LE PEREGRINAZIONI NEL DESERTO

(Es 15,22- 18,27)

 

Testi liberamente tratti da:

Fretheim T.E., Esodo, Torino, Claudiana, 2004;

 

Introduzione

1) Obbedienza e guarigione. Es 15, 22-27

2) Cibo e fede. Es 16,1-36

3) Mettere Dio alla prova. Es 17,1-7

4) C’è del potere in quelle mani. Es 17,8-16

5) Fede e famiglia. Es 18,1-12

6) Liberazione e ordine. Es 18,13-27

3)METTERE DIO ALLA PROVA

Esodo 17, 1 – 7

Ancora una volta il popolo è in viaggio. Questo breve e composito racconto mette in evidenza il carattere della guida divina, le continue lamentele umane e l’insuperabile bontà di Dio che mette a disposizione le forze della creazione per sostenere Israele.

Le informazioni precise dell’itinerario di Israele non sono semplici espedienti letterari che permettono il passaggio da un racconto all’altro, nè ancoraggi storici. Essi servono a portare chiarire due cose:

1)Descrivono un popolo “in cammino”. Esso è una comunità in movimento da un atto passato di liberazione (l’attraversamento del mar Rosso) verso uno scopo promesso (una terra in cui vivere). Ma la promessa è ancora una promessa, non il suo compimento E quando lo scopo non è lontano solo pochi giorni o settimane, ma mesi e anni, è facile perdere le proprie certezze.

Il deserto dunque, non è più semplicemente un luogo, ma uno stato mentale. L’allusione diretta al Sinai nel verso 6 indica il fatto che anche il Sinai si trova in mezzo al deserto. La legge che verrà data al Sinai è anch’essa per la vita in cammino. Non esiste una legge sedentaria per un popolo non sedentario.

2) Danno forma alla guida del popolo da parte di Dio. Il deserto è un luogo dove spesso è difficile discernere tra percezione e realtà, sembra un luogo dimenticato da Dio. Ma non lo è. Il popolo viene guidato da Dio stesso. In effetti mediante Mosè, Dio ha indicato quale debba essere la strada. La notizia che il popolo obbedisce a questo comando ci informa che esso non è solo capace di lamentele. Essa tuttavia riconosce, anche, che la disobbedienza è possibile. La guida di Dio potrebbe non avere sempre come risultato che il popolo vada dove Dio vuole. La guida non implica coercizione. Israele potrebbe prendere altre strade attraverso il deserto.

Il popolo comunque si lamenta ancora con Mosè, stavolta non ha neanche una goccia d’acqua da bere. Mosè fa presente al popolo come stia tentando Dio, anche se indirettamente (Abbiamo sete, moriremo?). Ma il popolo non afferra il senso profondo delle sue parole (è assetato!). Mantiene Mosè in tensione: perché ci hai fatto uscire dall’Egitto? Per la terza volta in tre mormorazioni essi si chiedono se egli intenda ucciderli, mettendo stavolta l’accento su bambini e bestiame.

Dal verso 7 apprendiamo che il doppio nome dato al luogo Massa(in ebraico” prova”) e Meriba(“contestazione”) indica  la decisione di legarlo alla” tentazione di Dio”.

I nomi diventano quindi un simbolo: quello del mettere Dio alla prova. Sarà spesso ripetuto in Numeri il versetto:” Non tenterete il Signore il vostro Dio come lo tentaste a Massa”.

Mettere Dio alla prova che cosa significa? questo risulta estremamente problematico per il fatto che in realtà è Dio a mettere alla prova Israele, non il contrario. Il verso 7 sottolinea la questione con la domanda: ”Il Signore è in mezzo a noi sì o no ?” ma sollevare questa domanda non è in se stesso un mettere alla prova Dio.

