L’ex capo del Sant’Uffizio (o più simpaticamente Congregazione per la Dottrina della Fede), il curatore dell’opera omnia di Ratzinger, l’orgoglioso esponente dell’ala tradizionalista della Chiesa non ha proprio digerito questo pontificato (e il mancato rinnovo del suo incarico!). E, nonostante sia un esponente della “corte” vaticana, sostenitore del papato “senza se e senza ma”, così come di una Chiesa rigidamente gerarchica in cui l’obbedienza è basilare, sferra, con il suo “Manifesto della fede” pubblicato nei giorni scorsi, un attacco articolato e per certi versi violento al cuore stesso del sistema. Non fa nomi, è vero, ma chi se non Francesco, ne è il vero bersaglio?

Nella sua accorata perorazione, tocca in maniera schematica e dunque molto semplificata, tutti quegli aspetti critici che hanno creato e creano dibattito (giusto) e polarizzazione (sbagliata ma ovvia) dalla fine del Concilio Vaticano II: il ripensamento del ministero ordinato, il celibato, il sacerdozio femminile, l’ecumenismo, la rilettura del significato della confessione (e del concetto di peccato), l’approccio storico-critico alla Bibbia, la dogmatica. Naturalmente non poteva mancare la questione della comunione ai separati risposati, che già aveva spinto alcuni cardinali a scrivere al papa una richiesta di chiarimento dei loro “dubia”.

Egli invoca “il catechismo” come baricentro della vita cristiana. Lì, a suo dire, si trovano tutte le risposte: immutabili, eterne, vere, incontestabili. Il catechismo è infatti l’espressione suprema del magistero ecclesiastico, che nei secoli ha definito chiaramente come ci si salva dalla dannazione eterna, stabilendo quali colpe erano mortali e quali no, decidendo che i sacerdoti potevano essere  solo uomini, celibi  e mediatori del sacro, presentando la religione cristiana come l’ unica vera,  creando dei dogmi (=affermazioni non contestabili) per impedire che vi fosse una ricerca libera (e dunque “pericolosa”) della verità, interpretando i sacramenti più come strumenti di fedeltà alla Chiesa  che a Dio. Infatti è sempre stata prerogativa del (tristemente famoso) Sant’Uffizio darli e toglierli. Con buona pace della misericordia!

Naturalmente il catechismo come afferma Müller è fondato sulla parola di Dio (come dimostrano le numerosissime citazioni contenute nella lettera). Sì, è vero, ma  su una Parola spesso interpretata unilateralmente (da chierici/maschi), spesso strumentalizzata e piegata a esigenze di potere. Se così non fosse non sarebbero stati perseguitati tutti quelli, laici, laiche, preti, suore, teologi, teologhe, religiosi, che nel tempo, si sono permessi di contestare/reinterpretare certe letture della Bibbia fondamentaliste, rigide, disoneste.

Ci sono responsabilità del papa dietro queste alzate di scudi tradizionaliste? Forse egli nonostante una “voglia” di rinnovamento rimane incerto sul da farsi e ondeggia tra conservazione e rottura? È un papa “gaucho”?

Il gaucho, come dice Sandri nel suo bellissimo libro (Il papa gaucho e i divorziati, Aracne editrice, 2018)) è un personaggio ormai mitico delle pampas argentine. Il progresso tecnologico lo ha infatti superato. … “perciò, dando del gaucho a Jorge Bergoglio, il 13 marzo 2013, eletto vescovo di Roma, lo si definisce un uomo affettuoso, positivo, valente, (…) e come i gauchos del Cono Sour dell’America, stretti oggi, tra il custodire le tradizioni del passato e l’inserirsi nell’avanzare inarrestabile della modernità, anche lui, mutatis mutandis, si trova a districarsi in questa inevitabile tensione, feconda ma anche dolorosa” pag. 13.

…che lo fa cadere in contraddizioni foriere di lacerazioni sempre più profonde e insanabili all’ interno della Chiesa.

