C’è un tema che il sinodo Panamazzonico, che si svolgerà a Roma nel mese di ottobre, porta alla ribalta non solo della Chiesa, ma anche dell’opinione pubblica ed è la situazione dei popoli indigeni. Il processo di evangelizzazione nella grande regione panamazzonica presenta un aspetto di grande originalità rispetto ad altre regioni nel mondo, per la sua vasta gamma di popoli indigeni con le loro specifiche lingue, culture, religioni. Come ricorda il Documento preparatorio: «Nei nove Paesi che compongono la regione panamazzonica si registra la presenza di circa tre milioni di indigeni, che rappresentano quasi 390 popoli e nazionalità differenti. Inoltre esistono nel territorio, secondo dati delle istituzioni specializzate della Chiesa (per esempio il Consiglio Indigeno Missionario del Brasile – CIMI) e altre, fra i 110 e i 130 Popoli Indigeni in Isolamento Volontario (PIAV) o popoli liberi» (Amazzonia, nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale. Documento preparatorio, v. Adista Notizie n. 24/19, ndr). Varietà di popoli significa, da un punto di vista antropologico, una grande ricchezza culturale, che si manifesta nella grande varietà di idiomi. Secondo le stime, c’erano 1.500 idiomi in Brasile prima dell’arrivo dei colonizzatori. Oggi è rimasto il 10% delle lingue. Il luogo in cui si sono mantenute la maggior parte di lingue è l’Amazzonia, anche perché è una regione che non fu molto colonizzata a causa della difficoltà di viverci. Oggi si calcola che ci siano nella regione panamazzonica 200 lingue parlate. Molti popoli indigeni, che vivono fuori dalle terre indigene, vale a dire che vivono nelle grandi città, non parlano la lingua originale, ma conoscono appena il portoghese. Il 37% degli indigeni parlano in casa la propria lingua. Nel 1758 il Brasile proibì l’uso della lingua Tupì, che era la lingua generale brasiliana. La stessa popolazione non riconosce il valore delle lingue dei popoli indigeni, chiamandole dialetti. C’è, quindi, una grande discriminazione nei confronti dei popoli indigeni nello stesso Brasile. Solo 5 delle 180 lingue indigene parlate in Brasile ha più di 10.000 parlanti (Tikuna 34 mila; Guaranì 26 mila). Ci sono, dunque, molte lingue vicino all’estinzione, lingue con meno di 10 persone parlanti l’idioma.

Per questo motivo, i popoli indigeni nel sinodo panamazzonico devono essere interlocutori indispensabili, perché vivendo da millenni in questa regione, conoscono il territorio amazzonico più di qualsiasi altro popolo. Come ricorda il cardinale Cláudio Hummes: «La loro visione del mondo e la loro vita religiosa si è modellata a partire dalla loro esistenza millenaria nella foresta amazzonica, insieme a quella immensità di acque in fiumi incredibilmente grandi, convivendo con una biodiversità affascinante. Loro sono i saggi guardiani di questo ecosistema privilegiato» (C. Hummes, O sínodo para a Amazônia, Paulus, São Paulo 2018, p. 29).

Evangelizzare nel territorio panamazzonico significa anche riconoscere che tutta questa ricchezza culturale e religiosa dei popoli indigeni è oggi più che mai minacciata. Lo ha ricordato papa Francesco durante il viaggio in Cile del gennaio 2018 nell’incontro con i popoli dell’Amazzonia (Viaggio Apostolico in Cile. Incontro con i popoli dell’Amazzonia. Discorso del Santo Padre, 19/01/2018). I popoli indigeni sono stati perseguitati, cacciati, schiavizzati e sterminati sin dall’epoca dell’arrivo dei colonizzatori europei. I popoli che incontriamo oggi nel territorio amazzonico rappresentano una piccola minoranza che cerca di sopravvivere. Il processo di persecuzione, infatti, non si è mai arrestato. I popoli indigeni sono aggrediti, espulsi dalle loro terre, sfruttati e molti continuano ad essere uccisi. A causa di questa persecuzione alcuni popoli si sono isolati all’interno della foresta, isolandosi persino dalle loro stesse etnie. Sono i popoli denominati “Popoli Indigeni in Isolamento Volontario” (PIAV). Oltre a ciò, il processo di evangelizzazione nel territorio amazzonico deve tener conto delle minacce che i popoli indigeni stanno subendo nel territorio brasiliano dall’attuale Governo. Solo per citare alcune scelte realizzate dagli ultimi due presidenti del Brasile:

