LE PEREGRINAZIONI NEL DESERTO

(Es 15,22- 18,27)

 

Testi liberamente tratti da:

Fretheim T.E., Esodo, Torino, Claudiana, 2004;

Rav Mendel Kalmenson, Le Acque Amare, tratto da chabad.org

 

Introduzione

1) Obbedienza e guarigione. Es 15, 22-27

2) Cibo e fede. Es 16,1-36

3) Mettere Dio alla prova. Es 17,1-7

4) C’è del potere in quelle mani. Es 17,8-16

5) Fede e famiglia. Es 18,1-12

6) Liberazione e ordine. Es 18,13-27

 

INTRODUZIONE: Adolescenza di un popolo

 

Le peregrinazioni nel deserto, o almeno la loro lunghezza e ampiezza, sorprendono certamente il popolo di Israele. Al posto di una terra dove scorrono il latte e il miele, esso incontra il deserto…   La liberazione presso il mare porta in una landa dimenticata da Dio; i danzatori e i cantori sono colti come da morte improvvisa…

La salvezza da un tipo di morte, conduce a un altro tipo di morte.  L’attraversamento del mare appare niente più che un momento di gioia fra un problema e un altro; soltanto che l’ultimo è peggiore del precedente. La schiavitù, con sicurezza e risorse per sopravvivere, sembra preferibile alla libertà e al campare fra un’oasi e l’altra.

a) Il deserto è dunque un luogo “fra” e “in mezzo a”; un luogo di passaggio.

b) Il deserto sembra una condizione definitiva: 40 anni costituiscono un periodo molto lungo. Anche la profonda esperienza sul Sinai, a vederla in questa prospettiva, sembra una vicenda fugace.

Ci si potrebbe chiedere: perché Dio crea un popolo da chi non è un popolo (la più grande fra tutte le opere creative), soltanto per lasciarlo nel caos? Nelle fauci di un luogo dove i demoni ululano e i messia sono tentati, dove le normali risorse sono assenti…? Il viaggio dal Mar Rosso alla Terra promessa è pieno di tumuli tombali e non viene ricordata una sola nascita!

Il deserto è la vita dopo la redenzione, ma non ancora il compimento definitivo; la vita sembra sterile e il compimento soltanto un miraggio.

La promessa è stata annunciata a parole, ma chi può vivere soltanto di parole?

La Sapienza è stata proclamata, ma l’orizzonte rimane nascosto dalle tempeste di sabbia.

E così la fiducia in Dio diventa recalcitrante e carica di risentimento. La fede si erode con le dune, i comandamenti si dissolvono nel disordine che modella la vita quotidiana.

Ma, proprio nel deserto, Dio è pronto a rispondere ai bisogni di questo popolo piagnucoloso.  Dio provvede quel che il contesto non può dare.  Le proteste sono esaudite, le grida ascoltate, del tutto immeritatamente.

La liberazione viene, ma non con l’essere portati fuori dal deserto.

C’è il dono del cibo dove le risorse sono del tutto effimere. C’è il dono dell’acqua, dove abbondano soltanto le rocce.  C’è il dono della guarigione dove le sofferenze non finiscono mai.  Il movimento dalla morte alla vita, avviene all’interno dell’esperienza della dimenticanza di Dio.  La morte è trasformata in vita all’interno di un contesto carico di ostacoli.

Il libro del deuteronomio cerca di addolcire questo modus operandi di Dio e nel secondo capitolo, proclama:

(…)7perché il Signore, tuo Dio, ti ha benedetto in ogni lavoro delle tue mani, ti ha seguito nel tuo viaggio attraverso questo grande deserto. Il Signore, tuo Dio, è stato con te in questi quarant’anni e non ti è mancato nulla”.

(Dt 2, 7)

Certamente questa è l’eco di una delusione, un pio tentativo posteriore di nascondere le realtà di questo peregrinare.  Il deserto, con queste parole, non è soltanto dipinto, ma è lavato in acqua limpida.

I discepoli di una tale sciocchezza sono una legione. Sembrano negare le mille mormorazioni e i mille tradimenti.

Essi negano il fatto che la vita vera, deve essere sempre modellata dal deserto, anche quando si vive già nella Terra promessa. Essi negano anche il fatto che la stessa vita di Dio sia stata decisamente modellata da questa esperienza.