Francesco infatti, per certi versi corre, rompe schemi, osa destrutturare. E questo è un passo avanti sulla via del cambiamento. Ma poi sembra quasi pentirsi: allora si trasforma in un custode del passato del tutto simile ai suoi contestatori/conservatori. E soprattutto non mette in programma una rilettura della dottrina e del Catechismo.

Come? Ad esempio convocando un nuovo concilio, come già suggeriva il cardinale Martini. Oppure se quel compito è sentito come troppo gravoso, progredendo nell’attuazione di una sinodalità effettiva: è infatti sempre più impensabile “che un uomo solo al comando” possa gestire una Chiesa che ha nel mondo 1,3 miliardi di fedeli, sparsi nei vari continenti, portatori di culture ed esigenze non omologabili.

Penso, a quando si affacciò quella sera al balcone di piazza S.Pietro e subito sembrò che qualcosa  di fresco, di profetico si stesse manifestando al popolo di Dio.

Nel suo rifiuto della stola istoriata, nella sua voce piana, nel suo volersi chiamare Francesco, molti videro l’inizio di un’epoca nuova, quella preconizzata dal Vaticano II, quella invocata dalla TdL (Teologia della Liberazione), quella attesa da molti cristiani che non riuscivano più a cogliere nella Chiesa il volto di Cristo.

Sono passati ormai cinque anni.

E come il gaucho, il papa spesso fatica ad accettare il cambiamento radicale del mondo e ciò lo porta a tentennare, a ritrattare. La sua comunicazione è talvolta ambigua: infatti accanto ad alcune dichiarazioni di apertura e di cambiamento (omosessuali, apparizioni mariane, peccato/ misericordia, libertà di coscienza, clericalismo) ne seguono, riguardo gli stessi argomenti, altre, di segno totalmente opposto.

Ma non è solo un problema di quanto afferma nelle interviste sull’aereo o parlando con interlocutori di diversa cultura politica o appartenenza religiosa.

Anche le esortazioni, i documenti, le dichiarazioni comparse in alcune pubblicazioni, seguono la stessa via…

Nel sopracitato libro, Luigi Sandri, fa notare che l’ambivalenza di Bergoglio potrebbe alla lunga risultare destabilizzante. L’autore si riferisce principalmente ai sinodi sulla famiglia che il papa, tentando di dare una nuova lettura della tradizione bimillenaria della Chiesa al riguardo, ha convocato nel 2014-2015, delineandone poi i risultati nell’ esortazione apostolica Amoris laetitia. Il tema più spinoso (anche se i vescovi lo hanno negato) era la possibilità o meno, per le persone divorziate e risposate civilmente, di essere riammesse all’eucarestia. Nel documento, pur sottolineando che nulla era cambiato nella dottrina dell’indissolubilità del matrimonio, si apriva a cammini di conversione e di avvicinamento, per quelle coppie, in modo che potessero essere riaccolte a pieno titolo nella comunità: ciò veniva proposto per motivazioni pastorali, per un desiderio di misericordia, per venire incontro a situazioni sempre più diffuse e tra loro differenziate.

Ai dubbi (legittimamente!) sollevati da alcuni cardinali, circa il rischio di travisare i principi non negoziabili posti dalla Chiesa nel catechismo e dunque vincolanti per la salvezza, Francesco non ha risposto. E di fatto non poteva rispondere. Perché, per cambiare la dottrina, serve appunto un concilio. Dunque la presunta apertura verso le coppie divorziate è stata lasciata alla discrezione pastorale dei parroci. Dunque in una parrocchia il divorziato risposato potrà comunicarsi e in un’altra no. In una diocesi sì e in un’altra no, in una nazione sì e in un’altra no. E un prossimo papa conservatore, o semplicemente obbediente alla dottrina, potrà rinnegare tutto.

