39784 MILANO-ADISTA. Quante volte non ce la facciamo più? Quante volte ci sediamo come Elia, quando dopo aver sconfitto i sacerdoti di Baal, fugge nel deserto e dice al Signore: «Ora basta! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri!» (1Re 19,4)? Quante volte abbiamo l’impressione che, nonostante i nostri sforzi, nonostante il nostro impegno, nonostante la nostra fatica, le cose non vadano come debbono andare e ci mettono di fronte a situazioni che ci scandalizzano?

Sono questi i momenti in cui i dubbi, le paure, lo scoraggiamento e la fatica possono davvero prendere il sopravvento e spingerci a dire che la vita non ha senso e che l’unica cosa che possiamo fare è inseguire quelle soddisfazioni che possono destare un po’ di invidia in chi ci guarda. Io non ho elementi per dire con certezza che esiste un Signore che ci guarda.

Io non ho elementi per affermare senza ombra di dubbio che i suoi occhi ci seguono e ci accompagnano con il suo sorriso. Io non ho elementi che mi permettono di dire a chi vacilla come me: «Guarda! La risposta ai tuoi dubbi e alle tue perplessità splende come la luce del sole e solo chi è cieco non riesce a vederla!». Si! La mia fede è debole, il dubbio mi assale, la paura rischia di prendere il sopravvento e la speranza rischia di svanire.

Sono questi i momenti in cui diventa importante ricordarci a vicenda quello che afferma Isaia quando si rivolge al popolo di Israele che, dopo la distruzione del tempio, vive l’esperienza dell’esilio a Babilonia.

«Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre» aveva scritto l’autore del salmo 137 e si chiedeva, con il cuore pieno di angoscia, come sia possibile «cantare i canti del Signore in terra strianiera». Com’è umanamente possibile continuare a vivere la propria vita come se davvero Dio ci seguisse con il suo sguardo sorridente quando la quotidianità ci fa sperimentare la cattiveria, l’odio, il disprezzo per gli altri, la fatica, il dolore, la malattina e la morte? Solo il ricordo di quanto di buono e di bello abbiamo incontrato nella nostra vita riesce a sostenerci in un momento come questo: un ricordo non solo richiamato alla mente, ma anche affermato con la forza di chi sa che, alla fine, tutto, ma proprio tutto quello che di buono noi abbiamo è un dono che noi non abbiamo meritato, che «tutto – per dirla come il curato di campagna di Bernanos – è Grazia». Se tutto è Grazia, allora anche l’aria che respiriamo è un dono.

Se tutto è Grazia, allora anche il fatto di essere vivi all’alba di un nuovo giorno è un dono. Se tutto è Grazia, allora le cose brutte che ci capitano (e quante ce ne capitano?) non sono una “presenza”, ma sono un’assenza di ciò che ci è stato regalato e che dovremmo considerare il tesoro più grande che abbiamo.

È in questi momenti che le parole di Isaia possono aiutarci ad andare avanti: «Tu sei prezioso ai miei occhi! Tu sei degno di stima. Io ti amo!». «Tu sei prezioso ai miei occhi!». Non solo il profeta ci ricorda che lo sguardo di Dio ci accompagna e ci sorride, ma arriva a dirci, cosa davvero assurda se si resta all’interno di una logica esclusivamente razionalista, che siamo preziosi agli occhi di Dio! Che siamo preziosi agli occhi del «creatore del cielo e della terra»! Che siamo prezioni agli occhi della potenza infinita che ha formato le galassie, le stelle, i buchi neri, le particelle subatomiche, la vita in tutte le sue forme, la nostra coscienza, i nostri sogni, l’infinito, il finito e tutto quello che, non riuscendolo a immaginare, i Padri della Chiesa hanno descritto come «tutte le cose visibili e invisibili» dell’autore.

E infatti, per comprendere e per accettare questa frase occorre mettere da parte il nostro desiderio di capire a tutti i costi le cose, occorre lasciarci andare come quando ci innamoriamo di qualcuno e occorre accettare il mistero dei misteri: quello dell’amore che Dio ha per ciascuno di noi.

«Tu sei degno di stima!», prosegue Isaia. E nel farlo dice qualcosa che è particolarmente importante per le persone omosessuali e per le persone transessuali, perché il primo rischio che corrono è quello di perdere qualunque autostima, iniziando a pensare a se stesse come a “qualcosa di sbagliato”, come a “uno scherzo della natura”, come a qualcuno di inutile che per essere davvero accettato dagli altri deve nascondere una parte importante della propria vita. Quante volte abbiamo sentito dire che noi omosessuali «non siamo normali»? E quanto volte abbiamo rischiato di fare nostro questo giudizio minando alla base la nostra autostima?

Sono questi i momenti in cui occorre ricordare che: «Da vicino nessuno è normale!» e che chi pretende di giudicare l’originalità di chi non è uguale a lui, non solo sbaglia, ma dimostra anche di essere fuori dalla logica di Dio, che ha sempre e comunque stima di ciascuno di noi, perché ci considera “preziosi ai suoi occhi”.

Ma il testo del versetto non si ferma qui. Va avanti e fa dire a Dio la stessa frase che gli amanti si sussurrano quando sono nell’intimità e vogliono esprimere tutta la passione che provano: «Io ti amo!». Sì! Dio, in questo versetto, dice «Ti amo!» a ciascuno di noi e il ricordo di questa attestazione di amore, se ci accompagna davvero, riesce a dare un senso alla vita, riesce a sostenerci tutte le volte che ci sembra di non farcela più.

Tante volte, durante la preparazione delle veglie di preghiera per le vittime dell’omofobia e della transfobia ci siamo chiesti come fosse possibile offrire un’immagine “positiva” delle intenzioni con cui ci riunivamo a pregare, un’immagine che riuscisse a dare un segnale di speranza oltre agli episodi di disprezzo e di violenza che ci avevano portato a pregare.

La scelta del versetto di quest’anno, secondo me, rappresenta una risposta a questa domanda: «Ricordiamoci a vicenda che Dio ci stima, che Dio ci ama e che ciascuno di noi è infinitamente prezioso ai suoi occhi».

Gianni Geraci è membro del Gruppo del Guado – Milano