Il progetto dell’operatore di Mediterranean Hope e disegnatore Francesco Piobbichi al centro di una tesi sull’arteterapia. «Raccontare per immagini è catartico sia per chi crea che per chi riceve la narrazione», spiega Silvia Caslini, autrice della tesi sperimentale. E raccontare nelle scuole le migrazioni attraverso i disegni, secondo Piobbichi, «dimostra che la scuola italiana non è solo fatta di episodi di razzismo come a Foligno: ci sono studenti e insegnanti che resistono alla barbarie, ogni giorno».

I disegni dalla frontiera come oggetto di studio di una tesi sull’arteterapia. Il progetto realizzato dall’operatore di Mediterranean Hope Francesco Piobbichi diventa materia di studio grazie al lavoro di Silvia Caslini, 38 anni, bergamasca, educatrice e studentessa giunta alla fine della scuola triennale di specializzazione in arteterapia di Lecco.

Il fil rouge dei disegni di Francesco e il percorso professionale di Silvia sembra proprio essere l’accoglienza, la solidarietà: «ci siamo conosciuti partecipando alle brigate di solidarietà attiva durante il terremoto (un’associazione di solidarietà attiva, nata “dal basso”, opera in tutta Italia, in aiuto alla popolazione colpita da emergenze, ndr)» spiega Silvia Caslini «e nel 2017 ho “scoperto” i disegni dalla frontiera, appena realizzati e pubblicati in un libro da Francesco».

E proprio le scuole sono uno degli ambiti principali di azione dei disegni dalla frontiera: decine di incontri in tutta Italia per presentarli e soprattutto per raccontare le storie delle persone, dei migranti, che ne sono protagonisti.

«Ascoltare il racconto di Francesco – dichiara Silvia – è un’esperienza molto forte, seguendolo nei vari incontri con ragazzi di medie e superiori ho potuto capire come quel terreno comunicativo, l’incontro tra disegno e parole, fosse proprio emblematico del rapporto tra pratica sociale e racconto. Il disegno, che è in primis una forma di autoterapia e autocura per chi come Francesco ha visto il dolore dei migranti, ricongiunge il non detto con l’esperienza umana, in un continuo lavoro di duplice valenza, perché fa rielaborare sia al disegnatore che a chi osserva le sue opere l’oggetto rappresentato, ovvero le vite dei migranti».

Dunque il tema dei disegni per raccontare il bisogno dell’autore di disegnare ma anche come mezzo «per non dimenticare. Ho visto negli appunti dei ragazzi la loro esigenza di rimandare a Francesco, agli insegnanti, agli adulti e ai loro educatori le loro impressioni, in un gesto catartico» che accomuna appunto l’autore dell’opera con chi la fruisce.

Nella tesi, si trattano anche le forme espressive scelte, «interpreto i disegni, ho cercato di capire perché la scelta di usare i miti, il loro legame con il mar Mediterraneo. Ma anche la forma e la tecnica rimandano all’arte come terapia: il colore deciso, il tratto vorticoso, i pastelli a punta grossa, la violenza nel segno, tutto rimanda alla volontà di elaborare il racconto, la testimonianza del singolo, in modo collettivo».

E se infatti Francesco non si definisce un artista, bensì un disegnatore sociale, per l’educatrice che ne ha studiato i disegni, «Dall’arteterapia può nascere una nuova idea di arteterapia sociale, perché il messaggio arriva alle persone in un modo diverso, nelle scuole, ai ragazzi, e fa sorgere domande, rielaborazioni personali del dolore e delle tragedie, anche irrazionali ed emotive, che sui social network forse non potrebbero mai nascere».

Per l’operatore di Mediterranean Hope proprio questo è uno dei traguardi dei disegni: «nelle scuole non c’è solo il razzismo, non ci sono gli episodi come quello di Foligno, incontro ogni giorno professori e studenti che resistono alla barbarie, quotidianamente, che dimostrano empatia verso le storie che racconto, che vogliono un Paese che accolga e non respinga i migranti».

Il prossimo 9 marzo la discussione della tesi: in bocca al lupo a Silvia, orgogliosi che i disegni dalla frontiera diventino sempre di più un patrimonio collettivo.