a. l’ex presidente Temer con il parere n. 001/2017: parere che obbliga l’amministrazione pubblica federale ad applicare, a tutte le terre indigene del Paese, condizionanti che il Supremo Tribunale Federale stabilì nel 2009 quando ha riconosciuto la costituzionalità della demarcazione della Terra Indigena Raposa Serra do Sol, in Roraima. Ciò significa non riconoscere il carattere tradizionale dell’occupazione indigena quando la comunità non stava nella terra data dalla promulgazione della Costituzione. Oltre a ciò, afferma che non si possono correggere i limiti delle terre demarcate e anche la possibilità di decidere senza ascoltare la comunità nel caso di alcuni progetti e di problemi d’infrastruttura.

b. L’attuale presidente Bolsonaro con la MP 870/2019 ha cambiato l’organigramma delle responsabilità in riferimento delle terre indigene. D’ora innanzi la responsabilità, che era della FUNAI (è l’organismo ufficiale del Governo che si occupa della delimitazione delle terre indigene), è del ministero dell’Agricoltura. La FUNAI diventa integrata nel ministero della Famiglia e diritti umani e non più della Giustizia. Il problema sono i ministri di questi ministeri che si trovano agli antipodi delle problematiche dei popoli indigeni, per non dire contro. Bolsonaro ha già dichiarato che non demarcherà un solo cm di terra indigena e cercherà di rivedere le demarcazioni delle terre. C’è quindi una strumentalizzazione degli organi politici responsabili per l’udienza dei popoli indigeni. Altro dato significativo e drammatico, in questa direzione, è il fatto di aver collocato un Generale come presidente della FUNAI. Si tratta di una strategia messa in atto dall’attuale governo brasiliano che minaccia e destabilizza economicamente i popoli indigeni con la destrutturazione degli organi responsabili per la protezione di questi popoli attraverso il taglio dei versamenti e l’estinzione degli incarichi e delle unità amministrative (dati forniti al Corso sulla realtà amazzonica tenuto nel mese di febbraio 2019 a Manaus).

Tener conto della situazione socio-politica nel processo di evangelizzazione del territorio panamazzonico significa riflettere sui processi d’inculturazione da mettere in atto. Ne aveva già parlato papa Francesco nellEvangelii Gaudium quando affermava che: «È indiscutibile che un’unica cultura non esaurisce il mistero della redenzione di Cristo» (EG, 118). Non è possibile pretendere che tutti i popoli dei vari continenti imitino le modalità di fede adottate dai popoli europei in un determinato momento della storia. «La fede non può essere confinata dentro i limiti della comprensione e espressione di una cultura» (EG, 118). Inculturazione richiama lo sforzo di ascolto e valorizzazione delle culture locali, che conduce alla capacità di lasciarsi contaminare, di permettere nuovi cammini di trasmissione della fede, di liturgie che riescano ad esprimere i contenuti evangelici attraverso il materiale emerso nel processo d’inculturazione. Questo processo promuove la diversità nell’unità, assume volti diversificati secondo la cultura nella quale s’incultura (su questo tema cfr.: C. Hummes, O sínodo para a Amazônia, cit., p. 46). Il documento preparatorio al sinodo panamazzonico parla esplicitamente di un cammino di Chiesa dal volto amazzonico e indigeno, richiamando le parole di papa Francesco nel già citato discorso ai popoli dell’Amazzonia: «Abbiamo bisogno che i popoli indigeni plasmino culturalmente le chiese locali dell’Amazzonia […] Aiutate i vostri vescovi, aiutate i vostri missionari e le vostre missionarie a farsi una cosa sola con voi e così, dialogando con tutti, potete plasmare una Chiesa dal volto amazzonico e una chiesa dal volto indigeno. Con questo spirito ho convocato un sinodo per l’Amazzonia» (Viaggio Apostolico in Cile. Incontro con i popoli dell’Amazzonia. Discorso del Santo Padre, 19/01/2018).