Mettere alla prova ha a che fare con il mettere Dio sotto pressione. Vale a dire obbligare con qualche artificio Dio a intervenire o a mostrarsi, significa provocarlo, cercare di forzarne la mano, così da verificare se egli sia veramente presente oppure no. Mettere Dio alla prova da parte di Israele significa questo: se noi dobbiamo credere che Dio sia veramente presente, allora egli deve mostrarsi a noi in modo concreto, facendo materializzare l’acqua. Significa far dipendere la fede in Dio da una simile dimostrazione contingente.

Un esempio, in questo senso, è dato dalla tentazione di Gesù (Matteo 4,5-7). Il diavolo gli chiede di gettarsi dal pinnacolo del tempio. Dio interverrebbe sicuramente e non gli permetterebbe di cadere e morire. Gesù cita in risposta questa tradizione del deserto: sarebbe un forzare la mano di Dio, cercando di far agire Dio per dimostrarne la presenza e la potenza. vedi (Luca 16 30 31).

Questo approccio a Dio è spesso una caratteristica dei credenti. Io non prenderò particolari precauzioni nell’uso dell’automobile, nel maneggiare armi o in avventure pericolose. Dio si prenderà cura di me. Non mi preoccupo dell’assicurazione Dio è la mia polizza assicurativa. Questo atteggiamento sottopone Dio a una prova, in quanto si tiene Dio in ostaggio, determinando esattamente come egli debba dimostrare la propria potenza. Ciò pone Dio in un ruolo di schiavo che deve rispondere al cenno e alla voce di qualcuno che si trovi in una qualche difficoltà, oltre a violare la divinità di Dio.

Questo mette in pericolo la comprensione della fede. Porta a un atteggiamento di questo genere: Dio non ti guarisce o non ti protegge in quanto tu non hai abbastanza fede. Se avessi avessi avuto fede Dio avrebbe agito. Questo significa porre Dio alla prova manifestando la fiducia “impropria”, che Dio in verità interverrà a comando di colui che ha fede – Mosè smette di discutere con il popolo e si rivolge a Dio. La sua vita potrebbe essere in pericolo. Dio risponde non con consigli su come affrontare le lamentele del popolo, bensì con indicazioni su come trovare l’acqua. Con gli anziani in qualità di testimoni, Mosè deve prendere il suo fidato bastone e colpire la roccia in Oreb ; ne uscirà acqua.

Il fatto che Dio stia “sulla roccia che è in Oreb” è un altro dato che anticipa gli avvenimenti del Sinai. Acqua e legge sono collegati insieme. Queste anticipazioni del Sinai nel mezzo del caos, testimoniano lo scopo di fondo della legge. L’ordine sociale è un aspetto della creazione. L’obbedienza in mezzo al deserto porta ordine nel caos, così in riferimento al Sinai ha un alto valore simbolico. Il dono dell’acqua della vita viene dalla stessa sorgente del dono della legge, una sorgente di vita per la comunità di fede.  Ancor di più, l’acqua del Sinai rende testimonianza al fatto che l’ordine morale e l’ordine cosmico sono inestricabilmente intrecciati. L’obbedienza alla legge in realtà, ha effetti sul l’ordine naturale delle cose.

I doni di Dio dell’acqua e del cibo nel deserto, sono azioni provvidenziali, sostengono una comunità di fede in mezzo alla difficoltà. Ma esse sono più di questo, sono azioni di creazione o di nuova creazione. Esse nel mezzo del caos portano a compimento le intenzioni originali di Dio per la creazione.

 Citare paralleli moderni, ovvero la scoperta di acqua nelle formazioni rocciose della nella regione del Sinai, non è inutile per il racconto. Ci si deve sempre muovere fra razionalizzazione da una parte e soprannaturalismo dall’altra. Ci si trova è vero, dinanzi a un prodigio. Ma Dio non sta creando qualcosa dal nulla, l’acqua non si materializza dalla aria rarefatta.

