ANNO C, 9 giugno 2019, PENTECOSTE; At 2,1-11; Sal 103; Rm 8,8-17; Gv 14,15-16.23b-26

La solennità di Pentecoste chiude il tempo pasquale: sette settimane, ossia simbolicamente un tempo infinito, come sospeso, “fuori dal tempo”, per contemplare nell’integralità dei suoi aspetti il mistero della Pasqua di Gesù, che è l’Ottavo giorno della storia, il suo compimento.

Pentecoste annuncia e invita a meditare in particolare il terzo aspetto della Pasqua. Dopo la Resurrezione e l’elevazione del Crocifisso (l’Ascensione) si contempla l’effusione dello Spirito che rende gli umani partecipi della vita divina, come figli adottivi che possono gridare «Abbà! Padre!» (Rm 8,15). Nei Vangeli, lo “spirare” di Gesù nella morte, il suo “emettere” lo spirito esprime chiaramente anche l’effusione dello Spirito sul mondo. Infatti, nei Sinottici, a questo segue una confessione di fede e un mutamento della condizione del mondo: la separazione tra Dio e l’umanità finisce, si squarcia il velo del Tempio e, nel racconto matteano, l’irrompere di una nuova vita nella morte del mondo. Giovanni sottolinea i due aspetti distinguendoli e fa seguire alla “consegna dello spirito”, nella morte (Gv 19,30), l’effusione dello Spirito sui discepoli la sera del giorno di Pasqua (Gv 20,22). I frutti del dono dello Spirito sono la fede, il mandato di perdonare i peccati, di annunziare l’Evangelo, di testimoniare il Risorto, di sanare e guarire. Nel racconto di Atti, Luca colloca l’evento della discesa dello Spirito, distanziato nel tempo, in coincidenza con la festa di Shavuoth (che si celebra il cinquantesimo – pent?kost?– giorno dopo la Pasqua ebraica, evolutasi da festa del raccolto a festa del dono della Legge sul Sinai), in una inscenazione che evidenzia l’inizio del tempo missionario della Chiesa, sottolineando il dono di “parlare altre lingue” (At 2,4, ripreso in Mc 16,17), facendosi comprendere da tutti. Destinataria dell’annuncio è tutta l’umanità, rappresentata dalla lista dei popoli noti all’epoca: da nord a sud, da est a ovest.

Il Concilio Vaticano II è stato tutto orientato a che la Chiesa reimparasse a parlare la lingua dei destinatari: nella liturgia e nel modo dell’annuncio. Tuttavia vi è almeno una lingua che la Chiesa non parla correntemente né correttamente. Le donne non odono parlare “nella loro lingua” delle grandi opere di Dio. L’annuncio le raggiunge in una lingua recante fortemente lo stigma della maschilità degli annunciatori: una maschilità non includente, che le esclude. Questo si riflette nella iconografia e nel linguaggio ecclesiastico dominanti, che parlano dello Spirito disceso “sugli Apostoli riuniti con Maria nel Cenacolo”. Ma i “tutti” (At 2,1) su cui discese lo Spirito sono lo stesso gruppo citato in Atti 1,13-14: gli Undici «con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù, e i fratelli di lui». Su di loro, l’intero e variegato corpo ecclesiale, scese lo Spirito conferendo capacità e mandato di annunciare in tutte le lingue dell’umanità l’opera di Dio. L’esclusione di battezzati dalla partecipazione attiva a questa missione, in ragione del loro sesso (femminile), non sembra in armonia con questa scena di Pentecoste. Pentecoste chiude anche la sequenza dei cosiddetti “tempi forti” dell’anno liturgico: Avvento, Natale-Epifania, Quaresima, Triduo, Tempo Pasquale. Quasi che dopo tale solennità si debba lasciare il Tabor per scendere alla modesta ferialità del “tempo ordinario”. Pentecoste è un punto non di arrivo, ma di partenza, in duplice direzione. Con essa il calendario liturgico e quello della nostra vita vengono a coincidere e si apre il lungo “tempo della storia e della Chiesa nella storia” in cui stiamo; e solo il dono dello Spirito apre gli occhi della fede, sia per rileggere e comprendere la vita e la predicazione del Gesù storico alla luce del suo compimento, sia per immergersi, nei “tempi forti”, nei diversi aspetti del disegno della salvezza, al fine di manifestarlo e attuarlo nella vicenda umana.

 

Maria Cristina Bartolomei, Adista Notizie n° 17 del 11/05/2019

 

Maria Cristina Bartolomei ha compiuto gli studi di Filosofia presso l’Università di Padova e di Teologia presso l’ateneo Sant’Anselmo di Roma. Attualmente è docente di Filosofia morale e di Filosofia della Religione presso l’Università di Milano.