«Una cosa è essere aperti teoricamente all’inclusione, un’altra è davvero ascoltarsi. Non è detto che il punto di vista mio sia sempre il migliore. Per questo abbiamo chiesto che siano le persone omosessuali che già frequentano la nostra parrocchia a introdurre mensilmente un momento di preghiera aperto a tutti. In questo modo partecipano alla vita comunitaria senza ghettizzarsi e portano un contributo importante per ognuno».

Don Paolo Salvini è parroco a Roma a San Fulgenzio, nel quartiere di Monte Mario. La sua è una realtà da sempre aperta della diocesi, che ha iniziato a ospitare un gruppo di credenti gay alcuni anni fa.
«Non facciamo una lettura omosessuale della Scrittura — ci tiene a dire don Paolo — ma permettiamo alle persone omosessuali di parlare della Scrittura secondo la loro sensibilità affinché tutti ne siano arricchiti. Agli incontri sono invitati tutti i parrocchiani, adulti e giovani, e devo dire che lo fanno in tanti e con gioia».
Fino a qualche tempo fa le persone omosessuali si riunivano da sole. Poi la “sveglia”, arrivata loro dalle parole della teologa Antonietta Potente: «State qui, fra di voi, ma come possono le vostre vite essere humus per gli altri se non uscite? Cercate di confrontarvi, di trovare strade di incontro con tutti i parrocchiani, affinché siate davvero occasione di stimolo». E così è stato, anche grazie al placet del nuovo vicario di Roma Angelo De Donatis.

Il gruppo che frequenta la parrocchia si chiama Nuova Proposta, polo romano di Cammini di Speranza, l’associazione nazionale che riunisce le persone Lgbt cristiane. Racconta il portavoce Andrea Rubera: «All’inizio eravamo ospitati per fare degli incontri fra di noi, senza contaminazione con la parrocchia. Poi è arrivata dal parroco la proposta di implicarci di più con gli altri, e così abbiamo fatto. Ogni mese apriamo una catechesi nella quale riflettiamo su degli episodi del Vangelo significativi dal punto di vista dell’inclusività — il dialogo fra Gesù e la Samaritana, ad esempio — quindi facciamo un momento di silenzio e poi ci confrontiamo. A tema non c’è l’omosessualità, la prospettiva è infatti un’altra, è avere voce per tutti, è far sì che la nostra sensibilità abbia diritto d’esistenza. Tempo fa avevo partecipato a degli incontri che in forma più o meno nascosta la diocesi organizzava per gli omosessuali credenti. C’era sempre qualcuno che doveva “indottrinarci”. Qui no. Qui il nostro punti di vista conta, e contiamo noi come persone».

Building a Bridge (costruire un Ponte), non a caso, è il titolo del libro del gesuita James Martin che ha fatto scuola anche in Italia. «Cosa desiderano gli omosessuali credenti dalla Chiesa?» si era chiesto in una intervista su Repubblica. «La stessa cosa che tutti vogliono tutti sentirsi a casa».

«Inclusione — recita infatti il volantino d’invito alle catechesi di San Fulgenzio — significa guardare all’altro alla pari, creare ambiti sempre più larghi dove ciascuno possa sentirsi a casa propria, partire dalla valorizzazione delle diversità per creare “nuove cose”». Dice ancora Rubera: «La premessa è l’ascolto non giudicante, una metodologia molto forte, dunque, che costringe ad ascoltare l’altro senza volere a tutti i costi controbattere».

Certo, le catechesi non sono l’unico momento simile a Roma. Da qualche mese Nuova Proposta assieme a Comunità di Vita Cristiana, una realtà laicale legata ai gesuiti, offre occasioni d’incontro per genitori con figli omosessuali. Per molti genitori credenti il coming out del figlio può essere uno shock, parlarne insieme aiuta a capire, a comprendere, a includere.
Anche perché, come ha detto più volte il teologo Alberto Maggi, «l’orientamento sessuale al fine delle Beatitudini della vita, non conta». Ciò che conta, piuttosto, è la qualità d’amore che ognuno decide di dare alla propria esistenza.

 

Artricolo di Paolo Rodari, pubblicato su Repubblica del 21 dicembre 2018, da: www.gionata.org