 Dio opera, in e mediante, l’ordine naturale, per mettere a disposizione delle benedizioni per il popolo. La roccia gioca un ruolo indispensabile. Inoltre Dio sta sulla roccia: è Dio che domina la terra. L’acqua del deserto è certamente a beneficio del popolo ma è anche a beneficio della natura..

4)C’E  DEL POTERE IN QUELLE MANI

Esodo 17,8-16

Il popolo di Israele era uscito fuori dall’ Egitto, “armato per la battaglia” (13,18).

Questo breve racconto unitario riporta il primo e unico uso di quell’ equipaggiamento.

La situazione del popolo, in qualche modo passiva e piena di lamento nei passi precedenti, a questo punto non è più in primo piano.

L’occasione per cambiare prospettiva, è fornita da una battaglia con gli Amaleciti, un popolo nomadico della regione desertica , che, in futuro, sarà spesso ostile a Israele. Dopo che Amalec ha dato inizio alla battaglia, l’iniziativa per la difesa di Israele, viene presa interamente da Mosè, a dimostrazione del ruolo di guida che egli ha assunto. Dio non è il soggetto di alcuna frase fino al versetto 14, anche se non è del tutto estraneo nei versetti precedenti.

Questa sezione ha a che fare con una riproposizione del conflitto faraonico.

Ancora una volta la nuova creazione di Dio è minacciata. Il faraone potrebbe essere morto, ma Israele non è con ciò libero per sempre dai poteri del caos, incarnati dai nemici che via via la storia porterà. Sarà necessario, che una guida umana, degna di fede e un’attiva difesa comunitaria, si mettano in sintonia con la volontà divina, per eliminare una tale malevola minaccia.

I due brevi racconti del capitolo 17, sono collegati assieme nell’attenzione data alla mano/ bastone di Mosè. Come il verso 5 ha dato notizia del precedente utilizzo della sua mano/ bastone presso il fiume, questo racconto sollecita un parallelo con l’uso fàttone contro gli egiziani.

Si devono notare però tra i due utilizzi, continuità e discontinuità.

 

1)Per prima cosa Giosuè nominato per la prima volta, sceglie un certo numero di uomini per combattere con loro. Diversamente dal racconto presso il mare, la partecipazione umana assume una rilevanza maggiore. Nello stesso tempo il corso della battaglia non è determinato soltanto dai guerrieri di Israele. La forza di Mosè, così come quella di Aronne e Cur, che sostengono il braccio/ bastone ben alto, sono elementi significativi in questo senso.  Il bastone di Dio è certamente l’elemento decisivo, ma è chiaro che il bastone è efficace soltanto di concerto con i soggetti umani. In effetti nel resoconto finale del risultato, nè al bastone nè a Dio viene attribuita la vittoria. Si è trattato infatti di una combinazione di energie, divine e umane, che alla fine si rivela decisiva.

2)E ancora, la semplice presenza del bastone, è insufficiente. Perché si attivi, deve essere tenuto alto nel corso delle ore del giorno e per un lungo periodo di tempo.

In riferimento a quest’ultimo punto, diversamente da quanto è accaduto presso il mare e in tutte le altre occasioni in cui viene utilizzato, tenere alzato il braccio /bastone, non è subito del tutto efficace. Ci vuole del tempo: tempo per Mosè per diventare stanco e ricevere aiuto da parte di Aronne e Cur, tempo per i combattenti. La differenza nell’uso del bastone in questa occasione è probabilmente determinata dal fatto che, l’oggetto del suo utilizzo, è un tentativo umano anziché un avvenimento naturale.

Negli altri casi gli effetti diversi dell’ordine naturale venivano immediatamente ricondotti all’ordine con l’uso del bastone.

Gli esseri umani sono chiaramente considerati come meno trattabili e così il bastone funziona in modo diverso qui rispetto ad altre situazioni e ciò deve essere tenuto presente nell’interpretazione del testo. L’efficacia del bastone è per il tempo che era tenuto in alto. Ciò ha scatenato non poche discussioni.

