39898 NAPOLI-ADISTA. Scappano dall’Egitto Mosè e gli israeliti e si rifugiano nella terra di Madian. Questa storia biblica, narrata in Esodo 1-2, ha tanto da insegnarci che Leonardo Lepore, direttore dellIstituto di Studi Religiosi di Benevento, ne fa una “lettura attualizzante” (pubblicata su Rassegna di Teologia, n. 2) cui ha dato titolo “Rifiuto e accoglienza”.

«Il presente contributo – avvisa – vuole entrare nel dibattito sull’accoglienza, posto al centro di numerosi interventi da parte del mondo sia cattolico, sia laico. Dalla politica alla polemica di quartiere, si finisce spesso col parlare di accoglienza. Il fronte si divide e, non poche volte, si accende. A manifestazioi di evangelica capacità di dialogo si contrappongono nazionalismi nuovi e populismi già datati».

«Tale contributo – specifica ancora – si propone di leggere due paradigmi esattamente speculari, che rappresentano da un lto il rifiuto, il sospetto, la legge dell’oppressione e della diffidenza; dall’altro, l’accoglienza, la fiducia, la possibilità di nuove e più umane (ri)partenze. Rifiuto e accoglienza; chiusura e apertura, tenebra e luce; mors et vita».

Nella particolareggiata esegesi che Lepore avvia (e che qui appena accenniamo), il primo paradigma è «il ritratto di un ambiente ostile», quello egiziano, dove il faraone teme gli israeliti «come diversi e stranieri» e teme «la fecondità di un popolo che cresce». Ecco che li sottopone a un «lavoro durissimio», opprimente, che impoverisce. «Qui è tutto il popolo che, assecondando l’invito del faraone, si fa protagonista dell’oppressione», ha «preso sul serio il discorso e passa dalle parole ai fatti»: «Per non avere paura degli israeliti avevano pensato di opprimerli». «Resero amara la loro vita con una dura schiavitù», è scritto nella Bibbia.

La situazione si aggrava quando Mosè reagisce a un’ingiustizia, uccidendo un egiziano che umilia un suo connazionale. A Mosè e al suo popolo, osserva Lepore, non rimane che la fuga «verso una zona protetta e sicura», la terra di Madian. Qui – e si passa al secondo paradigma, quello dell’accoglienza – fermo presso un pozzo, Mosè ha l’occasione di compiere «un gesto di difesa, un’azione di giustizia e di rispetto» nei confronti di alcune ragazze, figlie del sacerdote di Maidan, che vi giungono per abbeverare le loro pecore, ma si scontrano con la prepotenza di alcuni pastori arrivati dopo. Ecco che «un comportamento buono diventa come la carta d’ingresso, il vero foglio di accoglienza, che facilita la serenità dei rapporti e la comprensione reciproca». «Simbolo estremo di tale accoglienza è il matrimonio» fra una figlia del sacerdote e Mosè. «Il matrimonio – simbolicamente – si inquadra come l’unione di un legame che è saldato per sempre».

Accoglienza e inclusione, dunque. Ma anche qualcosa di più: Lepore termina il suo studio con una considerazione che deriva da un’articolata indagine esegetica sul nome – Gher son – che Mosè dà al figlio che gli nasce a Maidan. La Bibbia dice: «chiamò Gherson, perché diceva “sono un emigrato in terra straniera”», per ricordare a Mosè, scrive Lepore, «il suo andare via dall’Egitto, la sua fuga e allo stesso tempo la sua accoglienza». Ma «c’è una seconda possibilità di interpretare il signifcato del nome Gherson. Esso è composto da due parole: la radice ‘straniero’ e l’avverbio ‘lì’, con il significato letterale di ‘straniero ero là’». «Considerando che Mosè si trova a Maidan, dovremmo avere buone ragioni per intendere il ‘là’ come riferito all’Egitto», ovvero Mosè, scegliendo quel nome, racconta «a se stesso questa amara verità: che era straniero non nel luogo di arrivo, bensì nel luogo di partenza. La vera casa è quella dove è stato accolto e benvoluto, non la triste patria che voleva ucciderlo».

Considera perciò Lepore: «La patria allora cos’è? A un livello morale e umano, la patria non è più il luogo da cui si parte, ma la casa in cui si trova accoglienza», «il luogo in cui un padre può vedere suo figlio muovere i primi passi».