Testimonianza di una giovane studentessa da Hebron.

Il grande sogno di essere normali, in una terra che imprigiona e nega diritti.

 

Sono una studentessa del terzo anno all’università di Hebron, in Palestina. Sono una volontaria e sono rappresentante di diverse realtà giovanili palestinesi. Viviamo in Palestina, studiamo, lavoriamo e ci godiamo il nostro tempo libero. Cerchiamo sempre di essere felici, di vivere “come gli altri”, di essere i migliori in tutti i campi nonostante l’occupazione israeliana. Cerchiamo di compensare i nostri bisogni con il lavoro volontario – ci sono migliaia di volontari qui, in ogni ambito! – e siamo innamorati della scienza, delle invenzioni, dello sviluppo. Ci sono centinaia di inventori palestinesi e giovani, intenti a brevettare le proprie scoperte e invenzioni. Non siamo un popolo normale, perché siamo palestinesi, il che significa che non abbiamo ottenuto tutto facilmente, come avviene per i giovani di tante altre parti del mondo!

Siamo “sopravvissuti” e la strada per il successo è molto lunga e difficile, faticosa. Come palestinesi, dobbiamo affrontare tante difficoltà.

 

I confini, ad esempio, murati e chiusi. E poi l’acqua, che manca perché ci viene sottratta, i checkpoint, gli arresti, le prigioni e le torture. Tantissime fonti d’acqua sono completamente sotto il controllo israeliano: la quantità che ci “spetta” e che viene distribuita ai territori palestinesi è circa 1/9 dell’acqua disponibile, mentre gli 8/9 è per gli israeliani. E poi c’è il mare: ai nostri bambini non è permesso nuotare liberamente nel Mar Mediterraneo, pur potendoci andare senza impedimenti. E in un tempo in cui potrebbero viaggiare tutti molto facilmente ovunque, in tutto il mondo, noi non possiamo nemmeno muoverci nel nostro paese perché non ci è consentito attraversare i confini e persino la nostra stessa polizia non può entrare in tutte le aree palestinesi.

Ovunque chiedono una pace giusta! Certo, ma per chi? Noi palestinesi stiamo soffrendo…

Noi siamo coloro che sono imprigionati ingiustamente, che son detenuti in carceri disumane senza una ragione. Siamo consapevoli della necessità di una pace giusta, e sappiamo che a chiederla sono anche molti israeliani. Anche noi la chiediamo, vogliamo la pace, la cessazione di arresti arbitrari, vogliamo una vita libera da poter vivere tutti insieme.

 

Vogliamo dare ai nostri figli la possibilità di crescere insieme con amore e dignità.

(Aya Idrees, Mosaico di pace, dicembre 2018)