Alla luce di queste discussioni si possono evidenziare tre prospettive:

1)Le braccia alzate indicano una posizione di preghiera. Ma qui non emerge alcun rapporto con la preghiera e nemmeno negli altri testi in cui viene usato il bastone. Inoltre nessuna parola viene a essa associata. Di fatto questa interpretazione comporterebbe anche una visione meccanica, perfino magica, della preghiera, dalla cui costanza dipendono gli effetti.

2)La narrazione ha un carattere folkloristico.  Il bastone viene visto come se avesse particolari proprietà magiche. Sono stati citati molti paralleli dell’Antico Medio Oriente. Questa è una possibilità e Dio sarebbe compreso come uno che utilizza tali concezioni tradizionali per portare avanti il suo progetto.

3)Una prospettiva più probabile è che mentre non si dice che Mosè debba essere visto dai combattenti, la sua presenza sulla vetta del colle, nel corso delle ore del giorno, suggerisce che egli fosse visibile. Il linguaggio della bandiera/ segnale conforta questa impostazione. Vedere il braccio/ bastone di Mosè, significava vedere il braccio di Dio. Quindi la vista di Mosè con il suo braccio/ bastone alzato dava incoraggiamento agli israeliti e contribuiva alla loro efficacia. Data la cooperazione di vino/ umana che abbiamo visto, non è di poco conto quello che i combattenti pensano e sentono, sul coinvolgimento di Dio nella loro prima azione. Il bastone in se è di per sé non irradia potenza come un circuito elettrico che Mosè può accendere o spegnere alzandolo o abbassandolo. Ma si tratta di un simbolo realistico della potenza di Dio all’opera nella situazione. Tuttavia neanche la potenza di Dio è concepibile elettricamente. Questo suggerisce un rapporto di simbiosi tra il popolo e il bastone, tale che, in modo evidente, i significativi sforzi umani siano condizionati dalla visione del bastone. Questo fatto li rassicura non solo della mano operante di Dio nella battaglia, ma anche della fiducia di Mosè che Dio sia così coinvolto.

Questo passo aiuta a spiegare alcuni degli elementi della guerra santa presenti in questo testo. Qui il problema non è tanto quel che fa Israele, quanto il progetto di Dio di cancellare la memoria degli Amaleciti.

Questo episodio nel deserto ha lasciato segni permanenti nella posterità di Israele.

Secondo Deuteronomio 25, 17-19 gli Amaleciti attaccarono” per via, piombando da dietro su tutti i deboli che camminavano per ultimi, quando eri già stanco e sfinito”. In altre parole, al momento della massima vulnerabilità per il popolo di Dio, quando il loro futuro era ancora in equilibrio precario, Amalec ha cercato di sterminarli. Così gli amaleciti sono diventati l’incarnazione del male, un faraone redivivo, un vero spettro hitleriano, che mette in pericolo gli scopi creazionali di Dio. Il progetto divino è a favore della creazione di Dio. Questo è un progetto talmente ineluttabile, che deve essere scritto in un libro e in particolare impresso su Giosuè, la prossima guida di Israele.

Gli amaleciti troveranno la loro fine. E, tuttavia, la loro storia termina con una nota di ironia. La loro memoria non viene cancellata del tutto; lo stesso Israele rivive questa memoria del narrare e rinarrare questa storia, ma  essi come popolo  cessano di esistere e in questo consiste qui la forza del linguaggio.

5)FEDE  E FAMIGLIA
Esodo 18,1-12

Esodo 18, un racconto unitario, testimonia i due aspetti fondamentali dell’essere popolo di Dio: fede e legge.

I versi 1- 12, hanno il loro punto focale nella dichiarazione e confessione di quel che Dio ha fatto per Israele.

