Intervista di Francesco Lepore a David Matheson contenuta nell’inchiesta “2019: L’Italia è omofoba” pubblicata sul settimanale “L’Espresso” del 8 Febbraio 2019, pp.34-37

“Un anno fa mi sono reso conto di dovere apportare cambiamenti sostanziali nella mia vita. Ho capito che non potevo più restare sposato e che era arrivato il momento di affermare la mia omosessualità”. Queste parole, comparse il 22 gennaio all’interno di un post su Facebook, hanno fatto il giro del mondo.

E, a distanza di tre settimane, continuano a far discutere, perché a scriverle è stato David Matheson. Mormone, pupillo di Joseph Nicolosi, fondatore del NARTH (National Association for Research and Therapy of Homosexuality) e già teorico delle “terapie riparative”, i cui libri sono stati tradotti in Italia dalla San Paolo, Matheson aprì nel 2002 il Center for Gender Affirming Processes a Jersey City e, successivamente, il Center for Gender Wholeness a Salt Lake City. Due centri rientranti all’interno della sfera dei gruppi degli ex-gay, in cui persone omosessuali sono sottoposte a terapie di conversione o riorientamento sessuale.

A tale fine Matheson è stato coautore del programma “Journey Into Manhood” e ha pubblicato nel 2013 “Becoming a Whole Man”, libro che nel mondo delle terapie di conversione, compresa l’area italiana, ha contribuito in maniera decisiva a rafforzare il principio che l’omosessualità derivi principalmente dall’incapacità di relazionarsi con le attività considerate connaturali al proprio sesso biologico. Oggi lo stesso Matheson ha chiesto ad Amazon di non vendere più quel suo libro.

Perché una tale decisione?

«Il punto centrale del mio libro è che, accettando tutte le parti della nostra natura come uomini, possiamo diventare completi e liberi dalla vergogna. Tuttavia, il mio libro contiene alcuni concetti sull’essere gay che ho riconsiderato attentamente nell’ultimo anno. La mia prospettiva sull’essere gay è cambiata. L’ho tolto quindi da Amazon fino a quando non sarò riuscito a riesaminarlo e correggerlo. Il programma di ritiro “Journey Into Manhood” era destinato a uomini che, per motivi religiosi, credono che l’omosessualità sia sbagliata.
Sono sempre del parere che tali persone abbiano il diritto di riunirsi e sostenersi a vicenda. Tuttavia tali insegnamenti possono angosciare e creare un senso d’ulteriore vergogna in uomini che la pensano diversamente o che cambiano idea dopo aver frequentato il ritiro. Così “Journey into Manhood” ha finito per danneggiare le persone».

Facciamo un passo indietro. Lei ha sempre saputo di essere gay, eppure è stato sposato per 32 anni fino al divorzio in dicembre. Che cos’è successo in questi anni?

«Non ho mai nascosto di essere attratto da persone del mio stesso sesso. I miei clienti lo sapevano tutti. Lo sapevano le persone che partecipavano a Journey come anche gli amici intimi, mia moglie e i miei familiari. Mi sono sempre accettato come persona omosessuale. Non me ne vergognavo. Ma credevo che sarebbe stato sbagliato per me avere una relazione gay. L’ho creduto per molti anni e ciò mi ha spinto ad aiutare altri uomini che condividevano questa convinzione.
Anche se non credo più che le relazioni tra due persone dello stesso sesso siano sbagliate, rispetto le persone omosessuali che credono ancora il contrario».

Come ha incontrato Joseph Nicolosi e qual è oggi il suo giudizio su di lui?

«Sono stato assistente di Nicolosi dal 1996 al 2004 nella sua clinica homas Aquinas a Encino in California. Sono stato con lui all’inizio della mia carriera professionale: è lui che mi ha addestrato alla terapia riparativa. Col passare del tempo ho iniziato a essere in disaccordo con lui su molti punti.
Questo disaccordo è diventato netto durante gli ultimi anni della sua vita (Nicolosi è morto l’8 marzo 2017, ndr) soprattutto sull’idea che l’omosessualità sia un disturbo psicologico e che possa essere “curata”.

