In questi ultimi giorni Verona è diventata un grande palcoscenico per il Congresso Mondiale delle Famiglie, l’assurda e vergognosa kermesse messa in campo da fondamentalisti provenienti da tutto il globo… Un summit, ecumenico e multiculturale (evidentemente gli “odiatori” vanno bene anche se stranieri o di altre confessioni e religioni…) organizzato non tanto “per” qualcosa, ma sicuramente “contro”: contro le persone, i loro diritti, il loro stile di vita, le loro aspirazioni, i loro sogni, le loro scelte…

A Verona poi si è sentito, forte, potente, colorato, il grande “No, grazie!” della società civile, di chi difende i diritti, di chi contrappone all’odio la logica dell’amore…

Tante urla, tanti slogan, tanto rumore… e della famiglia, della sua crisi, dei suoi problemi reali, delle difficoltà che affrontano giorno per giorno (siano esse tradizionali, allargate, “arcobaleno”…) nessuno, mi sembra, abbia fatto parola!

E allora proviamo a confrontarci seriamente su questo tema! Senza gabbie o paraocchi… A questo proposito voglio proporvi questo testo, un piccolo lessico…

don Paolo Zambaldi

PERCHE’ PARLARE DI PAROLE

Oggi nel mondo, nella società, ma anche nella nostra personale vita quotidiana, usiamo delle parole che in qualche modo si rivelano “malate”. Parole da curare.

Ma perché curare queste parole? Perché abbiamo l’impressione che sia un bisogno diffuso ridare senso alle parole. Oggi le parole dicono tutto e dicono niente, dicono una cosa e il suo contrario. L’uso che si fa delle parole ne ha stravolto il senso originario tanto che a furia di usare una parola, spesso accade che nel “sentire comune”, un termine che originariamente indicava un valore diventi un disvalore e viceversa. Quando si parla, si discute, a volte non ci si capisce perché alle parole diamo più di un significato.

In questa operazione di “cura” delle parole, comporremo una specie di dizionario, non –attenzione! – per darne la giusta definizione, ma per invitare alla riflessione. Infatti forse più che dare senso alle parole bisogna riflettere sul senso delle parole.

PRIVATO

Il privato, o se si preferisce, il concetto di privacy, oggi va tanto di moda. Ma proviamo a riflettere: privato vuol dire che tu ti privi di qualchecosa o che ne privi qualcun altro. Ti privi ad esempio del calore dell’accoglienza, della spontaneità dei rapporti, della semplicità…il privato è talvolta necessario ma non deve essere dominante, perché genera paura, imbarazzo, solitudine, infelicità.

APPARTAMENTO

Cosa vuol dire? Luogo dove tu ti apparti, ti nascondi dalla gente. E’ il concetto di “privato” che, portato all’eccesso, diventa solitudine…e muori da solo. Anche l’architettura di queste nostre case, così verticale, con queste cellette chiuse, con queste porte chiuse, nulla in comune…Il condominio si ritrova solo per parlare di spese, di problemi…Ma nel quotidiano chi sa qualcosa del vicino? Delle sue gioie, dei suoi dolori, delle sue difficoltà? Ognuno corrisponde al suo numero d’interno.

RELAZIONE

Una piccola storia:

“Un mio vecchio amico mi raccontava che suo nonno per assumere i dipendenti gli chiedeva come si faceva a fare un muro, e tutti gli rispondevano: ”Un mattone sopra l’altro” e, a quel punto, lui li scartava. Quando però arrivava il Pierino di turno che correttamente rispondeva: ”Per costruire un muro, devo mettere un mattone sopra due”, lo assumeva. Infatti se metti un mattone sopra l’altro il muro crolla. Non ha solidità. È il terzo mattone a fare la differenza.

“Meno di tre la comunità non c’è!” e la famiglia è una comunità.

La relazione a due è quella tra marito e moglie, che però è una relazione particolare, con tutti i problemi che comporta. E’ chiaro che anche le coppie senza figli hanno diritto di cittadinanza. Però le coppie senza figli che si chiudono ”muoiono”, e l’esperienza umana elementare insegna che , se vogliono vivere, devono cercare il ”terzo”: amicizie, interessi culturali, attività sociali e politiche…

Anche i figli sono ”il terzo”. Un occhio esterno alla coppia.

Non è che due non possano vivere, però i due devono andare a cercare altrove il terzo…La relazione allargata a “più di due” aiuta molto la relazione “a due”.

CRISI (della famiglia)

Io credo che la famiglia così come è “conciata” oggi, stia andando verso la fine. Ho letto in un libro che la famiglia è simile a un ponte incrinato. Spiegava anche che su un ponte pericolante si può intervenire in due modi.

Il primo è quello di mettere dei pali, delle strutture che lo tengano in piedi. (Negli anni, per aiutare la famiglia sono nati i consultori, le commissioni di studio, una marea di centri di ascolto e di aiuto, abbiamo scritto migliaia di libri…insomma abbiamo cercato di puntellare la famiglia).

Il secondo modo è quello di togliergli tutte le sovrastrutture di alleggerirlo, senza smantellarlo. Non è forse giunto il momento di alleggerire anche la famiglia? Non è lo psicologo che risolve i problemi, forse bisogna cercare delle strade per migliorare la qualità complessiva della vita della famiglia più che risolvere i problemi di un suo singolo componente.

MODELLI (di famiglia)

Occorre rivedere il concetto di famiglia, anche quello cristiano e cattolico.

