Intervista di Francesco Comina e Renato Sacco

Il ciclone Grässlin è tornato. Il pedagogista e pacifista tedesco, che ogni giorno porta scompiglio, con i suoi interventi, i suoi dati, le sue denunce, nella potente lobby delle armi, ha parlato a Merano nell’ambito di un ciclo di incontri organizzato da HRI (Human Rights International) in occasione dei settant’anni della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Questa volta Grässlin ha spiegato come funziona la partita doppia delle armi e della migrazione: “Chi semina armi raccoglie profughi”. Ossia quale ipocrisia ci sia nello stordimento populista che sembra attanagliare l’Europa quando, da una parte si vendono armi a paesi in guerra e dall’altra poi si chiudono porti, frontiere, si alzano muri alle turbe di migranti che cercano di scappare proprio da quelle armi utilizzate per sventrare case, palazzi e seminare il panico.

In un crescendo di spese militari, di conflitti e di nostri coinvolgimenti nella vendita di armi che, tramite l’Arabia Saudita, giungono in Yemen, abbiamo intervistato Grässlin.

Chi semina armi raccoglie profughi

C’è fra Italia e Germania una chiara collaborazione di mercato fra le industrie che producono armi, un mercato che spesso invade aree del mondo sottoposte a egemonie politiche di regimi o dittature che non rispettano i diritti umani. Queste armi vengono prodotte in Italia attraverso ditte come Leonardo che produce aerei da combattimento, elicotteri militari o come Beretta, che fabbrica sistemi d’arma “leggeri” come fucili, pistole, carabine. Tali armi vengono prodotte e commercializzate in tutto il mondo e sono andate anche a regimi come la Libia, l’Iraq, la Siria, paesi in guerra o in conflitto da cui provengono molti dei migranti che vediamo aggirarsi nei nostri paesi. Il discorso è semplice: chi esporta armi si troverà sul suo stesso suolo

i migranti che fuggono dalle guerre dove quelle stesse armi vengono utilizzate. Tali armi sono arrivate anche alle milizie del terrore, agli eserciti dell’Isis, per uccidere, fare guerra, perseguitare le popolazioni e farle fuggire. La stessa cosa succede in Germania dove operano ditte come Rheinmetal, produttore di sistemi d’arma pesante o come la Airbus Group che produce aeromobili civili e militari, sistemi di comunicazione, missili, vettori spaziali, satelliti artificiali e sistemi collegati, oppure la Hacker & Koch, che produce

e commercializza armi leggere. Ci sono anche tristi casi di partnership strategico commerciale fra Italia e Germania nella produzione di armi pesanti con la ditta Rheinmetal defense, una dellepiù grosse in Germania, che esporta bombe nelle zone di crisi e in altri territori del mondo attraverso l’azienda collegata RWM che ha lo stabilimento in Sardegna. Le bombe qui costruite sono state esportate anche in Arabia Saudita che le utilizza nella guerra contro lo Yemen. In ottobre 2016 una famiglia con due bambini e la loro madre incinta del terzo è stata spazzata via da un attacco con bombe prodotte e commercializzate da questo stabilimento in Sardegna.

Questo è un crimine contro i diritti umani che la giustizia italiana e tedesca dovrebbe perseguire secondo i dettami dello stato di diritto.

Ora diventa importante che tutto il lavoro finora fatto nell’ambito di singoli stati, attraverso i movimenti di base come Pax Christi, Caritas, Migrantes e altre reti della società civile, impegnata sulla pace e sul rispetto dei diritti umani, si internazionalizzi e incroci progetti, programmi e studi affinché si possa essere più incisivi nel contrasto a questo terribile mercato di morte. Il nostro obiettivo è quello della riconversione dell’industria bellica in industria civile, cercando di salvare i posti di lavoro. Per questo serve una forte pressione sulla politica muovendo il consenso pubblico con mobilitazioni, marce, manifestazioni e agendo in collaborazione con i sindacati. Ma dobbiamo cominciare a pensare al nostro impegno su scala internazionale e non più inter-statale.

