“Gli equivoci che la comunità si porta dietro fin dalle origini si ritrovano nelle stesse fonti cristiane (Nuovo Testamento) e sono sempre grandi e gravi. Oltre quelli riguardanti la persona di Gesù, con il mancato rilievo della sua realtà umana, sono altrettanto evidenti gli stravolgimenti che sono stati dati alla sua morte di croce, di cui è stata cancellata la portata storica e soprattutto la dimensione messianica e la valenza profetica.

Difatti Gesù aveva provato a contestare l’ordinamento ingiustamente costituito (“deporre i potenti dai Troni e innalzare gli umili”; Lc 1,52) ma era rimasto sconfitto. Ciò nonostante il suo tentativo, pur fallito, sarebbe dovuto diventare il programma dei suoi discepoli, inviati a prendere su di se la sua stessa croce (la dose di sofferenze) sopportata per lo stesso scopo (la causa per cui l’aveva subita lui); ma la consegna era troppo insolita, scomoda, onerosa per essere capita e soprattutto accettata. Ad ogni modo era una condizione che alcuni, i pagani, ritenevano stolta, e altri, i Giudei, scandalosa (1Cor 1,23), per non dire malvista o maledetta (Dt 21,23) da Dio stesso. 

Certo, era un dato che non si poteva cancellare, ma si poteva subito mettere in chiaro che, per quanto ignominiosa, la morte di croce non aveva compromesso i rapporti di Gesù con Dio né la sua missione, poiché non l’aveva colto di sorpresa visto il suo triplice annunzio della passione (Mc 8,31; 9,13; 10,33) ma soprattutto perché l’aveva accettata addirittura con impazienza (Lc12,49-50), conformandosi a un destino preannunziato dai profeti e “voluto”, quasi atteso, dal padre.

Per autori al corrente delle Scritture non era difficile rinvenire nelle sacre pagine moduli o modelli cultuali in cui calare la morte di croce dando ad essa una motivazione più onorata, che attenuasse o cancellasse l’onta della sconfitta.

L’evangelista Luca opta per l’immagine del “giusto sofferente” e su di essa “ricostruisce”, meglio costruisce il suo racconto della passione. Paolo invece fa riferimento a un modello più notorio, quello del “capro espiatorio”, mentre Giovanni si richiama all’ “agnello pasquale”.

Tutti moduli che servono a spostare la morte di Gesù dal Calvario, luogo delle esecuzioni capitali, all’interno del recinto sacro, nell’area del tempio, dove si presentavano oblazioni alla divinità per risarcirla delle offese ricevute dagli uomini e quindi per ottenere il suo perdono e i suoi favori (le grazie).

Un cambiamento che si può definire capitale o radicale. La missione di Gesù e la ragione del farsi i suoi seguaci sono capovolte. Non ci si trova più impegnati per la promozione e l’elevazione degli uomini, ma per tenere alto l’onore di Dio; non per la fine dei tiranni e la nascita di una “umanità nuova”, fatta di eguali, di amici e di fratelli, bensì per l’affermazione di un popolo devoto, accetto a Dio, santo.

In altre parole non per affrancare il “servo” dei poveri, dei malati, dei peccatori, ma per stringersi intorno al Signore della gloria e ritrovarsi con lui orientati verso la felicità del cielo.

In questo modo il Gesù della storia, l’amico e il benefattore degli uomini, attorniato da “portatori di buone notizie” (evangelizzatori) agli afflitti e ai sinistrati, viene sostituito, nella predicazione e tradizione cristiana, dal “Cristo redentore”, dal “Salvatore” e dall’ “eterno sacerdote”. Attribuzioni e appellativi questi che presto diventano dominanti nella liturgia e nella teologia come nella stessa spiritualità cristiana ma che non possono non suscitare perplessità e riserve.”

 

(Ortensio da Spinetoli, L’inutile fardello, Milano, Chiarelettere, 2017, pag.17-19)