Sergio Cofferati (europarlamentare, indipendente nel gruppo S&D), per le elezioni europee a sinistra del Pd fin qui non siete riusciti a quagliare. Finirà che ci sarà solo il fronte repubblicano di Calenda?

A sinistra è necessario partire da un punto diverso da quello da cui sono partiti i tentativi di questi ultimi mesi. In Europa ci sono famiglie politiche che in questi anni hanno svolto ruoli diversi, spesso antitetici. Nell’area progressista le maggiori convergenze si sono viste fra la sinistra e i verdi. Mentre i rapporti degli uni e degli altri con i socialisti sono stati marginali. Sinistra e verdi sono due famiglie politiche con radicamento storico, europeiste convinte. Ma vogliono modificare quello che non va nei Trattati.

Auspica un’alleanza fra verdi e sinistra?

I verdi italiani non sono rappresentati a Bruxelles, a parte un ex 5 stelle. Ma nella storia europea la collaborazione fra verdi e sinistra è un tratto consolidato. Bisogna avere una comune proposta fra le forze di sinistra e riproporre la collaborazione fra la rappresentanza del Partito della sinistra europea in Italia e quella dei verdi europei. Si tratta poi di stabilire le norme elementari di un rapporto fra formazioni diverse.

Concretamente, propone una lista rossoverde?

Sì, che vada da Rifondazione comunista, Sinistra italiana, Diem, Possibile ai Verdi.

Ma una volta eletti a che famiglia apparterebbero?

Potrebbero scegliere liberamente. Non è indispensabile stare nello stesso gruppo. Anzi la convergenza fra gruppi distinti è persino più efficace.

Ma la gamba sinistra di questa eventuale convergenza fin qui non c’è. Il sindaco De Magistris voleva mettersi a capo di una lista unitaria ma ci ha rinunciato.

De Magistris di Europa non ha mai parlato, se non genericamente. La sua attenzione è per le regionali e le europee gli erano utili per la visibilità, lo ha detto apertamente. Per ragioni a me incomprensibili ha provato a mettere insieme formazioni incompatibili fra loro. Fra queste Prc, Si, L’Altra Europa, Diem, Possibile, fanno riferimento al partito della sinistra europea e sono europeiste. Invece Potere al popolo ha un orientamento distruttivo verso l’Europa. Non c’era convergenza possibile.

Distruttivo? Pap è contro i Trattati, proprio come le altre forze di quel tavolo.

Noi siamo contro alcuni Trattati. Pap non c’entra con il partito della sinistra europea, ne è un feroce oppositore, come il francese Mélanchon a cui si collega, che è contro l’Europa.

Torniamo alla sinistra europeista, ma – capisco – di un europeismo incompatibile con quello del Pd e di Calenda.

Calenda non guarda all’Europa ma all’Italia. E auspica rapporti con le parti che hanno grandi responsabilità nella crisi dell’Unione. Non solo i popolari ma anche i socialisti. Basti pensare che il loro candidato presidente, l’olandese Timmermans è stato vicepresidente della Commissione e non ha mai obiettato alcunché contro il rigore.

Quindi lei, indipendente nel gruppo dei socialisti, dice: nessuna collaborazione con i socialisti? Mdp, per dire, la propone.

Liberi di farlo. Ma non vedo come possa esserci convergenza con chi ha sostenuto tutte le politiche del rigore. Nella prima parte del mandato Ppe e Pse governavano insieme l’Unione.

Il Pd punta ad allearsi al Ppe per strapparlo dall’abbraccio con i sovranisti. È un problema che lei non si pone?

Ma tentare quest’operazione con i soggetti che hanno creato le condizioni per la vittoria dei sovranisti ha una logica?

In Italia alcuni ambientalisti guardano a Italia in Comune e +Europa.

Per i verdi allearsi con +Europa è contro natura. Sono un partito di centro con posizioni spesso conservatrici. Quanto al sindaco Pizzarotti, anche lui parla di Europa ma pensa all’Italia. E cosa pensi dell’Europa non lo so, non l’ho mai sentito dire una parola concreta su questo.

Le incertezze nel campo progressista rischiano di farvi perdere l’occasione della crisi dei 5 stelle?

Il pericolo c’è. Ma se non mettiamo una proposta di merito al centro daremo la sensazione di lavorare per aggregazioni che sono solo tentativi di risolvere questioni nazionali.

I 5 stelle che a Bruxelles restano senza famiglia.

Non ce l’ hanno e non sarà facile per loro trovarla. Formazioni politiche che hanno il loro orientamento non ce n’è. Ammesso che si possa definire quale sia il loro orientamento.

Lei era in aula a Strasburgo quando il premier Conte è stato attaccato dai gruppi parlamentari. Che idea si è fatto di quell’episodio?

Nell’aula, i banchi dei leghisti e dei 5 stelle erano vuoti. Insomma il presidente era solo, non aveva il sostegno neanche delle forze del suo governo. È l’immagine emblematica di un paese isolato. Il discorso del presidente era fatto bene, ma non corrispondeva affatto alle politiche del governo italiano, dall’economia ai rapporti con l’Unione. Nel dibattito, il reciproco rispetto è sempre importante. Rispetto che mancò da parte dei leghisti quando Renzi venne in parlamento: si alzarono e andarono a sedersi alle sue spalle per sfotterlo. Così come è mancato il rispetto per Conte nelle parole che ha usato Guy Verhofstad (dell’Alde, gli ha dato del «burattino», ndr). Le obiezioni politiche ci stanno, ma se usi quelle parole diventa uno sbeffeggiamento.

Quell’immagine è anche emblematica della perdita di credibilità dell’Italia o è fisiologica dialettica politica pre voto?

Purtroppo abbiamo perso di credibilità. Far prevalere la narrazione sui fatti concreti rende più vistose le contraddizioni e non aiuta a costruire rapporti fra i paesi, soluzioni ai problemi. Quando le cose vanno male, e all’Italia stanno andando male, bisogna avere il coraggio di dire la verità.