CONDIVIDERE PER CONVIVERE

1. Alla fonte di questo condividere per convivere troviamo lo stesso Dio.

Dio infatti è una famiglia in tre persone che convivono condividendo tutto ciò che sono.

Infatti Dio, per noi cristiani, è amore (anche se molti lo hanno dimenticato rinchiusi in un legalismo esasperato…). Per questo Dio non può essere una persona sola, ma almeno due:

l’Amante, la fonte dell’amore, che per questo si chiama Padre; e l’Amato, l’oggetto di questo amore e si chiama Figlio.

Infine, l’ amore che fa convivere in perfetta comunione il Padre e il Figlio, è anch’esso una persona e si chiama Spirito Santo.

Lo ha rivelato lo stesso Gesù…

Spirito vuol dire soffio, alito, sussurro, sospiro ed esprime l’amore nella sua massima intensità.

Per questo motivo lo Spirito Santo è chiamato lo Spirito dell’amore o anche, più semplicemente, l’Amore.

Ad un certo punto della storia, “nella pienezza dei tempi”: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio, perché chiunque crede non muoia ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

Così, “II Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi, e noi vedemmo la sua gloria come di Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14).

Il Verbo, che “in principio” era presso Dio e con lui aveva creato ogni cosa, “nella pienezza dei tempi”, si immerge nell’abisso della nostra miseria, la assume, condividendo in tutto la nostra povera situazione umana, per sempre.

E noi “vedemmo” – esclama stupito l’apostolo Giovanni -, che la gloria dell’Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità, si è umiliata, si è fatta debole per sostenere la nostra debolezza e povertà.

Il teologo e pastore protestante, D. Bonhoeffer, martire del nazismo, trova sostegno nei momenti più difficili della sua prigionia, pensando a Dio che si fa uomo per essere, come l’uomo, povero e debole.

Scrive: “Dio si è fatto impotente e debole nel mondo, e così soltanto rimane con noi e ci aiuta. Cristo infatti non ci aiuta in virtù della sua onnipotenza ma ci aiuta in virtù della sua sofferenza e debolezza, in virtù della solidarietà per essere sceso fino al nostro livello umano (…).”

A soli 27 anni, Bonhoeffer, tenne un corso universitario su Cristo all’università teologica di Berlino che fece storia. Disse: “Dio è entrato nel mondo fino al punto di nascondersi in esso, assunse una forma di debolezza tale da non esser riconoscibile come Dio-uomo. Egli non si presentò nelle sue vesti regali, in “forma di Dio”, ma “svuotò se stesso per prendere forma di servo”.

Egli va in incognito, come mendicante tra i mendicanti; come reietto tra i reietti, come disperato tra i disperati, come morente tra i morenti, come peccatore tra i peccatori, pur essendo l’unico senza peccato.

Così Egli entrò veramente nella forma di esistenza dell’uomo, soggetto al peccato al punto da rendersi irriconoscibile.

Egli ha realmente assunto una carne umana, realmente si è fatto peccato per noi.

Egli ha pienamente convissuto con noi, davvero ha condiviso tutto con noi.”.

2. Come condividere per convivere sull’esempio che ci viene da Dio?

 

Per incominciare, verifichiamo su noi stessi questa doppia affermazione:

non c’è vera condivisione che nella povertà; non c’è vera ricchezza che nella condivisione.

Di solito si pensa esattamente l’opposto: si pensa cioè che per donare bisogna avere.

“La generosità -diceva il generale De Gaulle è il lusso della potenza!”.

Ma Gesù lo smentisce quando spiega agli apostoli il valore dell’obolo della vedova e fa notare:

“Guardate bene, è lei che ha dato di più, perché ha dato del proprio necessario, e non del proprio superfluo”. Il testo originale è più efficace e dice: “perché essa ha dato dalla propria indigenza”.

Come a dire: per dare veramente bisogna non avere: non c’è dono quando si dà della propria sovrabbondanza; si dona, al contrario, dalla propria indigenza.

Sono pensieri ai quali non siamo abituati, perchè non fanno parte della mentalità di questa civiltà del benessere e dei consumi nella quale, poco o tanto, siamo tutti immersi… e anche perché non ricorrono frequentemente nelle nostre catechesi e omelie. E ci teniamo stretto anche il “superfluo del superfluo” arrogandoci perfino il diritto di dividere la massa dei bisognosi in categorie, italiani e non, buoni e non, meritevoli di aiuto e non…

Quindi possiamo facilmente constatare che quando uno arriva a possedere qualcosa, la generosità non soltanto non gli è istintiva, ma piuttosto tende a conservare e anzi accrescere ciò che possiede, non importa con quali mezzi.

