuizione su altre basi

Cerchiamo di rispondere, quasi telegraficamente, a queste domande:

– La canonizzazione dei santi nella Chiesa cattolica è una creazione medievale, ufficialmente introdotta nel 1234 con le Decretali di Gregorio IX, benché sia solo a partire da Urbano VIII, nel 1634, che è stata riconosciuta praticamente in tutta la Chiesa. Non fa parte del suo patrimonio biblico, né dogmático, né teologico. Forse è propro questa sua posizione secondaria rispetto ai contenuti essenziali della Chiesa che le ha permesso di sfuggire a momenti valutativi alti come gli ultimi Concilii ecumenici. Vi sono sempre stati aspetti più importanti nella Chiesa che richiedevano un’attenzione prioritaria. Così, le canonizzazioni – il loro significato e i loro processi concreti, come sono giunti fino a noi – sono oggi un anacronismo sopravvissuto a causa della disattenzione di cui sono state e continuano a essere oggetto, facendo parte di quella lista di punti che richiedono a gran voce una revisione e una drastica attualizzazione

Come il prestigioso teologo gesuita fiammingo Roger Lenaers ci ha mostrato in maniera chiarissima (nel libro Otro cristianismo es posible, Abya Yala, Quito 2008), non esiste un secondo piano cosmico in cui situare quella celebre e ammirata corte celeste presentata da tanti affermati artisti in indimenticabili opere d’arte che hanno segnato (anche inconsciamente) la nostra spiritualità e hanno popolato di volti beatifici, di angeli e nubi il nostro immaginario collettivo religioso.

La scienza e la filosofia attuali non riconoscono nulla di esterno alla realtà. Non esiste questo secondo piano là sopra, là fuori, dove collocare la sede di questa corte, che non è né corte, né celeste. Potremmo conservare l’intuizione contenuta in questa credenza tradizionale, senza buttare il bambino con l’acqua sporca. Possiamo salvare il bambino, l’intuizione profonda lì veicolata, ma a partire da altre basi (altri paradigmi) ed esprimendola con altre metafore (non quelle ormai obsolete), nella consapevolezza che di questo si tratta, di metafore, e in nessun modo di descrizioni reali.

– Ovviamente, una canonizzazione non rende santo nessuno. La persona che è santa al momento della sua morte lo è, e non smetterà di esserlo, anche nel caso in cui nessuno lo sappia o a nessuno interessi presentare poi la sua candidatura presso la Congregazione per le cause dei santi. E la persona che non lo è non lo sarà mai, neppure se questa Congregazione la “rende” santa, cioè, semplicemente, la dichiara tale. La canonizzazione non è altro che una “dichiarazione”, non una “santificazione”: senza entrare ora nella necessaria rilettura dell’escatologia classica, quando moriamo, quando ha termine il nostro status viatoris, non è più possibile cambiare, né crescere in santità. Se il sangue martiriale ha portato al culmine la santificazione personale di Romero, egli resterebbe santo anche se nessuno dopo la sua morte lo avesse pensato o proclamato tale. E che ora questa sua santità venga proclamata non aggiunge una virgola a quella che egli aveva raggiunto durante la sua vita: semplicemente dà ai suoi ammiratori altri motivi e altre possibilità di conoscerlo, ammirarlo e imitarlo. In realtà quello che è in gioco in una canonizzazione è qualcosa di totalmente estraneo alla santità stessa del candidato.

– Una sottolineatura a parte merita la questione dei miracoli. Risulta inesplicabile come, già ben dentro il XXI secolo, persista ancora tra le congregazioni vaticane una chiamata a “dimostrare” scientificamente la veracità dei miracoli richiesti per una canonizzazione istituzionale. È un altro anacronismo di origine medievale, stranamente sopravvissuto all’interno di una Chiesa che nel Vaticano II era sembrata riconciliarsi con la società colta, profondamente segnata dalla scienza. Non sarà che la sua sopravvivenza dipenda dagli interessi economici della Curia Romana? O magari dall’immobilismo e dalla pigrizia abitudinaria delle istituzioni religiose dinanzi alla sfida del rinnovamento? O dal fatto che non si rendano conto che il riconoscimento di un miracolo da parte della Chiesa è ugualmente un riconoscimento della cosmovisione medievale vigente nelle sue istanze centrali? Fino a quando si vuol far credere che gli asini volano a credenti ormai in sintonia con la società moderna?

– Una buona notizia, per molte persone che si sentono a disagio di fronte a queste dichiarazioni ecclesiastiche di canonizzazione, è che, sebbene per secoli siano state considerate ufficiosamente dogmatiche (come se la canonizzazione fosse una specie di proclamazione del dogma che la tale persona “è in cielo” – ricordo perfettamente che così veniva presentata alla nostra generazione nella catechesi), oggi sappiamo di poter prescindere da tutti questi elementi mitico-medievali che ci si sono attaccati surrettiziamente addosso nel corso delle oscure età passate. Sappiamo bene che tanto nella Chiesa quanto nella società si incontrano persone che si collocano chiaramente nel Medioevo e che si sentono a loro agio in questo ambiente religioso tradizionale. Oggi accettiamo con piacere l’interculturalità, la pluralità culturale e religiosa. E rivendichiamo la stessa libertà per noi. Accanto a chi vive mentalmente nel secolo XIII, vi sono ormai persone che pensano come si penserà nel XXII secolo. Tutti abbiamo diritto a vivere coerentemente con la nostra coscienza e a essere rispettati.

Una buona notizia

Diciamo allora, per concludere, che ci sentiamo in comunione con mons. Romero, che ammiriamo vivamente senza bisogno di questa aggiunta del titolo ufficiale di “santo canonizzato” che ci evoca tanti elementi superati o anche obsoleti. Ma non deve infastidirci il suo uso da parte di altre persone che esprimono il loro affetto e la loro comunione con Romero attraverso questo mondo di categorie e presupposti che noi abbiamo abbandonato da tempo. Rispettiamo questa pluralità che caratterizza il nostro tempo e la nostra Chiesa nel presente, e siamo in grado di accettarla, senza che per questo una semplice attribuzione di santità canonica finisca per costituire un cavallo di Troia tale da riportarci a una mentalità che abbiamo già abbandonato. Ci sentiamo tanto saldi nel nostro modo di vedere quanto tolleranti rispetto agli antichi punti di vista; tanto fedeli alla vera essenza della buona tradizione quanto liberi da vincoli medievali, platonici, mitologici, agrari e addirittura neolitici.

A partire da questa visione, è chiaro che non abbiamo bisogno che Romero venga canonizzato. «Egli è santo in un modo del tutto particolare. È già stato canonizzato dal popolo. Non occorre altro» (e certamente, una volta finito il Medioevo, è ovvio che siano di troppo i miracoli “richiesti”). Ma comprendiamo che una grande parte della Chiesa e buona parte della società si sentiranno aiutati e anche commossi da questa dichiarazione ufficiale di riconoscimento della sua santità e del suo martirio. Condividiamo la loro gioia. A questo punto della storia, con tutto ciò che è avvenuto dal 24 marzo 1980, non ci sembra un’offesa ma piuttosto una riabilitazione aggiuntiva, ridondante ma utile, soprattutto per le gerarchie religiose e civili che per decenni si sono opposte al riconoscimento di San Romero d’America. È una buona notizia.

(José Maria Vigil, Adista Documenti n° 38 del 03/11/2018)