Il papa oggi 21 giugno, a Napoli, presso la Facoltà di Teologia, ha fatto un discorso sull’ermeneutica teologica, la ricerca, la tradizione, il rinnovamento dovuto al contesto storico e alle domande che sorgono dalla cultura e dai giovani di oggi che merita attenzione. Sia pure nella genericità delle affermazioni, alcuni passaggi sono suscettibili di una prospettiva innovativa.

Ma, come accade spesso, il papa è uno specialista nello spalancare alcune finestre e contemporaneamente nel chiudere le porte.

Parlando di teologi e teologie, ha affermato che le ‟quaestiones disputatae“ non devono essere presentate e discusse in pubblico, ma nel solo ambito specialistico per rispetto del popolo di Dio che deve essere nutrito di Fede certa. 

Dissento profondamente. Certo, ci vuole rispetto delle persone, dei loro percorsi e dei loro tempi, ma questo riservare agli addetti ai lavori le ‟questioni su cui si discute“ mi sembra prolungare all’infinito la minorità del popolo di Dio. Sovente le quaestiones disputatae sono scottanti e proprio il popolo di Dio ha qualcosa da dire non meno degli addetti ai lavori.

Certo, esistono ambiti di competenza diversi, ma dibattere pubblicamente nelle comunità locali e nei vari spazi della comunicazione sociale, nella predicazione e nella catechesi, favorisce il confronto, l’accoglienza delle differenze e promuove la partecipazione al cammino comunitario.

E poi… in una chiesa che ha creato strutture in cui la voce clericale o gerarchica ha sempre l’ultima parola (e spesso anche la prima), il vero rispetto non è sottrarre al popolo di Dio il diritto e il dovere di esprimersi in tutti gli ambiti del territorio ecclesiale. Il vero rispetto, a mio avviso, consiste nella capacità di ascoltare per realizzare un dialogo vero e coinvolgente e soprattutto di imparare.

Ogni crescita è un’operazione difficile  e mai indolore, può comportare anche tensioni e lacerazioni. Ma esistono cammini di liberazione dalla sudditanza al dogma che sono ormai scelte inderogabili per una fede adulta. Fare continuo riferimento alla fede dei deboli, dei piccoli, è diventata una delle litanie del potere che nei secoli ha comportato una tendenza alla passività in molti credenti e la crescita del clericalismo. In realtà le cosiddette ‟quaestiones disputatae“ spesso sono solamente le domande scomode che la gerarchia non vuole ascoltare o quelle che sono state cestinate come eretiche.

La strategia della rimozione delle domande scomode ha una storia sconcertante. Spesso le domande vennero confinate nell’area della incredulità come se il dubbio, la ricerca e la conoscenza fossero tentazioni, anziché opportunità.

 

Franco Barbero