L’esperienza mi aveva convinto che quelle idee erano false».

Su quante persone ha applicato la terapia di riparazione? Che età avevano?

«In 22 anni di attività ho lavorato con diverse centinaia di clienti. Non ho un conteggio esatto anche perché ho distrutto la relativa documentazione secondo quanto previsto dalla deontologia professionale.
Ho usato metodi di terapia riparativa classica per gran parte della mia carriera, anche se ho continuamente modificato il mio lavoro in base a ciò che ritenevo efficace e inefficace. Intorno al 2014 ho abbandonato quasi tutti i metodi della terapia riparativa. A quel tempo, le mie opinioni su come assistere le persone Lgbtq religiose erano cambiate sostanzialmente.
L’età dei miei clienti è stata varia: dagli adolescenti ai 70enni».

Poco dopo il suo coming out un uomo di Phoenix, Roger Webb, ha pubblicato un video in cui racconta il suo dramma per essere stato sottoposto a terapie riparative. Ha anche raccontato del suicidio del suo amico James. Non sente una responsabilità per tutto questo?

«Sento un enorme peso al riguardo per le conseguenze non intenzionali delle mie azioni. Ci tengo a precisare che la maggior parte delle cose raccontate da Roger erano in realtà il risultato di azioni e decisioni prese da altri. Me ne sento però enormemente responsabile alla luce del mio ruolo di leader del Center».

Sulla base della sua esperienza perché le terapie di conversione sono fortemente supportate dai gruppi fondamentalisti cristiani (inclusi i cattolici) e da partiti politici di destra?

«Non sono esperto al riguardo. Tuttavia, è facile vedere come tali gruppi abbiano una forte avversione per ciò che attiene al campo dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. Forse le persone Lgbtq rappresentano una minaccia per i loro punti di vista conservatori, in particolare per la visione della santità della famiglia tradizionale basata sulla coppia eterosessuale.
La terapia riparativa è basata sul postulato che l’omosessualità è un disturbo che può essere curato. Alcuni gruppi politici cristiani e di destra hanno quindi fatta propria tale tesi antiscientiica per sostenere la loro agenda».

Cosa ne pensa del divieto di tali pratiche in molti Paesi nonché in 15 Stati Usa, soprattutto in riferimento a minori?

«Credo che nessuna terapia dovrebbe basarsi sull’idea che l’omosessualità sia un disturbo che può essere curato: in tal caso deve essere vietata. Credo, però, anche nel diritto degli adulti a intraprendere un percorso psicoterapeutico che li aiuti a vivere una vita da celibe qualora credenti. Ma in questo caso non ci deve essere alcuna deriva omofobica né deve essere alimentato il senso di vergogna o la repressione.

I minori sono troppo vulnerabili alla manipolazione dei genitori e delle comunità religiose conservatrici: devono essere protetti».

Ha parlato più volte di omosessualità e fede. Qual è stata la reazione della comunità mormone al suo coming out?

«La mia comunità mi ha dimostrato amore e accoglienza. Sento un vero senso di dolcezza e inclusione. È stato molto bello».

David, si sente finalmente libero?

«Non del tutto. Sento un peso enorme, perché il mio coming out ha scatenato una tempesta di dolore e rabbia, rimasta latente per troppo tempo. Sono nel mezzo di questa tempesta e sono oggetto di rabbia, odio, paura, sfiducia da entrambe le parti: quella dei gruppi degli ex-gay e quella della collettività Lgbtq. Allo stesso tempo ho però ricevuto anche molto amore da entrambe le parti. Alcuni dei miei amici più solidali oggi sono persone che mi consideravano loro nemico fino a tre settimane fa. E persone, che mi consideravano il loro eroe fino a tre settimane fa, ora mi considerano un nemico.

Anche così, ci sono però momenti in cui provo un senso di enorme sollievo, per poter finalmente condurre una vita in linea col mio essere gay».

 

(Gianmarco, Progetto Gionata, 22 febbraio 2019)