Un’intervista a Francesco Piobbichi, operatore e disegnatore sociale di Mediterranean Hope, autore del libro “Sulla dannata terra”, in vendita dal 20 maggio.

Roma (NEV), 20 maggio 2019 – Il suo disegno del barcone è diventato un po’ il simbolo dell’Italia che accoglie e non respinge. Sui social e nei tanti incontri con gli studenti in tutta Italia, la matita di Francesco Piobbichi, operatore e “disegnatore sociale” di Mediterranean Hope, programma rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, ha raccontato e continua a raccontare le migrazioni dal punto di vista di chi le vive, e le subisce. Esce oggi (in vendita on line e dal 23 in libreria) il suo terzo libro, “Sulla dannata terra”, della casa editrice Claudiana e prende le mosse dallo sciopero dei braccianti di Nardò, in Puglia, nel 2011. I proventi saranno devoluti alla campagna Sos Rosarno.

Chi sono i dannati della terra? Perché questo titolo?

Frantz Fanon nella sua opera più celebre parla dei “dannati della terra”, questo titolo è un omaggio ai movimenti di resistenza anticolonialisti africani. Ho invertito i termini usati dallo psichiatra della Martinica, mettendo al centro il tema della terra perché questa lotta è strettamente materiale, si è svolta nei campi, in prima persona, da invisibili e senza voce. Lo sciopero di Nardò ci dice che se si è uniti, anche di fronte a rapporti di forza sfavorevoli, si possono cambiare le cose.

Perché i braccianti?

Perché parlare di frontiera senza parlare dei lavoratori che l’attraversano è un’ipocrisia. E i braccianti la frontiera se la portano addosso ovunque vanno. È attaccata sulla loro pelle.

Com’è andata a finire la vicenda dello sciopero? Sono passati 8 anni: spenti i riflettori, lo sfruttamento continua?

I braccianti continuano ad essere sfruttati, le loro baracche che vanno a fuoco ci ricordano la loro condizione attuale per brevi istanti, come gli incidenti stradali in cui muoiono a decine. La schiavitù continua perché dopo lo sciopero e le leggi fatte contro il caporalato, il sistema dello sfruttamento intensivo ha saputo trovare ben presto nuove forme. Basti semplicemente pensare all’introduzione di cooperative che svolgono in modo semi-legale la selezione e la messa al lavoro della manodopera.

Dopo i “Disegni dalla frontiera” e “Sul mare spinato” con questo tuo ultimo lavoro si chiude una trilogia dedicata al tema delle migrazioni?

Vorrei che si chiudesse. Purtroppo però la frontiera continua a macinare vite e il primo libro, “Disegni dalla Frontiera” è in continuo aggiornamento, è un’opera viva, come una ferita aperta. È vero però che con questo libro chiudo un percorso durato anni che, dai campi dello sfruttamento mi ha portato ancora più a sud, nel Mediterraneo ed oltre. Ed è qui che ho capito dov’è che ai migranti viene messa la frontiera al collo per tutta la vita. Di fatto “Sul Mare Spinato” che racconta i salvataggi con la Open Arms e “Sulla Dannata Terra” che racconta lo sciopero di Nardò sono storie che si collocano verticalmente nel tempo, nel contesto di un lavoro generale sul tema dei confini.

È il primo libro in tre lingue: perché questa scelta?

Perché questo libro non è pensato solo per essere raccontato per gli italiani ma come strumento per i braccianti. Questa storia è loro ed è giusto che la conoscano, magari così organizzano un altro sciopero. Ce ne sarebbe bisogno.

Continuerai a disegnare?

Penso di sì, il disegno per me non ha una dimensione artistica, è parte del racconto delle cose che vedo, della rabbia che sento. Smettere di disegnare sarebbe un po’ come smettere di vivere.