Uno dei grandi temi a sostegno del commercio delle armi è quello della sicurezza. I cittadini, insicuri di fronte a tanta violenza, hanno il diritto di possedere un’arma. Abbiamo già visto, dalle cronache americane, che è vero proprio il contrario: più una società si riempie di armi e più quella società diventa insicura e pericolosa. Come uscire da questa contraddizione?

Il rapporto sicurezza-armi è la terribile ideologia che viene distribuita a piene mani in Usa attraverso le lobby armate come la National Rifle Association, la potente organizzazione a favore dei detentori di armi, che è in stretto contatto con Donald Trump. Questi vorrebbero che ogni cittadino si dotasse di un’arma per difendere la propria sicurezza privata. Una cosa assurda, continuamente posta sotto giudizio dalle decine di stragi che avvengono ogni anno, nelle scuole, nei pub, sulle strade di un’America violenta, dove è facile dotarsi di un’arma e compiere i gesti folli con uccisioni indiscriminate. Il nostro modello è esattamente il contrario. Noi vogliamo togliere le armi dal territorio, vogliamo ridurre la violenza, vogliamo educare alla pace e al rispetto dei diritti umani. Noi vogliamo città sicure non attraverso la proliferazione delle armi, ma attraverso una buona condotta e un buen vivir dei cittadini. Provate a fare un confronto fra Usa e Canada ad esempio. Due paesi limitrofi. Mentre uno è ossessionato dal mito della sicurezza e dal commercio delle armi ed è costretto a registrare quasi quotidianamente fatti di sangue o veri e propri massacri per opera di quelle stesse armi che vuole difendere, in Canada, dove non c’è questo sistema di liberalizzazione del mercato delle armi, le città sono più sicure e la gente vive più tranquilla, senza l’assillo del potenziale nemico che ad ogni momento può affacciarsi da un balcone e sparare o infiltrarsi in una scuola e uccidere i compagni o gli insegnanti. Noi ci battiamo per la vita e per la pace, per programmi di inclusione dei migranti e per una politica di stabilizzazione nelle regioni da cui questi migranti provengono. Ma siamo sempre al discorso iniziale.

Se noi vendiamo armi a paesi in conflitto o a regimi che non rispettano i diritti umani, non possiamo impedire che questa gente poi scappi e cerchi un rifugio nella nostra Europa.

È un circolo vizioso: più esportiamo armi e più importiamo profughi.

Ora anche la polizia italiana ha in dotazione la pistola Taser, ossia un’arma presentata come non letale anche se ci sono stati vari casi di persone che sono morte a causa della potenza delle scariche elettriche che quest’arma emette. Cosa pensa?

La pistola Taser e tutte le nuove armi non letali che si stanno sperimentando sono di fatto molto pericolose perché possono provocare disturbi gravissimi, al cuore, al sistema nervoso con vere e proprie mutilazioni agli occhi, per esempio. Sono sistemi che stanno alimentando e sviluppando la produzione e il mercato delle nuove armi e che hanno cominciato negli Usa a essere usate e legittimate nella guerra contro il terrore e si stanno usando in Germania, ora in Italia e in altri paesi europei. Ma questa, ripeto, non è la strada da seguire. Noi vogliamo una società di pace, non di violenza repressiva con strumenti pericolosi e violenti che possono compromettere la vita delle persone solo per esigenze di repressione. Noi dobbiamo mobilitarci per garantire la democrazia e la partecipazione dei cittadini per un mondo libero dalla violenza. Quello che facciamo, con la nostra mobilitazione contro le armi, non è tanto una guerra “contro” l’industria delle armi, ma semmai un’azione per la democrazia, perché trionfi quello che abbiamo pensato e agito dopo la seconda guerra mondiale come democratici, come realtà umanitarie e in gran parte come cristiani, ossia l’edificazione di una società aperta, di una società solidale che apra le porte al mondo e non le chiuda reprimendo gli altri, come l’estrema destra sta facendo in questi ultimi anni in varie parti d’Europa.

 

Mosaico di pace, dicembre 2018