Ma è vero che vi sposate solo tra di voi? Sai leggere i tarocchi? Che lingua parlano i tuoi genitori?

Comunità appartenenti alla popolazione romanì sono presenti in Italia da oltre sei secoli. Secondo gli ultimi dati ufficiali, oltre il 60 percento possiede la cittadinanza italiana, e solo una minima parte—circa 26mila individui su un totale di 180mila—vive nei cosiddetti “campi rom.” L’ultima ondata migratoria è avvenuta dopo la dissoluzione della ex Jugoslavia negli anni Novanta, momento in cui anche la mia famiglia è arrivata in Italia.

Da allora è passato parecchio tempo, ma in molti credono ancora che la percentuale di chi vive nei campi di cui sopra rappresenti la totalità dei casi. Lo so perché ho 25 anni, possiedo la cittadinanza italiana e mi capita ancora spesso di dover rispondere allo stupore di chi mi chiede, “Ma davvero vivi in una casa vera?,” sfatare o rettificare le credenze sull’ampia cultura rom e la narrazione univoca che troppo spesso ne viene fatta.

Per questo ho deciso di raccogliere un po’ delle domande che mi sono state rivolte più spesso e di rispondere una volta per tutte, grazie anche al supporto di Santino Spinelli “Alexian”—musicista e docente universitario di etnia rom—che da sempre cerca di promuovere la conoscenza e la comprensione della cultura.

“Ma è vero che vi sposate solo tra di voi?”

È indubbio che i matrimoni tra rom siano frequenti—per la tendenza al “moglie e buoi dei paesi tuoi” che vale un po’ per tutti—ma non è una regola assoluta. Per esempio, nella mia famiglia ci sono diversi casi di matrimoni con “non rom” (detti gagè): mia sorella è sposata con un moldavo, mia cugina con un italiano, un’altra mia cugina con un indiano.

Inoltre è da sfatare la credenza, ancora molto forte, secondo cui le coppie formatesi nelle comunità rom siano per forza combinate. Come spiega Spinelli, “è vero piuttosto che ci si sposi molto giovani—tendenza che si registra in tutte le comunità lasciate ai margini della società—e che ci siano delle pratiche particolari, etichette formali da seguire.”

Tali pratiche, che possono presentare delle varianti di comunità in comunità, sono una specie di corrispettivo del momento in cui un ragazzo va a casa dei futuri suoceri a chiedere formalmente la mano della sposa—un evento che, nella cultura rom, verrebbe visto come una grande mancanza di rispetto.

“Nelle comunità rom italiane di antico insediamento, per esempio, si segue il rito del Buchvibbe, ovvero ‘la serenata’: una grande festa in cui l’aspirante fidanzato, eseguendo cinque brani, manifesta a famiglie e amici l’interesse verso una ragazza per sancire un possibile fidanzamento—che di solito avviene perché le serenate sono organizzate proprio in accordo tra i futuri sposi,” continua Spinelli.

Nelle famiglie più tradizionali, poi, permane ancora qualche fastidiosa idea della donna. “[Quella] secondo cui la donna abbia una posizione di inferiorità rispetto all’uomo è assolutamente anacronistica: oggi non si può pensare che una ragazza non possa avere l’opportunità di scegliersi la vita che vuole. Questa concezione nelle famiglie più evolute è stata largamente superata, al contrario di quelle più tradizionaliste ortodosse ed emarginate,” conclude Spinelli.

“Quali sono le differenze tra rom, sinti, gypsy, zingari?”

Partiamo dalle basi. Rom, Sinti, Kale, Manouches e Romaniche sono dei gruppi con etnomini differenti, ma appartenenti ad un’unica popolazione transnazionale e paradigmatica: la popolazione romanì,” spiega Spinelli. “Vale a dire che i vari gruppi fanno rifermento sempre alla stesa cultura e alla stessa lingua, ma con le inevitabili varianti dovute alla influenze delle parlate e delle culture delle popolazioni dei paesi ospitanti.”