I versetti 13- 27 si concentrano sulle strutture della comunità che modellano la vita di fede.

In questa prima parte del racconto, il rapporto familiare è senz’altro un elemento importante, profondo.

La forte sottolineatura del narratore di questo rapporto familiare, è dimostrata dal ripetuto riferimento a Ietro come suocero di Mosè (13 volte; mentre come sacerdote compare soltanto una volta). Il dettaglio riguardante Sephora e i due figli di Mosè, rafforza questo interesse. In particolare l’attenzione data ai nomi dei figli dimostra un coinvolgimento nella continuità religiosa familiare

.

Qui si notano anche altri elementi.

 

Lo si deduce dal ripetuto riferimento alla liberazione di Israele dall’Egitto da parte di Dio. Per 5 volte, (nei versi 1- 12); praticamente un ritornello.

Per comprendere il senso di queste ripetizioni bisogna tener presente che qui si vuole sottolineare con forza l’integrazione della famiglia di Mosè, nella nuova identità di Israele in quanto comunità di fede dell’esodo.

Gli elementi di questa integrazione sono i seguenti:

1 Ietro “ascolta “quel che Dio ha fatto per Israele. Il suo ascolto è uno sviluppo dell’ascolto ricordato in 15, 14. Questa volta però la ricezione è positiva. Chi ha portato la notizia non è noto, ma quel che Dio ha fatto era di una tale grandezza, che la voce si era sparsa in un baleno da oasi a oasi, finché non era giunta alla famiglia di Mosè.

2 Dopo aver ascoltato la notizia, Ietro con la famiglia di Mosè, fa visita alla comunità liberata da poco, esprimendo interesse per il reciproco benessere e si iniziano a ristabilire i legami familiari, (non è noto quando e perché la famiglia di Mosè si fosse separata).

3 Essi entrano nella tenda santuario. Questo riferimento apparentemente innocuo è importante per quello che accade nel verso 12, verosimilmente nello stesso luogo. Potrebbe essere un riferimento a un santuario mobile

4 Mosè proclama le buone nuove a Ietro in riferimento a tutto quello che Dio aveva fatto in favore di Israele senza accennare al proprio importante ruolo. L’uso del verbo” proclamare/ sapar” (9 ,16) esprime il fatto che si parla del progetto divino di fondo, più che di semplici avvenimenti. Questo è il primo resoconto relativo al procedere di questo progetto. Si deve notare che si parla anche delle difficoltà e non soltanto delle benedizioni

5 Ietro gioisce per tutto il bene che Dio ha portato a Israele, inclusa la liberazione dagli egiziani. Il suo uso di gran parte delle parole di Mosè rende testimonianza del metodo di base(ripetizione), con cui la fede viene trasmessa, di generazione in generazione.

6 Ietro rende grazie pubblicamente (benedice) a Dio, per la liberazione da lui operata. Questa risposta all’azione di Dio riecheggia in altri testi.

7 Ietro confessa pubblicamente che YHWH è il Dio degli dei e il Signore dei signori. Egli ora” conosce “(una parola importante nel libro dell’esodo) che YHWH è un Dio senza paragoni. Qualunque sia la fede precedente di Ietro, ora la sua confessione alla luce della creazione di un nuovo popolo ha acquisito un nuovo contenuto.

8 Ietro presenta un’offerta a Dio e nel santuario mobile (davanti a Dio) rende il culto con i responsabili di Israele.

Tutti questi atti sono permeati con il linguaggio specifico riguardante la liberazione di Israele operata da Dio; hanno l’aspetto dei passi da intraprendere, per essere integrati nella comunità di fede e spesso nelle parole di Ietro, si legge la sua conversione

Tuttavia occorre stare molto attenti e non eccedere nelle interpretazioni.

La dichiarazione di Ietro, nel versetto 11, che egli ora conosce che YHWH è il più grande degli altri dei, implica che YHWH non gli sia sconosciuto.

