Tregua nella Chiesa cattolica romana: questo – a quanto pare – Francesco ha ottenuto con la celebrazione e le conclusioni dell’Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi convocato a Roma dal 3 al 28 ottobre per riflettere su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Infatti, tutti i temi potenzialmente deflagranti – per motivi teologici o pastorali – sono stati leniti, oppure espressi in modo tale da permettere interpretazioni liberanti, ma senza smentire formalmente nessuna norma proibitiva vigente.

L’Assemblea, dedicata ai/alle giovani, ha fatto un’ampia panoramica dei problemi emergenti nel mondo e nella Chiesa cattolica. Ma, sui temi delicati, non è andata oltre generici auspici.

La vigilia della chiusura del Sinodo i “padri” – erano 268, ma infine ne mancavano una ventina – hanno votato, uno per uno, i 167 paragrafi del “Documento finale”, il testo che raccoglie la sintesi di quasi un mese di lavoro: sempre con la maggioranza prescritta di almeno i due terzi dei presenti (e spesso quasi all’unanimità).  Esso insiste sulla “sinodalità” che sempre dovrebbe caratterizzare la vita della Chiesa: affermazione di principio importante, se davvero attuata. Il testo tratta dei e delle giovani: ma l’angolazione scelta è servita per toccare – con un certo approfondimento, o solo di sfuggita – tutti i maggiori problemi del pianeta, e della Chiesa romana. E, dunque, pace, guerra, disuguaglianze sociali, cura del creato, difesa dei diritti umani, migranti, xenofobia, lavoratori, disoccupati; e, sul fronte intra-ecclesiale: vocazione al presbiterato o alla vita consacrata, al matrimonio o all’essere single, vite cristiane intessute di Vangelo, comunità cattoliche aperte al dialogo con tutti. E, invitando i/ le giovani a “dare il giusto valore alla castità”, sulla sessualità afferma: “Esistono questioni relative al corpo, all’affettività e alla sessualità che hanno bisogno di una più approfondita elaborazione antropologica, teologica e pastorale, da realizzare nelle modalità e ai livelli più convenienti, da quelli locali a quello universale… Esistono già in molte comunità cristiane cammini di accompagnamento alla fede di persone omosessuali: il Sinodo raccomanda di favorire tali percorsi… nei quali le persone sono aiutate ad aderire con libertà e responsabilità alla propria chiamata battesimale” [§149-150].

E qui, per affermare “la determinante rilevanza antropologica della differenza e reciprocità tra l’uomo e la donna” cita una lettera ai vescovi sulla cura pastorale delle persone omosessuali, scritta nel 1986 dall’allora cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Un testo che, anche basandosi su una certa lettura delle Scritture, afferma “È solo nella relazione coniugale [tra uomo e donna] che l’uso della facoltà sessuale può essere moralmente retto. Pertanto una persona che si comporta in modo omosessuale agisce immoralmente” (n. 7).

Nella sua panoramica, il Sinodo non poteva evitare la questione della donna nella Chiesa. “Emerge anche tra i giovani la richiesta che vi sia un maggiore riconoscimento e valorizzazione delle donne nella società è nella Chiesa… l’assenza della voce e dello sguardo femminile impoverisce il dibattito e il cammino della Chiesa, sottraendo al discernimento un contributo prezioso. Il Sinodo raccomanda di rendere tutti più consapevoli dell’urgenza di un ineludibile cambiamento.” [§55]. E ancora: “Una Chiesa che cerca di vivere uno stile sinodale non potrà fare a meno di riflettere sulla condizione è sul ruolo delle donne al proprio interno… I giovani e le giovani lo chiedono con grande forza… Di particolare importanza è la presenza femminile negli organi ecclesiali a tutti i livelli, anche in funzioni di responsabilità, e della partecipazione femminile ai processi decisionali ecclesiali nel rispetto del ruolo del ministero ordinato” [§148]

Questo “grido” si ripete, di tanto in tanto, fin dal Sinodo del 1971 il quale propose l’istituzione di una commissione per approfondire il tema: Paolo VI la creò, ma finì nel nulla. Del resto è impossibile addentrarsi nell’argomento senza mettere in discussione radicale il “sacerdozio” (del resto proibito da papa Wojtyla alle donne), estraneo al pensiero di Gesù, per riflettere invece sui ministeri possibili a uomini e donne. Un cambiamento cruciale che, con ogni evidenza, un Sinodo non può fare; solo un Concilio, composto da “padri” e “madri” lo potrebbe. Il che, oggi, a Roma non si vuole. Ma non si potrà in eterno evitare quello che è inevitabile. E benedetto.

 

(Luigi Sandri, Confronti, novembre 2018)

 

Giornalista professionista dal 1975, è stato corrispondente dell’Ansa da Mosca e Tel Aviv. Vaticanista di lungo corso per Ecumenical News International, segue da decenni le vicende dei papi e della Chiesa cattolica per la rivista “Confronti”, oltre ad essere editorialista dei quotidiani “Alto Adige” e “Trentino”. Tra le sue opere, “Città santa e lacerata. Gerusalemme per ebrei, cristiani e musulmani” (Monti, 2001), “Cronache dal futuro. Zeffirino II e il dramma della sua Chiesa” (Gabrielli, 2008) e “Il papa Gaucho e i divorziati” (Aracne, 2018)