Il destinatario della morale tradizionale di tipo romano era direttamente il confessore, compreso per lo più come giudice all’interno del sacramento della confessione. Era una morale clericale. Vi era preso di mira il “laico” come un bambino da prima confessione, che riceve dal presbitero le sue linee direttive nel sacramento della confessione e in generale nella vita della Chiesa.

La teologia morale dopo la svolta (conciliare n.d.r.) non è una morale da confessionale; questo d’altronde non significa che con ciò il significato del sacramento della confessione o, meglio, della riconciliazione sia sminuito. Eppure il sacramento si situa oggi in un contesto diverso. Riallacciandomi a J.M. Sailer, che nel sottotitolo del suo libro diceva di non rivolgersi solamente a teologi, ma anche a laici formati, diedi al mio libro, La legge di Cristo, il sottotitolo Teologia morale per sacerdoti e laici. Oggi trovo che l’espressione “laici”, nata contro il vecchio clericalismo, non sia più granché felice. Si tratta semplicemente del cristiano nel presente, del cristiano nel mondo e nella Chiesa, del “cristiano maggiorenne”.

A chi appartiene il teologo morale?

Questa questione di l’altra, cioè quella dei destinatari. Non è necessario dire ulteriormente che la condizione di base di ogni teologia è l’ascolto della Parola di Dio. Però non riusciamo ad ascoltare molto la Parola della Scrittura se non prestiamo ascolto anche ai livelli orizzontali. Sono stato in ascolto già all’interno della mia famiglia di origine. Parola e vita non vi si trovavano in contrasto reciprocamente. Era un ascolto reciproco e vivo. I genitori hanno preso sul serio anche le nostre domande.

Sempre risuona nelle mie orecchie o, meglio, nel mio cuore una frase udita spesso da mia madre. Durante la prima guerra mondiale c’erano da noi molti mendicanti. Ne arrivò uno poco prima di pranzo ed io udii mia madre dire amichevolmente: “Oggi sei nostro ospite”. E non le era certamente imposto dall’alto.

Più tardi in Russia, quando ebbi l’occasione – e fu una buona occasione – di offrire il mio servizio alla gente come presbiterio, domandai a una giovane insegnante come le era stata spiegata la preghiera di Gesù. Mi rispose narrandomi questo racconto: “All’inizio dell’avvento, Piotr disse ai suoi bambini: ‘Nella notte santa Gesù verrà a farci visita’. E i bambini domandarono: ‘Che aspetto ha?’. ‘Non lo so, ma può succedere che voi siate ciechi e non lo riconosciate. Perciò non smettete mai di pregare: Gesù, figlio di Davide, Gesù figlio di Dio, abbi pietà di me. Fa’ che io non sia cieco’. Nella santa notte qualcuno bussa alla porta. Piotr corre ed apre. Uno sgradevole puzzo invadente la stanza. È un mendicante pieno di stracci e di piaghe. Lo fa sedere a tavola e lo serve. In quel momento si fanno avanti i suoi bambini e domandano: ‘Papá quando arriva Gesù?’. E Piotr piangendo: ‘Bambini, siete ancora ciechi. Avete pregato bene?’.”.

Se non siamo pronti ad onorare Cristo nei nostri fratelli e nelle nostre sorelle più poveri, capiremo mai realmente la sua Lieta Novella per i poveri, per noi poveri? Il teologo morale deve ascoltare specialmente colui che sembra non avere alcuna voce di fronte al mondo. La sua morale diviene annuncio per chi è disprezzato, per chi è emarginato, per chi è “impuro” in vario modo, se egli già si trova con il suo cuore, nell’amore di Gesù, vicino ai più piccoli, ai disprezzati, agli oppressi, agli sfruttati. Se egli scrive una morale per chi è già formato, essa è pienamente cristiana solamente nella misura in cui egli guarda con gli occhi di Gesù in modo prioritario ai più poveri e sempre li considera.

Ovviamente il teologo morale cattolico presta ascolto al papa, ma non nel senso di una voce che sia isolata. Lo ascolterà tanto più, quanto più lui, il papa, è realmente voce del collegio episcopale e certamente anche voce di tutto il popolo di Dio. Io penso ad un papa che sia esempio di ascolto della voce di Gesù nel momento in cui con il cuore di Gesù ode in modo prioritario il grido dei “più poveri”.

Il teologo morale trova a colpo sicuro i suoi destinatari ed è capace di rivolgere realmente ad essi la parola, se si lascia ammaestrare dal magistero dei santi, di chi cerca la pace, di chi è realmente libero dalla violenza e conduce i propri lettori e i propri ascoltatori ad ascoltarli. Ogni teologo morale deve perciò prendersi in carico una sua personale responsabilità, ma lo può fare in modo retto solamente in un vivo dialogo con la comunità dei teologi morali del suo paese e nel confronto con tutta la teologia, per quanto gli è possibile.

Chi sono i destinatari?

I suoi destinatari diretti possono benissimo essere presbiteri o persone che in futuro avranno in carico la cura d’anime. Ma non può approntare una morale solamente per chi è subordinato. Deve pensare anche e soprattutto alla responsabilità di coloro che esercitano l’autorità nella Chiesa e nel mondo. I migliori teologi del medioevo e all’inizio dell’epoca moderna hanno scritto “Specchi dei principi” per affinare la conoscenza dei principi. Accanto alla morale generale, che raccoglie ciò che è essenziale dire a tutti, occorre anche un’etica professionale ben strutturata per i dottori e per tutti coloro che si trovano nel servizio sanitario ed assistenziale, per i politici, per i giuristi, e per le donne e gli uomini che si servono dei vari mezzi di comunicazione, senza che l’orizznte vi si debba restringere.

Ciò richiede dai teologi morali e da chi studia etica, che essi siano uomini e donne dalle molte antenne. Essi devono mettere tutto in gioco in ogni specializzazione.

Se il teologo morale ricerca davvero l’umanità conforme a questa estensione e vicinanza, allora non diverrà certo un “legislatore” senza spirito.

Egli conoscerà sempre più i suoi propri confini a mano a mano che cresce tale estensione e tale vicinanza. E sempre meno tenderà a farsi assolutista, senza scadere con questo in un vuoto relativismo. E non appena smette di essere lui stesso uditore e lettore ha perso la sua professione; la storia, la vera vita gli passa sopra o si allontana da lui. Non incontra i suoi destinatari nella misura in cui non si sforza continuamente di essere egli stesso il destinatario di tutta l’umanità.

 

Bernard Häring, Il coraggio di una svolta nella Chiesa, 1997, Brescia, Nuovi Saggi Queriniana, pag. 24-27.