Ma gli avvenimenti dell’Esodo ora hanno modificato quella comprensione di YHWH diffusa nella sua comunità. Egli ora accoglie la comprensione di Mosè.

Così alla fine Ietro riconosce che questa comunità, ora costituita come una comunità dell’esodo, è una nuova realtà nel mondo ed egli vuole farne parte.

La testimonianza (confessione) di Mosè, sull’operato di Dio, dunque, serve a stabilire la fede dell’esodo, per la prima volta, in una comunità non israelita.

Qui dunque è presente anche una preoccupazione sul come, un estraneo, possa essere identificato con questa comunità. Israele e tutto il popolo di Dio sono chiamati a fare quel che Mosè ha fatto. Anzi quel che Mosè ha fatto, sarà ripetuto su tutta la terra negli anni a venire.

Al cuore in tutta questa attività, c’è la buona novella di quel che Dio ha operato. Con ciò, ancor prima che la legge (comandamenti) venga data a Israele, si rende chiara l’identità confessionale fondamentale della comunità di fede: si tratta del vangelo/testimonianza della liberazione operata da Dio.

 

Gli argomenti della legge e di un ordinamento interno, sono di immediato interesse per la comunità nei versetti successivi, ma questi argomenti devono essere posti all’interno del contesto di una comunità di fede già esistente, in cui l’opera liberatrice di Dio è centrale.

6)LIBERAZIONE E ORDINE
Esodo 18,13-27

L’opera liberatrice di Dio non risponde a ogni bisogno di Israele.

Quelli che hanno sperimentato la salvezza di Dio non hanno ricevuto con essa una risposta a tutte le domande e problemi che la comunità deve affrontare.

Essi sono di certo liberati dalla schiavitù, ma la libertà porta con sè nuove opportunità e responsabilità.

Non si può però negare che quelli che sono stati liberati, hanno ora bisogno di altre risorse.

Un popolo liberato da strutture di oppressione, ha bisogno di dar forma dal suo interno a proprie strutture di convivenza sociale. Poichè esse dovranno essere coerenti all’essenza della liberazione (liberazione non solo fisica, ma liberazione dall’ingiustizia), si renderà necessario attingere dalla creazione, tutte quelle risorse consone a un loro armonioso sviluppo. In altre parole Dio ha benedetto il mondo con numerosi doni. La comunità liberata deve essere impaziente di scoprire quali siano questi doni e farne uso con gratitudine, qualunque ne sia l’origine nell’ambito della vasta creazione.

In sintesi Dio ha liberato il suo popolo da chi violava il diritto e la giustizia e dunque distruggeva la “bontà della creazione”: ciò implica che la legge che Israele si darà dovrà essere, sia da un punto di vista religioso che secolare, conforme all’idea di giustizia

L’argomento dunque è la giustizia che permea l’intera creazione di Dio.

Non deve sbalordire che Mosè venga presentato in qualche modo come uno statista inetto. La sua esperienza di liberato non dona direttamente né lui né altri in Israele, capacità amministrative efficienti e creative.

 Nè deve sorprendere che qualcuno che non è un israelita, elargisca a Israele solidi consigli. Nessuna particolare rivelazione ha dato a lui questo acume amministrativo: esso è stato sviluppato nel corso del tempo, ricavandolo da una gamma di esperienze all’interno della creazione di Dio, ma del tutto estranee alla comunità redenta.

I consigli di Ietro

 

1-Ietro ha osservato che Mosè con la sua capacità di decidere i casi sottoposti al suo giudizio, cerca di fare tutto da solo.

