La morte del ragazzo del Mali è un simbolo: con lui – e la sua pagella – è scivolato nel buio anche un pezzo del nostro futuro.

Quando io sento molto dolore, e non lo saprei spiegare come vorrei, prendo un libro di poesie e lo sfoglio, perché spero che una parola, una frase mi aiuti. Allora capita spesso che m’imbatta quasi subito in ciò che cerco. Oppure ciò che cerco mi trova quasi subito, come sarebbe più opportuno osservare. In Sprachgitter, Grata di parole, scrive Paul Celan: “Wölbe dich, Welt: / Wenn die Totenmuschel heranschwimmt, / will es hier läuten (Inàrcati mondo: / se accosta per acqua la conchiglia dei morti, / qui sarà scampanio”. Che immenso scampanio di morti, sotto il mare sul quale s’inarca il nostro mondo indifferente. Chi ha orecchi, infatti, per ascoltare quelle campane?

Una piccola campana ha suonato per un ragazzo del Mali che solo grazie a un particolare è riuscito a staccarsi dalla massa degli altri morti, quei tanti ai quali neppure più facciamo caso, che diamo per scontati e non sappiamo neppure più contare. Aveva la pagella cucita addosso, ecco il particolare straziante, e l’aveva messa in una tasca della giacca per portarsela nel “nuovo mondo” che non è mai riuscito a vedere, al quale non è mai riuscito ad arrivare. Così il ragazzo è annegato tenendosi stretti i suoi voti, scivolati anch’essi in una tomba fatta di sale. Il vignettista Makkox – sul Foglioha dedicato a questa vicenda un delicato requiem visivo: il ragazzo, seduto, è circondato dai pesci ed è a loro che egli mostra la sua pagella, ottenendo da morto il consenso e i complimenti che nessuno ha avuto la possibilità di regalargli quando era in vita. Non c’è molto da aggiungere, la favola triste bagnerà gli occhi dei più sensibili e poi sarà dimenticata. Il ragazzo del Mali, con le sue speranze cucite, si aggiunge a tutti gli altri che non ce l’hanno fatta, anche loro crepati con addosso messaggi, lettere, preghiere buone solo per i pesci.

Ma riflettiamo ancora: cos’è in realtà una pagella che non riesce ad essere letta? Certo, essa sembra in primo luogo un buco nero in cui viene inghiottito il futuro di chi l’aveva con sé. Poi però quel buco si allarga, ci raggiunge e inghiotte anche noi. Inghiotte noi e il nostro arido futuro di spettatori inerti di tutte queste tragedie. L’ha detto benissimo il filosofo Aldo Masullo in una poesia dedicata allo sfortunato ragazzo:

La portavi cucita sul petto
– medaglia al tuo valore

risorsa estrema per avere almeno
un poco di rispetto –
l’orgogliosa pagella di scolaro
tu, solitario ragazzino perso
nell’immensa incertezza del migrare
corpicino in balia d’infide forze.
Non t’è servita
a salvarti la vita
ma t’è rimasta stretta sopra il cuore
fedele come il cane di famiglia
a custodir del tuo abbandono l’onta
e finalmente sbatterne l’orrore
in faccia all’impunita indifferenza
della presente umanità d’automi.

Quale futuro potremo mai avere noi, popolo di automi insensibili ai sogni di futuro che, pure, continuiamo a rappresentare per così tante persone? Un futuro freddo e buio come quello che si è impigliato sul fondo del mare.

 

(Gabriele Di Luca, salto.bz, 19.01.2019)