Gipsy è il temine inglese per indicare i rom, così come succede con gitani in Spagna. “Entrambi sono eteronimi, ovvero modi con cui i gagé avevano indicato le comunità rom, pensando erroneamente che provenissero dall’Egitto.”

Per quanto riguarda il termine zingaro, invece, è da considerarsi un insulto.

Che lingua parlano i tuoi genitori?”

È giusto specificare che per quanto esista una lingua romanì ufficiale, le diverse comunità possono parlarne varianti dialettali diverse e modificatesi in base alle influenze dei paesi che hanno attraversato o in cui si sono stanziate nel corso dei secoli—a partire dal momento in cui furono costrette a lasciare i territori del Nord Ovest dell’India in cui stazionavano originariamente oltre un millennio fa.

“I rom vivevano in pianta stabile tra la valle del Sing, Zabadesh e Rajasthan. Si trattava di una popolazione eterogenea, che parlava le lingue locali, e che venne perseguitata e deportata in Persia tra il 1001 e il 1027 d.C,” spiega Spinelli. “I rom non sono mai stati nomadi per cultura come si pensa, ma sono diventati migranti per necessità.”

Pur parlando perfettamente italiano, per esempio, i miei continuano a utilizzare il serbo e in particolare il dialetto di Mitrovica, una variante della lingua romanì parlata nell’omonimo distretto del Kosovo.

“Di che religione sei?”

La mia famiglia è di fede musulmana ma, anche qui, non è la regola. “Circa il 75 percento dei rom in Italia sono di religione cattolica, il 20 percento di religione musulmana e il restante cinque raggruppa pentecostali, ortodossi, testimoni di Geova,” chiarisce Spinelli.

Ma la religione non è il primo ambito di identificazione. “Il mondo rom è un mondo ecumenico: a prescindere dalla religione professata, chiunque è un fratello. Del resto ci si identifica più nella cultura che nella religione—anche perché a questa nel corso del tempo ci si è dovuti adeguare spesso più per convenzione che per convinzione,” spiega Spinelli.

“I rom erano originariamente buddisti e induisti. Quando vennero deportati in Persia, furono costretti a convertirsi all’Islam—chi non accettava, veniva decapitato. Poi, conobbero il cristianesimo ortodosso con l’Impero Bizantino. Quelli arrivati in Italia hanno poi iniziato a convertirsi al Cattolicesimo.”

“Come mai siete così legati all’oro?”

Questa, devo ammetterlo, nella mia esperienza è l’unica vera tradizione che ancora resiste intatta: l’oro è l’eredità di famiglia, che si tramanda di generazione in generazione. Il momento in cui avviene questo passaggio è il matrimonio dei figli maschi. Saranno infatti i genitori dello sposo a provvedere anche ai gioielli da donare alla nuora appena acquisita.

Proprio per questo, sin da quando i figli sono bambini, i genitori rom conservano ori e investono per comprarne altri, in vista di quel gran giorno.

Per quanto riguarda, invece, il gusto per l’oro e il ‘troppo’ nell’arredamento: è qualcosa che l’immaginario ha pompato molto più di quanto non sia in realtà. Non nego che un certo gusto kitsch appartenga alla cultura rom, ma le chincaglierie dorate sono opzionali.

Non esiste un motivo certo per cui da secoli rom e oro sono un connubio acclarato. Un indizio forte, però, si può trovare nei carteggi di fine XVI secolo, di zona balcanica: i rom, che vivevano in fisse dimore, erano in gran parte maestri di metalli e orafi. Ma puntualizzerei anche che, secondo la cultura rom, l’oro avrebbe una funzione apotropaica: avere oggetti dorati in casa o indossarli aiuterebbe a tenere lontano il male.

“Sai leggere i tarocchi?”

In generale sulla patina esoterica che avvolge da sempre la cultura rom, soprattutto dal punto di vista di chi ne sta all’esterno, un po’ ci si gioca anche tra di noi. Nel senso: da bambino mi è capitato che qualcuno in famiglia, esasperato dal mio comportamento, mi dicesse, “Guarda che ti faccio il malocchio, eh.” Ma è un gioco.