Il deserto infatti va compreso come un “luogo di crescita”. Un passaggio necessario per aderire in modo adulto alla proposta di Dio

Quindi, per quanto il popolo sia spesso ingrato e sleale, la misericordia e la benedizione di Dio pervadono tutta la storia.  Il popolo nel deserto è in ultima analisi educato dalla incredibile pazienza e misericordia di Dio e dalla sua volontà di restare con Israele nel tempo della sua adolescenza (adulescere= diventare adulto). Tener testa ad un adolescente non è un compito facile, anche se il genitore è Dio.

Nessun comando divino, nessuno schiocco di frusta è capace di correggerlo senza compromettere la sua libertà.  Se Dio vuole un figlio maturo, deve correre il rischio del fallimento (come del resto tutti noi).  Genitore e figlio sottopongono l’un l’altro a un certo numero di prove. Per il bene della creazione, Dio non vuole compromettere alcunché per elevare Israele dalla sua attuale condizione. Così opera mediante i suoi sentimenti di abbandono e di impotenza, le sue parole di rimpianto e i suoi atti di ribellione, il suo bisogno di rassicurazione, di protezione,  di ricerca di una nuova identità e di strutture di vita non oppressive. Dio rimane fedele al suo popolo attraverso tutto questo percorso.  Dio ha fatto delle promesse a questo popolo ed egli è uno che mantiene le promesse.

1)OBBEDIENZA E GUARIGIONE

Esodo 15,22-27

Il primo racconto delle peregrinazioni è breve, ma il suo interesse si riflette in molti dei racconti successivi.

«Moshè condusse Israèl via dal Mar Rosso, ed essi andarono nel deserto di Shur; camminarono per tre giorni nel deserto e non trovarono acqua. Arrivarono a Marà, ma non poterono bere l’acqua di Marà poiché era amara; per questo il posto è chiamato ‘Marà’ (dalla radice di ‘amaro’ N.D.T.) ». (Esodo 15:22-23)

Questo passo della Torà ha dato vita a numerose interpretazioni. Secondo Rabbi Yehoshùa, l’acqua divenne amara e imbevibile solo dopo che gli israeliti arrivarono a Marà; prima era potabile. Ma perché D-o avrebbe messo alla prova il popolo, stanco e assetato, rendendo amara l’acqua? E perché la località viene chiamata proprio “Marà”, ad eternare il loro amareggiamento? Il posto avrebbe anche potuto chiamarsi “Dolce”, per ricordare il lieto fine dell’episodio, dopo che l’acqua diventò (o tornò) ad essere dolce e potabile!

Tutto è Relativo (a Noi)

Il Magghid di Mezeritch fa un’osservazione linguistica. Letteralmente, le parole “perché ]le acque[ erano amare – ki marìm hem” possono essere anche tradotte “perché essi erano amari”, a significare che erano gli ebrei, e non l’acqua, ad essere amari, e solo come conseguenza della loro “asprezza” diventò amara anche l’acqua.

A livello psicologico, lo stato d’animo degli ebrei era tutt’altro che sereno e tranquillo, e percepivano tutto in maniera negativa. Erano provati dagli eventi più recenti: la traversata del Mar Rosso (miracolosa e al tempo stesso sconcertante), l’attesa del Dono della Torà che Moshè aveva preannunciato, la marcia nel deserto di Shur per tre giorni senza trovare acqua. Cominciavano ad essere fortemente insofferenti nei confronti di Mosè e del Sign-re; erano sotto forte stress e cercavano un pretesto per sfogare il loro nervosismo. Lo trovarono, protestando con Moshè per la mancanza di acqua, che prese il sapore del loro stato d’animo; avrebbe magari potuto non essere amara, se gli ebrei avessero cambiato umore.

Anche a livello spirituale, il rimedio risiede nell’atteggiamento mentale. Secondo il Midràsh, il termine “acqua” si riferisce alla Torà: quando il passo biblico dice che camminarono per tre giorni senza trovare acqua, vuol dire che per tre giorni gli ebrei trascurarono la Parola di D-o (Mechilta su Esodo 15:22). L’acqua non potabile rifletteva lo stato spirituale del popolo: avevano perso il significato dei loro passi, erano vuoti spiritualmente e assetati, e quindi – amari. L’effetto fu che l’acqua era aspra e non poté saziare la loro sete, poiché non si trattava di disidratazione fisica ma era la loro anima a chiedere nutrimento. Come potevano riempire il vuoto spirituale? Semplice. D-o mostrò a Moshè un pezzo di legno, Moshè lo gettò nell’acqua ed essa diventò dolce (Esodo 15:25). La Torà è chiamata anche “L’Albero della Vita” (Proverbi 3:18) e allora è come se il Sign-re avesse detto a Mosè: “Prendi una parte della Torà, anche un piccolo pezzo, un pensiero, e buttalo nell’acqua, sorseggialo, assaporalo, elaboralo e applicalo nella vita di tutti i giorni, e l’acqua diventerà dolce; la tua anima sarà ristorata e la pace interiore restaurata”.