Anche riguardo alla questione omosessualità, dopo alcune frasi che lasciavano intendere un’apertura verso l’inclusione, il rispetto, la lotta contro il pregiudizio, sono calate come uno schiaffo le affermazioni contenute nel libro/intervista “La forza della vocazione” (Ferdinando Prado). Qui Francesco parlando dei seminaristi gay parla di squilibri e nevrosi, di tentativi terapeutici, di psicologia malata. Addirittura afferma che oggi essere gay “è una moda!” ferendo, consapevolmente, persone che devono accettare una condizione nella quale nascono e per la quale sono continuamente emarginati e offesi. Senza contare il fatto di come queste considerazioni offrano una stampella assai comoda a tutti i governi esplicitamente omofobi e razzisti! Naturalmente anche in questo, rimangono inalterate (e dunque valide) le parole del catechismo che definisce l’omosessualità come “un disordine”, come un essere non in linea con il progetto della creazione….

E con le donne? Anche lui, come i predecessori tante belle parole, la promessa di approfondire, la fantomatica creazione di gruppi di studio sul diaconato femminile, ma niente di concreto. La figura della donna madre e sposa, rimane l’unica proposta. Madre abbietta poi, se osa abortire. E un papa vissuto da tutti come aperto al valore assoluto della misericordia, ha usato riguardo alle donne che abortiscono, parole profondamente crudeli! Le ha paragonate a mostri che ingaggiano “sicari” per far uccidere i loro bambini indesiderati. Incontrando il movimento per la vita, nel giugno scorso, il papa ha poi paragonato l’aborto con “quello che facevano i nazisti per curare la purezza della razza”, dimostrando così il suo profondo disprezzo non per questa “colpa”, ma per la donna in sé, E ancora una volta l’affermazione violenta del patriarcato, ben ferma negli uomini di Chiesa, che scarica ogni responsabilità del concepimento sulla madre. Mai sul padre. Ma “le donne non restano incinte per partenogenesi, come credono i maschi. Come tale il papa dimentica sempre di ricordare all’uomo la corresponsabilità riproduttiva e ricorrendo all’astrattezza della riprovevole parola aborto, lascia il peso sulle spalle delle sole donne” (Codrignani, Confronti 11/2018).

Ha dunque ragione il cardinal Müller che vede in questo papato i prodromi di una dissoluzione della Chiesa, il rischio di uno scisma ed auspica il ripristino della buona tradizione cattolica?

Per quanto detesti dirlo, dal suo punto di vista sì, perché di fatto le regole del Catechismo non sono state modificate. Le affermazioni di Francesco vengono dunque vissute come parole in libertà, pronunciate da un papa irresponsabile che mette a rischio/ignora i principi della fede e della morale, che crea confusione. Anche se, bisogna pur ammetterlo, la Chiesa che Müller vorrebbe, è di fatto morta da tempo nel cuore e nella mente della maggioranza degli uomini…

La debolezza di Francesco, che concede a questi cultori della “vera fede” di scatenarsi, sperando di farlo dimettere, è quella di tentare di riformare la prassi senza rileggere/riformare la dottrina, di considerare le sue affermazioni “estemporanee” sufficienti per ridefinire alcuni tratti (peraltro fondamentali) del cattolicesimo, di dar ragione agli uni e agli altri senza una vera e propria volontà di cambiamento!!!

Ma è un gioco pericoloso: innanzitutto perché alla sua morte, un nuovo papa conservatore/tradizionalista, potrebbe avviare un processo di restaurazione, di tipo “woitiliano”, e poi perché già ora, crea differenze radicali di ricezione/comportamento… E la parola “eresia” è troppo spesso ripetuta!

Solo una sinodalità vera e soprattutto un nuovo concilio veramente ecumenico, aperto a uomini e donne, religiosi e laici, potrà dirimere le questioni sopracitate.

Altrimenti ogni accadimento nella Chiesa sarà possibile.

don Paolo Zambaldi