Comunque no, non leggiamo i tarocchi. Piuttosto, fa parte della tradizione della mia comunità leggere i fondi di caffè, preparato secondo le nostre usanze. Si fa così: scaldi l’acqua in un pentolino, ci metti del caffè macinato finissimo, e continui a mescolare finché si deposita la polvere di caffè sul fondo. A questo punto puoi bere il caffè, per poi rovesciare la tazzina su un piattino. In base alla forma che viene creata dal deposito puoi scoprire cosa ti aspetta in futuro su amore, lavoro e tutto il resto.

È una pratica che ormai capita di veder fare quasi solo alle nonne—e, per il calcolo delle probabilità, capita che qualche volta ci becchino pure. Ma è quello che è: una vecchia innocua tradizione.

“Perché vivete tutti insieme con nonni, zii, cugini, etc?”

Nelle serie tv, nei film e via dicendo, ci descrivono sempre come una grande famiglia, composta da una sessantina di persone, che staziona perennemente in un salotto gigantesco. Non me la prendo. Ogni famiglia è composta da moltissimi membri. Ma vi assicuro che—al di là del fatto che per noi ogni occasione è buona per sottolineare la coesione e far festa—ognuno ha la sua camera da letto, che si trova a casa sua, dove tornare a dormire.

Certo, in casa mia per un periodo non eravamo propriamente pochi: i miei genitori, mia nonna paterna, io, i miei sei fratelli e le mogli di due di loro—perché è nella nostra cultura che per alcuni anni i novelli sposi vivano in casa coi genitori dello sposo. Ma succede spesso anche nelle famiglie italiane che i nonni vedovi vivano con i loro eredi. Quindi non ci vedo una grandissima differenza, a parte il numero dei figli.

“Tanto voi rom non lavorate nemmeno”

Per quanto mi riguarda, posso dire che ho un lavoro, un diploma equipollente alla laurea in marketing e comunicazione, non sono mai stato fermo. Tutti i miei fratelli lavorano o hanno lavorato, alcuni avevano anche due impieghi contemporaneamente. Mio zio è capo reparto di una grossa azienda. Un altro zio e mio padre smaltiscono ferro per conto di terzi (touché).

Sfortunatamente, però, siamo tra le eccezioni. Al di là della mia bolla la situazione è molto, troppo diversa—in particolar modo per chi vive nei cosiddetti ‘campi rom’.

“In Italia, rispetto agli italiani, i rom sono fortemente repressi, discriminati su base etnica e a loro vengono privati i diritti fondamentali: il diritto alla casa, al lavoro, all’assistenza sanitaria e alla scolarizzazione. In tanti modi diversi, sotto diversi pretesti: bambini che vengono allontanati da scuola, donne a cui vengono rifiutate visite ginecologiche, uomini che non trovano casa, figurarsi un lavoro,” puntualizza Spinelli. “In questo contesto è purtroppo inevitabile che si crei una economia di sopravvivenza dalle cui dinamiche è difficile uscire se non si hanno i mezzi. Ecco perché sono contrario ai campi nomadi—anomalia italiana, un unicum in Europa”.

“È gravissimo quando si cerca di giustificare l’esistenza dei campi sostenendo che i rom sono nomadi per cultura, quando non lo sono mai stati, e far passare il messaggio che delinquono per natura— è come dire che tutti gli italiani sono mafiosi. Purtroppo Mafia Capitale ha posto l’accento sul fatto che questa narrazione sia profittevole per terzi. E ancora oggi i soldi stanziati dall’Europa per l’inclusione, quando non spariscono nel nulla, si sprecano per effettuare degli sgomberi, che sono ovviamente il preludio dei successivi.”

Luka Neziri , Vice Italia, 15 February 2019
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Vincenzo Ligresti ha collaborato alla realizzazione delle interviste. Per approfondimenti su identità e cultura rom, qui trovi i libri di Santino Spinelli e informazioni sull’associazione culturale Thèm Romanò.