Ma c’è anche un insegnamento più profondo. Secondo Rabbi Elièzer Hamodài, il pezzo di legno di cui parla la Torà è un ramo di ulivo, che è amaro. Questo ci insegnerebbe che quando ci sentiamo inspiegabilmente ansiosi e insoddisfatti, dovremmo prendere l’aspetto più aspro della nostra esistenza e trovarne il potere terapeutico. La sete spirituale di per sé, la profondità della sua bramosia e la sua forza di volontà fanno parte del processo dolcificante. Per questo la località dove avvenne l’episodio biblico si chiama “Marà”: per dirci di imparare a interiorizzare ed utilizzare la straordinaria forza dell’amarezza creata dal vuoto e berne un sorso,anche – e soprattutto – quando le acque della vita sono dolci.

La narrazione seguirà sempre uno stesso schema: 1. sorge un problema; 2.il popolo si lamenta; 3. Mosè intercede; 4. Dio risponde con la liberazione.

 Ma in questo racconto è inserita una dichiarazione che presenta, immediatamente dopo l’esperienza dell’esodo dall’Egitto, quelle che sono le attese di Dio per la vita quotidiana del popolo.  Per il popolo di Dio non è sufficiente cantare; esso deve anche ascoltare il suo Dio e conformarsi alla sua guida.

 Il passaggio da 15, 21 a questa nuova sezione è molto brusco.  Il canto di Israele stava ancora riecheggiando tra la sabbia del deserto. Ma nel giro di poche ore si presenta un serio problema: non c’è acqua da bere!

 I canti di lode si trasformano subito in lamenti già uditi in precedenza (Es 14, 10-12). Dio risponde alla preghiera di Mosè mostrandogli un legno (o ramo), anche se il narratore non riporta alcuna conversazione. Mosè getta il pezzo di legno nelle acque amare e il legno addolcisce le acque. La crisi è superata, almeno per un momento.

 Il resoconto del narratore dell’azione divina è ridotto al minimo: Dio risponde a Mosè mostrandogli un pezzo di legno.  Ma questo parla più efficacemente di qualsiasi parola

Osserviamo le caratteristiche della risposta divina.

1) Dio è immediatamente coinvolto nella situazione, procura i mezzi a Mosè per risolvere la difficoltà… tutto questo lo fa utilizzando ciò che c’è già, utilizzando il mondo della natura, il mondo della creazione.

2) Nello stesso tempo, il lettore non deve assolutamente conferire all’opera di Dio un significato trascendente: parlare di miracolo infatti significherebbe fare violenza al testo. Dio, cioè, presume che Mosè sappia quel che deve fare con il pezzo di legno e che le sue particolari qualità permettano di addolcire l’acqua (è utile notare come la corteccia e le foglie di alcuni alberi abbiano questa caratteristica).

3) La provvidenza di Dio si dimostra nel guidare Mosè a fare uso di quanto è già disponibile nel mondo della creazione: è degno di nota che uno degli elementi del mondo naturale venga impiegato per risanare un altro elemento dello stesso ordine naturale. Come abbiamo già detto in precedenza, questo è un parallelo, in positivo, di quella che era stata la prima piaga d’Egitto. Mentre là l’acqua inquinata dal sangue faceva morire, qui l’acqua purificata fa vivere.

4) In sintesi questo testo afferma che: Dio è il creatore e ha posto in essere l’ordine naturale confermandogli proprietà curative/ utili per la sopravvivenza degli uomini;

l’uomo viene invitato dal testo a sfruttare la creazione, a farne uso ma senza distruggerla.

Dio è all’opera nel mondo e guida alla scoperta della natura.

Quanto il nostro mondo, la nostra società odierna, i nostri sistemi politici ed economici sono lontani da questa prospettiva… oggi infatti la tendenza generale sembra andare in direzione opposta, ed è quella di affidarsi totalmente alla ricerca scientifica, divenuta per molti una sorta di idolo moderno. Al contrario, la testimonianza biblica, ricorda che Dio non è mai assente dalla vita umana e non compie tale lavoro indipendentemente dalla ricerca, dalla conoscenza, dall’immaginazione e dall’ingegnosità umana. Infatti la guarigione di Dio non è un’attività divina senza mediazioni.