Credo che sia quest’aspetto che rende significativo anche per la Chiesa in Occidente il sinodo Panamazzonico. Come ha riconosciuto il cardinal Cláudio Hummes commentando il testo citato, occorre riconoscere che sino ad ora si è fatto poco nel cammino di un’evangelizzazione inculturata. Anche il teologo brasiliano Paulo Suess, in un’intervista rilasciata alla rivista Unisinos (“Por uma Igreja com rosto amazônico e com rosto indígena. O sínodo panamazônico e a busca de um novo paradigma de Evangelização. Entrevista especial com Paulo Suess”, in Revista IHU, 11/05/2018), afferma la stessa cosa, pur riconoscendo differenti gradi di approssimazione tra la Chiesa Cattolica e i popoli indigeni. Il problema, sostiene Paulo Suess, si riscontra già nei processi di formazione dei futuri leaders della Chiesa, vale a dire preti e vescovi. Oltre, infatti, all’esigenza del celibato che poco s’inquadra nella cultura indigena, «la stessa formazione accademica è culturalmente inadeguata ed economicamente inaccessibile per i popoli indigeni». Non esistono strutture formative nella Chiesa Cattolica che tengano conto della ricchezza culturale dei popoli indigeni: tutto viene ridotto agli insegnamenti che provengono dalla teologia elaborata in Occidente. Non sappiamo che cosa un sinodo possa proporre a questo livello specifico. Sta di fatto che la Chiesa, per uscire dalle belle parole, deve poter offrire spunti capaci d’innestare processi in grado di mettere in condizione la Chiesa dell’Amazzonia di assumere un volto proprio e specifico: una Chiesa dal volto indigeno. Secondo Paulo Suess, il primo passo da compiere in questa direzione consiste nel mettere in grado le popolazioni locali di avere presbiteri indigeni. La grande varietà di lingue dei popoli indigeni non permette al missionario di parlare la lingua del popolo al quale rivolge l’annuncio del Vangelo. Questo comporta «l’incapacità di comprendere il loro passato, il loro cibo e comprendere il loro pensiero». C’è uno stile di Chiesa in Amazzonia che deve sempre di più assumere le forme della cultura indigena, del loro modo di pensare e intendere Dio. A questo proposito, in un’intervista del giornalista Luis Miguel Modino a Miguel Castro Piloto, componente del popolo Baniwa, nel municipio San Gabriele della Cachoeira, alla frontiera con la Colombia vicino ai fiumi Içana e Ayari, Miguel Castro sosteneva che per i popoli indigeni Dio è la natura e il popolo indigeno ringrazia la natura, perché è da lì che viene l’alimentazione, ma anche la malattia e la salute. «È Dio la vera vita, per questo i popoli indigeni valorizzano la natura e la proteggono. La nostra religione dice che tu sei castigato se non vivi bene, anche l’indigeno è castigato se non rispetterà la natura. Per capire questi aspetti importanti della nostra religione i preti devono vivere in mezzo a noi» (“Padres tem que conhecer melhor as culturas indígenas. Intervista de Miguel Modino com o professor indígena Miguel Piloto”, in Revista IHU on line, 19/02/2019).

Già Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris Missio (1990) sosteneva la necessità di un’evangelizzazione sempre più inculturata perché è questo processo a produrre «l’intima trasformazione dei valori culturali autentici, per la loro integrazione nel cristianesimo e il radicamento del cristianesimo nelle varie culture» (RM, 52). Nello sviluppo dell’evangelizzazione delle culture, queste passano per un processo pasquale; vengono infatti, purificate dai loro errori e mali. In questo modo, sostiene il cardinal Hummes, le culture muoiono, ma i loro valori, in termini di verità e bene, sono aperti a nuovi orizzonti di espressione più alta e, così, risuscitano per una piattaforma nuova e trascendente con espressioni nuove e più ricche. In questo modo le culture non sono distrutte, ma trasformate ed elevate. Le sementi della verità e del bene, che tutte le culture posseggono, dimostrano che Dio è sempre stato presente e si manifesta. Sono tracce di Dio che gli evangelizzatori scoprono. «Questa presenza di Dio nelle culture dei popoli mostra che egli è sempre stato presente nella loro vita e loro storia, li ha protetti e, in qualche modo, si è a loro rivelato» (C. Hummes, O sínodo para a Amazônia, cit., p. 47).

Il Sinodo per l’Amazzonia del prossimo ottobre offre dunque anche per la Chiesa Occidentale molti spunti di riflessione. L’attenzione ad un’evangelizzazione inculturata con i popoli indigeni interpella anche il modo di fare pastorale in un contesto che vede la presenza sempre maggiore di popoli diversi. Forse, dal sinodo usciranno idee che potranno ispirare il nostro cammino di Chiesa, per una pastorale non a senso unico, ma maggiormente attenta alle diversità presenti sul territorio.

 

Paolo Cugini, Adista Documenti n° 27 del 20/07/2019

 

Immagine: Parte del fronte di copertina del libro del cardinal Cláudio Hummes, O sínodo para a Amazônia, Paulus, São Paulo 2018, immagine tratta dal sito dell’editore.