Mosè non è troppo bravo nel delegare ad altri.  Inoltre le persone devono fare la fila per tutto il giorno, solo per essere ascoltate da lui. E lì non sta logorando soltanto se stesso, ma anche la pazienza delle persone. Anche il suo stesso benessere, come il corretto ordinamento della comunità, è messo in pericolo. Ietro è assolutamente giusto: in questo campo, avendo a che fare con aspetti istituzionali della comunità, quello che Mosè sta facendo non va bene.   Qui si esprime la preoccupazione che quella giustizia, per la quale Dio ha operato in Egitto, sia manifesta in ogni aspetto dell’ordine sociale. La giustizia infatti non è soltanto responsabilità di Dio è anche il compito della comunità che è stata la destinataria speciale di Dio nell’operare con equità.

 

2- E così Ietro dà a Mosè alcuni eccellenti consigli mondani. Egli è attento ai bisogni della comunità. Le energie di Mosè devono essere spese maggiormente altrove. Mosè deve rappresentare la comunità dinanzi a Dio, portando alla presenza divina le sue preoccupazioni e cogliendo la volontà di Dio per la loro vita quotidiana. Inoltre egli deve essere la guida della comunità in quelle vie che Dio vorrebbe che il popolo percorresse.  Per decidere i casi particolari egli deve demandare in modo pieno questa responsabilità a persone degne di fiducia, timorose di Dio. E’importante notare che non ogni persona di fede può fare questo, ma devono essere persone integre e incorruttibili. Si devono organizzare in una struttura decentrata con diversa autorità, a diversi livelli nella comunità, e che presentano a Mosè, soltanto i casi più difficili per una decisione.

La responsabilità per la giustizia diventa così un affare dell’intera comunità.

Ietro conclude facendo notare che questo non sarà soltanto a beneficio di Mosè ma porterà pace al popolo che non dovrà fare più la coda per tutta la durata della giornata

3- Ietro dice anche in modo quasi del tutto casuale :Dio ordina di fare così .Tuttavia non c’è stato alcun comando verbale in materia, da parte di Dio e non lo si deve presumere. Ietro fa trasparire l’idea che un saggio discernimento di quel che sembra valido in questa situazione,  sia altrettanto corretto della volontà di Dio manifestata mediante una specifica comunicazione verbale.  Si deve probabilmente ritenerlo  un approccio simile a quello presente nelle parole:” E’ parso bene allo Spirito Santo e a noi” (Atti,15,28).

Mosè non esita un momento e mette il consiglio in pratica. Il resoconto che esprime il favore incondizionato di questa operazione, indica che è stata condotta con successo.

 Ietro fa ritorno a casa sua e di lui non si sentirà parlare mai più.

 Ma Israele narra e rinarra la storia del non israelita che è stato responsabile di aver portato pace e ordine alla comunità di fede, un tema della creazione.

 Nella maggior parte delle situazioni moderne, sia nella chiesa sia nello stato , Mosè (un uomo che parla direttamente con Dio, un uomo potente) avrebbe ricevuto tutto l’onore..

  Almeno nelle comunità di fede queste prassi elitarie devono cambiare.

 La comunità di fede deve dare un più ampio riconoscimento a questo: molto di quello che essa fa nella sua vita quotidiana è stato ispirato da idee, prospettive e metodi per i quali non esiste una rivelazione particolare di Dio.

 Questo non significa che tali questioni siano in qualche modo meno in linea con la volontà di Dio. Piuttosto il popolo di Dio tanto come individui quanto come comunità, dovrà accettare la sua comune dipendenza dall’esperienza generale umana nel mondo, per molto di quello che fa, riconoscendo che il Dio creatore è stato potentemente all’opera per l’interesse e  il benessere di tutti.

 Questo Dio talvolta fa uso della saggezza, dell’intuizione, dell’immaginazione del buon senso degli Ietro di questo mondo, per prendere rendere nota la sua volontà, per essere di aiuto alla comunità di fede e per portare avanti i suoi disegni.

 La rivelazione particolare di Dio al Sinai, che sarà ora presentata, viene così vista in continuità fondamentale con il discernimento della volontà di Dio, in e mediante la normale esperienza umana .