 Dio fa uso di quanto è disponibile nel mondo per portare a compimento quello che è giusto e buono. Le persone di fede, ieri come oggi, dovrebbero dunque essere più disponibili e aperte nel parlare del coinvolgimento di Dio nelle, ma anche e soprattutto attraverso le capacità umane E della natura. Infatti Dio è costantemente all’opera per il bene di ogni cosa e di ogni uomo

Liberazione obbedienza e prova: quale significato

 Il v. 26 ”Disse: se tu ascolterai la voce dei Signore tuo Dio e farai ciò che è retto ai suoi occhi, se tu presterai orecchi ai suoi ordini e osserverai tutte le sue leggi, io non ti infliggerò nessuna delle infermità che ho  inflitto agli egiziani, perché io sono il Signore, colui che ti guarisce!”  si presenta come una sorta di misura preventiva; propone cioè delle regole di comportamento da rispettare per la vita dopo la liberazione.

1) La libertà dalla schiavitù del faraone non deve portare in un mondo in cui tutto va bene per Israele, tutto è lecito, ogni sorta di comportamento è ammissibile.  Infatti Israele è stato liberato dal faraone per uno scopo: per servire Dio.

2)In questo contesto comprendiamo come, all’inizio di un nuovo viaggio, la parola di Dio rivolta a Israele non è avvenimento casuale, che può essere accettato o rifiutato. Alla base di questo testo sta infatti una concezione della parola di Dio come fonte di vita e di benessere per l’intera creazione.

3) Questo testo si presenta dunque come una condivisione di regole di base per il viaggio. Esse ora sono pubbliche e si presume conosciute da tutti coloro che sono coinvolti in questo rapporto, in questa dinamica nuova.

4)I temi del mettere alla prova e dell’obbedienza, sono molto importanti nel testo, insegnano quello che è il rapporto di Israele con il suo Dio.

La parte “se tu ascolti attentamente (…) fai ciò che è giusto(…) porgi l’orecchio (…) e osservi” fornisce non una specifica legge, bensì un atteggiamento di base mediante il quale  il rapporto di Israele con Dio si possa misurare e dimostrare vero.

 – L’obbedienza infatti è un modo di manifestare fiducia in quel Dio che annuncia la parola. Se ci pensiamo bene questa è una prospettiva molto simile a quella formulata nella prima lettera di Giovanni:

3Da questo sappiamo d’averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. 4Chi dice: «Lo conosco» e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui;”

(1Gv 2, 3-4)

-La prova è un aspetto importante tanto per Dio quanto per Israele. Osservare i comandamenti di Dio diventa un mezzo con il quale Dio può essere certo che Israele camminerà secondo la sua parola. Questo significa che Dio non conosce la situazione in pieno, finché Israele non risponderà sul piano della storia al comandamento dato; egli fornisce una sorta di disciplina per Israele, così che camminare lungo le vie di Dio, con il tempo, può diventare una seconda natura e l’obbedienza diventare uno stile di vita.

Detto ciò, non si presume qui la preesistenza di un corpus di comandamenti dati a Israele; ci si riferisce, piuttosto a ogni comandamento che Dio  proporrà,  nel corso del tempo.

 Questo testo dimostra anche che il dono della legge al Sinai non è qualcosa di totalmente nuovo nel rapporto Dio/ Israele.

La” legge di Dio” viene data Infatti a Israele in almeno due modi:

a) ci sono quei comandamenti che incidono sulle situazioni vitali e sono dati come un corpus unico (il decalogo);

b) ci sono poi anche comandamenti del tutto contingenti, legati al tempo e al momento, che però esprimono nonostante ciò la parola di Dio. Nel racconto del deserto il popolo sperimenterà soprattutto questi.

Alla luce di quanto vissuto nel deserto, quando verrà data la legge al Sinai, Israele capirà che l’obbedienza alla volontà di Dio non si esaurisce nella sola pratica della legge scritta sulle tavole. Infatti avrà compreso che dovrà conformarsi alla volontà di Dio in ogni situazione di vita, che dovrà leggere con gli occhi di Dio i “segni dei tempi” , i diversi accadimenti e le trasformazioni, consapevole che il Corpus di leggi date al Sinai potrebbe non comprenderli in modo diretto . Questo è ciò che il popolo di Dio è chiamato a fare in ogni epoca.

