Sono a Roma. E’ notte fonda. Dalla finestra guardo la cupola di San Pietro illuminata, simbolo della Chiesa cattolica. 

Una montagna di pensieri mi assale. Oggi abbiamo parlato della situazione del cristianesimo. Come sta la nostra chiesa? Dove va? Che ne sarà di lei? Tutto sta velocemente cambiando.

La terra trema sotto i nostri piedi e a volte ci lasciamo prendere dalla paura e dal senso di impotenza. Che possiamo fare? Che posso fare come vescovo? Durante il viaggio in treno ho letto un libro interessante, pungente, innovativo. 

Una pagina mi ha colpito. Dice così: “più che incamminarsi verso un domani i cristiani oggi sembrano fuggire dal presente. Questo tempo sembra metterli profondamente a disagio. Lo capisci dal loro essere costantemente disadattati nelle cose di questo mondo. Qualcuno ne fa una questione di testimonianza. Ma si vede ad occhio nudo che si tratta più di risentimento che di eroismo. Così noi cristiani oggi sembriamo gente che se ne va per la propria strada, immusoniti e borbottanti, tentati di continuare a parlare tra di noi con ossessione di tutto quello che è accaduto (il cambiamento) del passato (glorioso) di questo presente vissuto come una fine, come la perdita di tutto, di come era bello una volta, del perché non esiste più quel mondo, di chi è la colpa della sua fine. Sempre tra di noi, senza mai aprire la finestra dell’ascolto  o alzare lo sguardo verso un orizzonte più ampio”. (G. Zanchi).

Bella descrizione! Cristiani spaventati dal cambiamento, nostalgici, risentiti, chiusi nel loro piccolo mondo. Cristiani che parlano tra loro, spesso di questioni astratte o di problemi organizzativi. Distanti dall’umanità che abita la nostra terra. Spesso tristi. Abbiamo bisogno di tornare ad ascoltare la vita, le questioni fondamentali degli umani, il desiderio di felicità, la fatica del dolore, la densità e la fragilità delle relazioni, la voglia di un senso, la speranza di una giustizia. Dobbiamo ridiventare fraterni commensali del presente, capaci di stare a tavola con il presente, insieme alla comune umanità con cui condividere le cose più elementari della vita. Lo so, questo tempo infrange i sogni di gloria della Chiesa, ma  sicuramente ci aiuta ad aprire gli occhi e a rimetterci in strada, con umiltà e passione, insieme alle donne e agli uomini di oggi. Sapendo che il Signore è già là, per strada, è già là fuori con le maniche tirate su. Innamorato di questa umanità che arranca e sogna, che si spaventa e spera, che sbaglia e compie meraviglie. Prima di coricarmi guardo nuovamente dalla finestra: vedo le luci della città. 

Immagino il Signore “con le maniche tirate su” che lavora per regalare fiducia e speranza ai suoi cuccioli che abitano questa affascinante caotica città. Che abitano la nostra terra, i nostri paesi del pinerolese.

 

di Derio Olivero, Vescovo di Pinerolo