E la dura legge della ricchezza quando si fa padrona, invece che restare mezzo e strumento, e ció rende diflicile qualsiasi dono che sia autentico (quello che non ricerca alcun contraccambio).

Allora la ricchezza sará la maledizione del ricco, perché, dice Geremia (17,6) “Egli sarà come un tamerisco nella steppa, quando viene il bene non lo vede” e cosi si rende incapace di vero amore.

Diceva S. Francesco al vescovo di Assisi che gli consigliava di non privarsi di tutto ma di conservarsi almeno qualcosa per vivere dignitosamente: “Signor vescovo, se teniamo qualcosa, ci vorranno poi le armi per difendere i nostri beni”. É ció che abbiamo sotto i nostri occhi… sempre più armi, paura, muri, allarmi, videosorveglianze… E comunque non ci sentiamo mai sicuri abbastanza; e l’ansia diventa schizofrenia e paranoia; e trasformiamo la nostra società in una prigione dorata, in una fortezza, in una bella tomba!

3. Atteggiamenti e comportamenti di condivisione per convivere.

Il primo è l’accettazione dell’altro come creatura originale di Dio.

L’altro è una creature di Dio come me ma, nello stesso tempo, è diversa da me; questa diversita va accolta, rispettata e valorizzata…

Non c’è niente di più antievangelico e perverso che identificare il prossimo/l’altro con chi mi è simile per nazionalità, genere, religione, cultura… “Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” Come si può credere in un Dio che abbatte tutte le barriere e muore per tutti… E poi lasciarsi dominare dall’odio e dal perbenismo!?

Ne deriva un secondo atteggiamento: quello di accettare l’altro come indispensabile a me!

E’ importante che una comunità, incominciando dalla famiglia, si senta come una catena in cui tutti gli anelli sono indispensabili. Di solito la catena si spezza negli anelli più deboli, ma così tutta la catena diventa inutile.

Bisogna allora che non vi siano anelli deboli, ma che tutti abbiano la loro solidità, abbiano cioè una loro specifica funzione riconosciuta e valorizzata.

Per facilitare ulteriormente la convivenza sarà importate avere alcune attenzioni particolari:

La prima, la più elementare, è quella di ascoltare il fratello. Spesso dimentichiamo che ascoltare può essere un servizio più grande che parlare… e tanto più oggi che tutti vogliono parlare.

Chi non sa ascoltare a lungo e con pazienza, parlerà senza toccare l’altro; e infine parlerá solo lui e parlerà di se stesso.

C’è poi una attenzione particolare da condividere con i fratelli per meglio convivere.

E quella raccomandata da S. Giacomo: “Confessate a vicenda i vostri peccati (Gc 5,16).

E’ un servizio molto importante, anche se il più trascurato.

Può accadere infatti che dei cristiani, nonostante siano uniti nella stessa fede, si incontrino attorno allo stesso altare, si impegnino assieme nella carita, non si sentano fra loro uniti perchè non riescono a sentirsi uniti anche come peccatori.

Succede talvolta nella comunità cristiana quello che accadde in casa di Simone il lebbroso, quando una peccatrice vi entrò per incontrare Cristo (Lc 7,36). Solo Gesú senti compassione per quella donna; tutti gli altri commensali si mostrarono scandalizzati per quella presenza e soprattutto per quella compassione.

Il cristiano si comporta spesso come quei commensali; solo Dio sa accettare pienamente l’uomo cosi com’é, cioè peccatore.

Eppure, la sera della sua resurrezione, Cristo apparve nel cenacolo ai suoi discepoli e disse loro:

“Ricevete lo Spirito Santo, a chi perdonerete i peccati saranno perdonati”. (Gv 20,22)

Con queste parole solenni, Gesu ha voluto che la sua Chiesa e ciascun membro in essa, diventasse segno e strumento di perdono, cioè sacramento di salvezza.

E tutto ciò senza nulla togliere al rito sacramentale della penitenza, specie per quanto riguarda i peccati veramente gravi: Come pure senza nulla togliere al sacramento dell’eucaristia, che è il sacramento per eccellenza della riconeiliazione, perché in essa il condividere per convivere tocca il suo momento più alto…

Nella messa infatti partecipiamo e condividiamo lo stesso sacrificio di Cristo e cosi “per Cristo, con Cristo e in Cristo” noi offriamo al Padre “ogni onore e gloria”.

 

don Paolo Zambaldi