 Ed è quello che il fondamentalismo religioso non accetta e su cui lancia l’accusa di relativismo: ma la parola non è un manuale di comportamento statico, dogmatico, definitivo. Essa è la storia di un rapporto di fiducia tra noi e Dio. (inserire approfondimento)

5)  Io sono il Signore colui che ti guarisce!

Quest’espressione smussa in positivo quella precedente “..se  sarai obbediente non ti infliggerò delle infermità come ho fatto con gli egiziani” in cui Dio appare più un giudice che un guaritore, e indica la via per una interpretazione più conforme.

Facciamo un esempio.

Io posso dire: “Se rispetti le leggi sulla velocità, io non ti multo”.

Ma anche (e qui è evidente la sostanza del discorso): “Se rispetti le leggi sulla velocità, è meno probabile che tu possa ferirti gravemente in un incidente automobilistico”. La preoccupazione base è il benessere della persona.

Anche per Dio la preoccupazione base è il ben-essere di Israele. La possibilità negativa (Se non…) è, naturalmente esplicita, ma non è questa che motiva Dio a parlare. Il Dio che parla è fondamentalmente un Dio che guarisce, non un Dio che giudica.

Come abbiamo visto parlando delle piaghe la sopraffazione dell’ordine morale porta a conseguenze negative nella vita. Se il faraone fosse stato più umile e più giusto il male/la sconfitta non si sarebbero abbattuti su di lui. Dio non ha giudicato ha solo mantenuto fede allo spirito della creazione.

Infatti se quel Dio che è guaritore diventa giudice (o lo si trasforma in giudice!), quel potere di guarigione non sarà più disponibile e ci si ritroverà esposti al male, alla negatività, all’esclusione.

La volontà divina per il mondo è chiara: Dio è colui che “perdona tutte le tue colpe, risana le tue infermità” (Sal 103,3). Il popolo di Dio può contare su di Lui.

2)CIBO E FEDE

Esodo 16,1-36

Il punto focale di questo passo è costituito da una crisi di cibo, che si trasforma rapidamente in una crisi di fede.

Le mormorazioni iniziano ancora una volta in modo grave, lo abbiamo sentito. Stavolta si tratta del cibo e l’accento è posto sul popolo, in quanto “comunità “di Israele, parola che si ritrova raramente nell’esodo.

C’è dunque un riconoscimento della nuova identità che questo popolo ha ricevuto mediante l’azione creatrice di Dio.

Ma la loro percezione non corrisponde a questa nuova realtà; essi non sono diventati ancora quello che sono chiamati ad essere…un popolo che ha fede/fiducia nel suo Dio.

Essi vorrebbero essere rimasti in Egitto. In fondo, se si tratta di una scelta di luoghi dove morire, la sazietà nell’ oppressione (o meglio una sua memoria idealizzata e parziale) è preferibile alla fame nella libertà. La lamentela allora si trasforma in accusa: Mosè e Aronne intendono ucciderli non salvarli!

La fede /fiducia crolla, si sbriciola come una duna di sabbia.

 

Dio risponde a Mosè senza una minima parola di collera: farò piovere pane dal cielo per voi! Nella narrazione delle difficoltà sopportate nel deserto c’è uno stupefacente parallelismo tra le piaghe d’Egitto inflitte a chi aveva sovvertito l’ordine creazionale con la violenza e l’ingiustizia e la nuova vita che Dio concede agli ebrei suo popolo.

Ad esempio il tema dell’acqua del capitolo precedente: gli egiziani non poterono più bere l’acqua trasformata in sangue, mentre per gli Isreliti l’acqua amara divenne ad opera di Dio, acqua dolce e potabile. Il bastone di Mosè che là era servito per rendere imbevibili le acque, qui le rende bevibili.

In questo capitolo vediamo che mentre nella settima piaga Dio fece scendere la grandine sull’Egitto, e cosi distrusse le fonti di cibo, qui fa piovere “pane dal cielo”. Nell’ottava piaga le cavallette vennero e coprirono il paese e distrussero piante e alberi, qui le quaglie vennero e coprirono il campo, provvedendo il cibo.

Ciò per dimostrare che la vita e la benedizione abbondano nell’ordine naturale al posto della distruzione.

Il cibo abbonda anche nel deserto, basta aver fiducia. Basta non sovvertire l’ordine ‘buono’ della creazione.