Da un punto di vista “civile” la cultura di questi ultimi trentacinque anni, con i romanzi e i film, ha costruito un modello di famiglia, che è la tomba dell’amore, ma che è anche la tomba della vita. Come dire: un amore fatto di sviolinate, di grandi armonie, di eventi mirabolanti. Un modello del genere ha fatto solo danni.

Se una volta, per la visione cattolica, era sufficiente affermare che il matrimonio era “remedium concupiscientiae” ora dopo molti anni di sviluppo di una pastorale più aperta e complessa, ci si chiede però, se anche in campo religioso (oltre che in quello civile) la famiglia non sia stata appesantita da inutili sovrastrutture (gruppi di ascolto, modelli per l’educazione dei figli,..).

Bisogna invece mettere in atto una cultura della famiglia che metta al centro la vocazione alla famiglia. Se tu hai solo un bisogno sessuale, un uomo o una donna li trovi comunque, anche senza fare famiglia. Forse è opportuno differenziare le cose.  Benedetto XVI, nell’enciclica Deus Caritas, spiega bene che un conto è l’eros, un conto l’agape. Sono ovviamente legati, e l’agape si configura come purificazione dell’eros. E poi c’è la filia, l’amore come amicizia, altro aspetto importante della vita umana, che forse dovrebbe essere un po’ più tenuto presente e approfondito.

VOCAZIONE

Bisogna avere il coraggio di parlare chiaro. La Chiesa deve valorizzare la vocazione alla famiglia. Ancora oggi quando si parla di vocazione tutti pensano a preti e suore. Dal mio punto di vista occorrerebbe avere il coraggio di dire che non tutti hanno la vocazione alla famiglia. L’attrazione tra un uomo e una donna è un fatto naturale. Per il matrimonio invece, ci vuole anche responsabilità. Se manca, paradossalmente ben vengano meno famiglie. Ci sono sacerdoti che dicono seriamente che se dopo un corso per fidanzati la metà decide di non sposarsi, sono contenti perché hanno contribuito alla diffusione di un approccio più responsabile al matrimonio. Ma ,si dice, la famiglia serve per al diffusione della specie. Ma in un mondo superaffollato e così in crisi noi dobbiamo puntare l’attenzione su un’altra cosa: noi dobbiamo realizzare la nostra vocazione. Il mondo non finisce perché io non faccio un figlio. E’un atto di responsabilità dire “Non me la sento di fare figli”. 

EREDITA’

Un altro aspetto importante riguarda il rapporto tra la famiglia e il discorso economico. Spesso ci chiediamo un po’ tutti: ”Cosa lasceremo ai nostri figli?” Ma cosa vuoi lasciare ai tuoi figli? Quello di realmente utile che puoi lasciar loro è il prepararli a vivere. Se lavori tutto il giorno, magari anche nel fine settimana, se non avrai mai tempo per loro, che importa se poi lascerai una casa in più, un conto in banca? Lascerai inascoltato il loro bisogno d’amore…

AMORE PER SEMPRE (fedeltà)

E’ auspicabile che un amore non finisca mai; dovrebbe essere così. Certo sempre più frequentemente succede che le coppie si separino; è una realtà. Ma è per questo che bisogna rivedere il discorso sulla coppia. Occorre inventare un modo più “leggero”, dove l’amore in una coppia non deve essere necessariamente come quello in cui “suonano i violini”. Bisogna anche avere il coraggio di smontare un po’ quello che la chiesa ha frequentemente detto sul matrimonio: “Gli sposi saranno una sola cosa”. In realtà ognuno deve rimanere se stesso e deve smettere di cercare di costruire la moglie o il marito su un modello ideale che ha nella sua testa. Quando si accetta l’altro per quello che è la relazione migliora. “Il sogno del grande amore” è il frutto del condizionamento di una società che ci parla di Via col vento, di estasi, di fusione totale… Ma quando mai accade questo in una coppia?

Dobbiamo alleggerire la relazione, liberarla da questi “sogni impossibili”. (Se il modello è troppo alto infatti, alle prime difficoltà uno si scoraggia e se ne va!)

Solo così il matrimonio non è più la tomba dell’amore, è il luogo dove due si prendono cura di sè, l’uno dell’altra, si vogliono bene ma non cercano di vivere un amore che poi si rivela impossibile da realizzare.

COSTRUIRE

Un’ultima parola sulla famiglia. La casa costruita sulla sabbia e quella costruita sulla roccia. Di solito si dice che la casa costruita sulla roccia è solida.

Chi è la roccia? È Dio.

Costruire una casa sulla roccia significa che non puoi costruire la casa come vuoi tu, devi adattarti alla roccia. Non puoi adattare la roccia a te.

La famiglia è salda se riconosci che va costruita adattandola a molti fattori. Se accetti questo fatto, non ti accanisci a costruirla come vuoi tu, ma accetti la presenza di Dio.

Sulla sabbia, la casa puoi costruirla come vuoi, però non regge. La scienza delle costruzioni insegna; occorre capire bene l’uso dei materiali: non si può costruire la stessa casa in Grecia e in val d’Aosta.

E così è nelle relazioni con le persone: non puoi “sagomare” gli altri come vuoi tu. E’ la vita che ti sagoma. Dobbiamo essere capaci di adattarci alla vita, agli altri, a Dio.

 

Liberamente tratto da: “Saperi e sapori : idee e pratiche per umanizzare le organizzazioni”, Saronno, Monti, 2008.