E’ molto importante sottolineare il fatto che manna e quaglie sono prodotti naturali della terra. Non hanno niente di “straordinario”. Sono comunque, nella loro ordinarietà, un dono di Dio.

Da qui un profondo insegnamento: se Israele facesse ricadere tutto quello che Dio fa nel deserto nella categoria del miracoloso e dello straordinario, allora tenderebbe a ricercare Dio, la sollecitudine provvidenziale di Dio, solo nell’eccezionale.

 

Di conseguenza il popolo non sarebbe in grado di comprendere, nella assoluta normalità delle cose, come Dio sia colui che elargisce continuamente benedizioni.

Si verifica molto spesso (anche nella nostra vita), che quando non si riesce più a discernere il miracoloso, lo straordinario, si sperimenta solo l’assenza totale di Dio. Non sono guarito, quella situazione non è cambiata per me, sono stato ingannato…allora Dio non esiste!

Cos’è infatti la manna?

Un fenomeno naturale che si verifica nella penisola del Sinai. Un certo tipo di afidi punge il frutto dell’albero della tamerice e fa secernere una sostanza da questa polpa, un fiocco o una pallina di colore giallognolo/biancastro. Con il caldo della giornata presto si squaglia, ma si rapprende quando fa freddo. Ha un sapore dolce. Ricco di carboidrati e di zuccheri, viene raccolto dalle persone del luogo, che lo seccano facendogli assumere la forma di un pane (e lo chiamano manna). Questo alimento si deteriora facilmente e attira le formiche.

Riguardo alle quaglie si tratta di uccelli migratori che venendo dall’Africa o volando via dal mediterraneo son spesso talmente esausti da poter essere catturati con le mani.

Certamente ci sono nel racconto elementi “straordinari” ad esempio il livellamento della quantità a seconda del bisogno, la sua conservazione per due giorni, l’indisponibilità nel giorno di sabato. Ma si può dire che il dato miracoloso in questo racconto è stato volutamente ridotto al minimo.

Che rapporto c’è dunque tra cibo e fede?

La mancanza di cibo provoca una crisi di fede. Suscita timore. Suggerisce l’abbandono. Evoca la morte.

Dio comprende quella necessità (il cibo è essenziale per la vita!), ma il suo intervento non è solo “materiale”.

Lo scopo del dono del cibo al popolo non è dunque semplicemente sfamarlo, ma è fargli conoscere che:

YHWH è il loro Dio.

– che Dio è l’autore di questo avvenimento. Il cibo è un suo dono. Dato nonostante le mormorazioni contro di lui.

che questo dono è condizionato a una responsabiltà , a una legge. Non potrà essere usato liberamente.

che la legge non deve essere considerata giusta solo perchè incarna la volontà di Dio. E’giusta in quanto serve la vita e il benessere, in quanto contribuisce alla sapienza e alla comprensione.

Le condizioni ( la legge) poste da Dio sono tre:

1)Il popolo deve ricordare il tempo per il riposo, esso non deve raccogliere la manna nel giorno di sabato

– il sabato (molto citato nell’ Esodo) viene qui compreso come un’istituzione della comunità del tutto separata dal dono della legge sul Sinai. Accanto alla celebrazione /ricordo della notte pasquale, compare un significato più ampio.

– il sabato ha anche un significato legato alla creazione (Gen 2,1-3), quindi è parte delle strutture di tutto il mondo, non un giorno speciale solo per il popolo eletto. Viene presentato non come giorno di culto ma come giorno di riposo solenne. Riposando l’uomo è conforme al progetto creazionale di Dio.

– questa comprensione del sabato fa sì che la partecipazione al disegno di Dio sia più ampia, comprenda anche quelli fuori dalla comunità, e fa si che essa sia completamente distante dalla preoccupazione per i tempi e i luoghi del culto.

2)Un tempo di riposo ma non a spese dei bisogni quotidiani. Il venerdì bisogna raccogliere il doppio, in modo che le necessità quotidiane ricevano la dovuta attenzione. Il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato. (Mc 2,27). Il sabato non dev’ essere trasformato in un nuovo sistema di oppressione. Il sabato è un giorno di riposo dal lavoro, non dal godimento di quanto Dio ha provveduto.

3) La raccolta delle provviste per un solo giorno alla volta. La volontà di Dio per Israele è una “disciplina del quotidiano”. Le preghiere di una persona devono chiedere solo il pane quotidiano (Mt 6,11).